29 novembre 2012 Maria LENTI

I SASSI DI MATERA: PATRIMONIO DELL’UMANITA’

(Notizie tratte da Wikipedia)

I Sassi di Matera sono stati iscritti nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO nel 1993. Sono stati il primo sito iscritto dell'Italia meridionale. L'iscrizione è stata motivata dal fatto che essi rappresentano un ecosistema urbano straordinario, capace di perpetuare dal più lontano passato preistorico i modi di abitare delle caverne fino alla modernità.



I Sassi di Matera costituiscono un esempio eccezionale di accurata utilizzazione nel tempo delle risorse della natura: acqua, suolo, energia.



La città della pietra, centro storico di Matera scavato a ridosso del burrone, è abitata in realtà almeno dal Paleolitico: alcuni tra i reperti trovati risalgono al XIII millennio a.C., e molte delle case che scendono in profondità nel calcare dolce e spesso (calcarenite) della gravina, sono state vissute senza interruzione dall'età del bronzo (a parte lo sfollamento forzato negli anni cinquanta). La prima definizione di Sasso come rione pietroso abitato risale ad un documento del 1204.



I Sassi di Matera sono un insediamento urbano derivante dalle varie forme di civilizzazione ed antropizzazione succedutesi nel tempo. Da quelle preistoriche dei villaggi trincerati del periodo neolitico, all'habitat della civiltà rupestre di matrice orientale (IX-XI secolo), che costituisce il sostrato urbanistico dei Sassi, con i suoi camminamenti, canalizzazioni, cisterne; dalla civitas di matrice occidentale normanno-sveva (XI-XIII secolo), con le sue fortificazioni, alle successive espansioni rinascimentali (XV-XVI secolo) e sistemazioni urbane barocche (XVII-XVIII secolo); ed infine dal degrado igienico-sociale del XIX e della prima metà del XX secolo allo sfollamento disposto con legge nazionale negli anni cinquanta, fino all'attuale recupero iniziato a partire dalla legge del 1986.



I Sassi sono davvero un paesaggio culturale, per citare la definizione con cui sono stati accolti nel Patrimonio mondiale dell'Unesco.



Il Sasso Barisano, girato a nord-ovest sull'orlo della rupe, se si prende come riferimento la Civita, fulcro della città vecchia, è il più ricco di portali scolpiti e fregi che ne nascondono il cuore sotterraneo.



Il Sasso Caveoso, che guarda invece a sud, è disposto come un anfiteatro romano, con le case-grotte che scendono a gradoni, e prende forse il nome dalle cave e dai teatri classici. Al centro la Civita, sperone roccioso che separa i due Sassi, sulla cui sommità si trova la Cattedrale.



Infine di fronte, sul versante opposto della Gravina di Matera, l'altopiano della Murgia che funge da quinta naturale a tale scenario, con le numerose chiese rupestri sparse lungo i pendii delle gravine protette dall'istituzione del Parco archeologico storico-naturale delle Chiese rupestri del Materano, detto anche Parco della Murgia Materana.



Un paesaggio in parte invisibile e vertiginoso, perché va in apnea in dedali di gallerie dentro la pietra giallo paglierino del dorso della collina, per secoli difesa naturale e ventre protettivo di una città che sembra uscita dal mistero di una fiaba orientale.



"Grotte naturali, architetture ipogee, cisterne, enormi recinti trincerati, masserie, chiese e palazzi, si succedono e coesistono, scavati e costruiti nel tufo delle gravine" scrive Pietro Laureano nel suo libro Giardini di pietra.



26 novembre 2012 Valentino AMBROSINI

I tesori dell'UNESCO: Milano, da
Santa Maria delle Grazie al
Cenacolo vinciano.


VISITA VIRTUALE A SANTA MARIA DELLE GRAZIE



22 novembre 2012 Roberto FIORANI

In viaggio con Don Cristobal Colon

(Genova, 1451-Valladolid, 1506).

 
1- ORIGINI E FORMAZIONE.



Colombo nasce a Genova nel 1451 da Domenico e Susanna Fontanarossa, umili tessitori. In famiglia 1 sorella (Bianchinetta) e 2 fratelli (Bartolomeo e Diego). Genova allora era una città di circa 50.000 abitanti, con grande tradizione marinara. Autodidatta per istruzione, marinaio in età giovanissima (14 anni). Uomo di “grande intelletto ma di poca istruzione” (amico religioso). Con le compagnie genovesi, in particolare la Ditta Centurione, traffica e lavora nei porti del Mediterraneo fino al 1477 (26 anni). Di statura alta, colorito sanguigno, occhi chiari. Sostenuto da una fede religiosa (cattolica) onnipresente, non priva di fanatismo e misticismo, mostrava una indomita convinzione nelle proprie idee e una infaticabile loquacità verbale e scritta. Invece di essere soddisfatto dei risultati ottenuti, si sdegnava per i torti subiti. Gli applausi non lo appagavano, le calunnie lo amareggiavano. Personalità complessa e un po’ “mattoide”!



Nel 1477 si trasferisce a Lisbona e inizia a navigare per le rotte già note del “Mare Oceano” (Atlantico): Islanda, Azzorre, Madeira, Canarie, Golfo di Guinea. Nel 1480 sposa Donna Felipa Moniz, figlia naturale di Bartolomeo Perestrello, piacentino, proprietario del Feudo dell’isola di Porto Santo, nell’arcipelago di Madeira. Da lei, morta prematuramente, avrà l’unico figlio legittimo Diego. Dalla popolana Beatriz Enriquez invece, nel 1488, il figlio illegittimo Fernando. Sarà lui a partecipare giovanissimo all’ultimo viaggio del padre, diventando poi illustre letterato e narratore anche della storia paterna.

 
2- CONOSCENZE GEOGRAFICHE NELLA SECONDA META’ DEL QUATTROCENTO IN EUROPA.



Sulla base classica della Geografia di TOLOMEO (Alessandria d’Egitto, II sec. D.C.) il mondo sarebbe stato una sfera perfetta, con una circonferenza all’equatore di circa 20.400 miglia (stima per difetto). La parte conosciuta si estendeva in una massa terrestre continua dall’estremità occidentale dell’Europa all’estremo limite orientale dell’Asia. Tra i due estremi era frapposto il “mare Oceano”, che si riteneva non molto esteso.



Dai racconti de “Il Milione” di MARCO POLO (fine XIII sec.) si apprendeva che al largo delle coste dell’Asia vi erano 1.378 isole. Inoltre, a 1.500 miglia, c’era l’isola dorata di Cipangu (Giappone). Il Milione è la cronaca di un viaggio a piedi dalla Turchia a Pechino, durato 3 anni e mezzo, con soggiorno in Cina per 17 anni. Contiene informazioni preziose e attendibili circa l’itinerario percorso e le osservazioni dirette; informazioni non attendibili per quanto riferito da ambasciatori e altri mercanti.



Nella mente di Colombo, già marinaio del Mediterraneo e ora ammiraglio del “mare Oceano”, matura il desiderio di esplorare tre possibili mete: Asia, Antipodi, altre isole sconosciute. A questo fine, nel decennio 1480-1490, oltre ai viaggi per mare, Colombo si dedica anche ai libri e alla cartografia.


3- ALLA RICERCA DI UNO SPONSOR (1484-1492).



Portogallo e Spagna sono i paesi europei più interessati, all’epoca, alla navigazione nel “mare Oceano” e a possibili scoperte di nuovi territori. Nulla di fatto nelle trattative con il re del Portogallo Giovanni II, tra il 1484 e il 1485. Quindi Colombo si trasferisce in Spagna alla fine del 1485 o all’inizio del 1486.



Tra il 1486 e il 1487 Colombo elabora una “proposta di traversata del mare Oceano” alla corte reale di Castiglia. Esaminata da una commissione di “savi uomini, dotti magistrati e uomini di mare”, la proposta viene inizialmente bocciata, ma a Corte nasce una “lobby colombiana” che inizia a lavorare mentre la monarchia è fortemente impegnata nella “Reconquista” contro i “Mori”.



Dopo qualche anno e molte fatiche la “lobby colombiana” riesce finalmente a varare un “piano operativo”. Il Tesoriere della Corona Aragonese, Luis de Santangel, mette a disposizione 1.140.000 maravedi (moneta spagnola, coniata in oro e argento, dalla dinastia araba degli Almoravidi). Il consorzio di Quintanilla ne raduna altri 500.000.



Il “via libera” alla spedizione da parte dei sovrani Ferdinando e Isabella arriva dopo la “reconquista” di Granada nel 1492. Con le risorse disponibili (1.500.000 maravedi, in quanto 140.000 erano il compenso personale di Colombo) vengono approntate 3 navicelle: SANTA MARIA, ammiraglia, PINTA, dei f.lli Pinzon, Nina, di Juan Nino. Martin Pinzon, braccio destro di Colombo, arruola dei volontari. Sono circa 88 uomini di equipaggio, distribuiti su 3 imbarcazioni, in parte baschi, in parte di Palos e Siviglia. Le provviste: acqua, vino, olio d’oliva, gallette di pane e farina, pesce salato, lardo affumicato e formaggi. Inoltre s’imbarca abbondante “chincaglieria” come merce di scambio. Con gli stemmi di Ferdinando e Isabella sulla vela maestra, Don Cristobal Colon, Grande Ammiraglio del mare Oceano, Vicerè e Governatore di tutte le isole e le terre (eventualmente) scoperte, è finalmente pronto a salpare.

 
4- PRIMO VIAGGIO (3 agosto 1492-marzo 1493).



Si parte da Palos, porto di Cadice, in direzione Canarie, su una rotta già nota e collaudata: un buon allenamento, nulla di più. Alle Canarie c’è il tempo di fare quattro passi sulla terraferma e ripristinare le vettovaglie. Il 6 settembre inizia la vera traversata, in direzione ovest, verso…l’ignoto!



Conoscenze astronomiche elementari, bussola, comunicazioni a viva voce, clessidre a sabbia rivoltate ogni mezz’ora per misurare il tempo. Tre navicelle in legno, con vele in parte quadrate e in parte triangolari, 88 temerari a bordo, bramosi soprattutto di oro e tesori in genere, durata della traversata 36 giorni. Timori principali: nessuna certezza per alcuno, neppure per Colombo; paura di non potere rientrare sani e salvi; contrasti tra Colombo e Pinzon per la rotta; timore di ammutinamento degli uomini di equipaggio. Nel testo “El primer viaje” (Bartolomeo de Las Casas), il 24 settembre 1492, 18 giorni dopo la partenza, si legge: “ era gran pazzia e un volersi dare la morte con le proprie mani, rischiare la vita per giovare ai folli disegni di uno straniero che era pronto a morire nella speranza di fare di se un gran signore”. E ancora: “ la cosa migliore era gettarlo una notte in mare e spargere la voce che era caduto mentre cercava di fare un rilevamento della stella polare col suo quadrante o astrolabio”. Un’annotazione di Colombo nel diario di bordo: “ mare alto, come non fu mai visto prima, tranne al tempo degli Ebrei quando fuggirono dall’Egitto seguendo Mosè”.



Alla fine della prima settimana di ottobre, dopo un mese di traversata, nasce un aperto contrasto tra Colombo e Pinzon per modificare la rotta. La controversia si attenua nei giorni successivi con l’avvistamento di detriti galleggianti e alcuni uccelli terrestri. Finalmente, alle 2 di notte di venerdi 12 ottobre 1492, il grido liberatorio: “tierra, tierra”!



Dov’erano finiti? Nell’arcipelago delle Bahama, più precisamente nell’isola subito ribattezzata da Colombo “San Salvador”, ma dai nativi chiamata “Guanahanì”. Colombo la descrive di aspetto gradevole, boscosa, ricca di acque e piante da frutto. Quanto ai nativi parla di “genti ignude”, fisicamente normali, di indole pacifica, incorrotti ma facilmente raggirabili (offrivano tesori in cambio di cianfrusaglie!). Dal 15 al 23 ottobre esplora altre 3 isolette vicine: Santa Maria de la Concepcion, Fernandina e Isabela. Il 24 ottobre approda a Cuba, scambiandola per l’isola di Cipangu (Giappone) e ne esplora l’interno. Il 20 novembre Martin Pinzon parte da Cuba in cerca d’oro, senza chiedere il permesso a Colombo che lo accusa apertamente di “ tradimento”! Colombo, a sua volta, lascia Cuba il 5 dicembre e scopre Haiti, ribattezzata Hispaniola. Il primo contatto con gli indigeni avviene nel nord dell’isola, a Port Paix. La vigilia di Natale 1492 c’è il naufragio della Santa Maria, l’ammiraglia, e Colombo rimane solo con la Nina. In accordo con il capo locale, Guacanagarì, decide di istituire a Puerto Navidad un presidio di 39 uomini, dediti alla ricerca dell’oro, in attesa di una nuova spedizione dalla Castiglia. Il 6 gennaio 1493 (befana!) ricompare Martin Pinzon con oro in abbondanza.



Il 16 gennaio si decide il ritorno a casa, con l’oro rimediato e alcuni indigeni imbarcati sulla Nina, la nuova ammiraglia. Ripartono quindi 2 caravelle con 49 uomini di equipaggio. Il 14 febbraio 1493 (San Valentino) una tempesta separa definitivamente le due caravelle. Il 18 febbraio 1493 la Nina approda alle isole Azzorre, già da allora colonia portoghese. Dieci uomini scesi a terra per fare provviste vengono arrestati dai portoghesi e Colombo fatica non poco a liberarli. Ripresa la navigazione, vento e altre tempeste portano la Nina a Lisbona. Il re Giovanni II, che conosceva Colombo e i suoi progetti, lo pose agli arresti. Nel frattempo la Pinta di Pinzon era approdata a Baiona, nei pressi di Vigo in Galizia e Martin era morto poco dopo essere giunto in porto. Colombo rimaneva il solo a potere rivendicare l’impresa. Rilasciato dai portoghesi, riprese il mare diretto a Barcellona dove l’attendevano i sovrani spagnoli (aprile 1493). L’accoglienza fu trionfale e Colombo mostrò a Ferdinando e Isabella l’oro trovato (soprattutto da Pinzon) e gli indigeni nei loro costumi tradizionali.

 
5- SECONDO VIAGGIO (1493-1496).



Confermato Grande Ammiraglio del mare Oceano, Vicerè e Governatore delle Isole da lui scoperte nelle Indie, Colombo comincia subito (maggio 1493) a preparare una nuova spedizione, questa volta in grande stile! Ben 17 navi, con la Nina come ammiraglia e circa 1.300 uomini di equipaggio, di cui 200 volontari e 20 cavalieri. Partecipa anche il fratello minore Giacomo, ribattezzato Diego Colon. Raduno e partenza, come in precedenza, dalle Canarie il 3 ottobre 1493 e arrivo a Dominica, Piccole Antille, il 3 novembre 1493. Scoperta di nuove isole (Puerto Rico, San Juan Bautista e Guadalupe) poi di nuovo a Hispaniola, verso il presidio di Puerto Navidad. Qui l’attende una brutta sorpresa! I 39 spagnoli del presidio, che si erano dedicati a rubare oro e infastidire le donne indigene, erano stati tutti uccisi! Colombo cerca di ricomprare l’amicizia del capo indigeno Guacanagarì regalandogli perline di vetro, coltelli, forbici, campanelli di latta, spilli, speroni e aghi. Fonda la prima città del nuovo mondo, Isabela, il 2 gennaio 1494. Poi, tramite due luogotenenti, Hojeda e Margarit, inizia l’aspetto meno nobile della colonizzazione con la deportazione e l’asservimento degli indigeni. Dal febbraio 1494, mentre Colombo si trattiene alle Antille, inizia un regolare traffico commerciale (e passeggeri) tra Hispaniola e la Castiglia.



Lasciata Hispaniola al fratello Diego e ai due luogotenenti, Colombo con una parte della flotta riprende l’esplorazione di Cuba e Giamaica fino al giugno 1494. Tornato a Hispaniola vi ritrova anche l’altro fratello Bartolomeo. Grande e coraggioso come esploratore Colombo mostra invece innegabili limiti come Governatore. La situazione gli sfugge di mano. Molteplici i fattori: difficoltà ambientali, pochezza di risorse, iniziative autonome dei luogotenenti, costruzione di fortilizi, guerra con gli indigeni che provoca moltissimi morti (50.000?), esazione di tributi, scontento di coloni e religiosi, contagio di sifilide. Tutto ciò determina una inchiesta giudiziaria dei sovrani spagnoli affidata a Juan Aguado nell’ottobre 1495. Colombo allora matura la decisione di rientrare in Spagna (marzo 1496) per meglio difendersi davanti alla Corte reale. Ma questa volta l’accoglienza è molto meno calorosa del primo rientro.



6-TERZO VIAGGIO (maggio 1498-settembre 1500).



Dopo circa 2 anni trascorsi a discolparsi, Colombo organizza una nuova spedizione, dividendo la flotta in 2 gruppi. Il primo diretto a Hispaniola, il secondo, comandato da lui, diretto più a sud, alla ricerca di nuove rotte e scoperte. Dalle Canarie si dirige verso l’isola di Capo Verde per poi virare a ovest. Su questa rotta Colombo incontra difficoltà maggiori per l’assenza di venti e le elevate temperature che causano avarie nelle provviste. Il 31 luglio 1498 sbarca a Trinidad, un’isola situata in prossimità del delta del fiume Orinoco, nell’odierno Venezuela. Proprio mentre naviga davanti alle coste venezuelane Colombo matura una convinzione: “credo che questo sia un grandissimo continente, rimasto fino ad ora sconosciuto”! Poi il 15 agosto 1498 si dirige a nord-ovest verso Hispaniola, anche a motivo della congiuntivite.



Appena ripreso il ruolo di Vicerè e Governatore scoppia la ribellione di Francisco Roldan e la lotta tra questi e Hojeda. Nuova inchiesta dei sovrani. Il loro inviato, Francisco de Bobadilla, nell’agosto 1500 fa arrestare Colombo e i suoi fratelli, Diego e Bartolomeo, e li rispedisce in Spagna in catene!



7- QUARTO VIAGGIO (maggio 1502-novembre 1504).



Nel febbraio 1502 Colombo chiede e ottiene dai sovrani di organizzare l’ultima traversata. Parte con sole 4 caravelle. Lo accompagnano i fratelli Bartolomeo e Diego e il figlio illegittimo Fernando, appena tredicenne. Scopo del viaggio era quello di “andare a perlustrare la terra di Paria”, riprendere cioè le esplorazioni nel mar dei Caraibi, interrotte nel terzo viaggio a causa della congiuntivite. Ormai i navigatori portoghesi avevano accertato che la parte continentale del Nuovo Mondo occupava gran parte dell’Atlantico meridionale. La traversata fu la più rapida di sempre: 21 giorni a partire dalle Canarie. Breve sosta al largo di Hispaniola per “divieto di sbarco” e subito una tempesta tropicale! A fine luglio 1502 Colombo raggiunge Islas de la Bahia, davanti all’Honduras. Da lì ritorna verso est costeggiando il territorio centro-americano fino a Panama. Molti uomini, compreso Colombo, si ammalano di malaria. Nel maggio 1503 altra tempesta tropicale e perdita di 2 navi. Ne rimangono solo 2 e per di più malconce. Colombo le descrive “con più buchi d’un favo d’api”!



E’ del 29 febbraio 1504 il curioso episodio dell’eclissi di luna. Predicendolo il giorno prima, Colombo intimorì gli indigeni e li indusse a sfamarli! Nuovo naufragio in Giamaica. Colombo invia il fido “secondo” Mendez in canoa a Hispaniola per chiedere aiuto. Il nuovo Governatore Ovando fa orecchie da mercante e la nave di soccorso arriva soltanto nel giugno 1504. Finalmente il rientro in Spagna nel novembre 1504. Colombo era così malconcio da potersi muovere solo in portantina. Il 26 novembre muore anche la regina Isabella, suo principale “sponsor”.

 
8- CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE.



• Gran viaggiatore in vita, Colombo continua a viaggiare anche…da morto! Sepolto all’inizio presso il monastero francescano di Valladolid, 20 maggio 1506, nel 1509 la sua salma fu trasferita nella cappella di famiglia a Siviglia. Alla morte del figlio legittimo, Don Diego Colon, i suoi resti furono trasferiti nella cattedrale di Santo Domingo (Hispaniola). Nel 1795, all’arrivo dei Francesi, nuovo trasferimento in territorio spagnolo a Cuba (L’Avana). Nel 1898 ultima trasferta verso la cattedrale di Siviglia, ove riposa tuttora.



• Nel 1507, appena 1 anno dopo la morte di Colombo, il professore tedesco Martin Waldseemuller propose che il nuovo continente si chiamasse America in onore di Amerigo Vespucci, navigatore fiorentino, da lui proclamato geografo pari a Tolomeo. In realtà Colombo aveva preceduto Vespucci di 1 anno sulle sponde del continente sudamericano. I due inoltre, Colombo e Vespucci, non solo si conoscevano ma si frequentavano pure. Sei anni dopo, 1513, il professore tedesco ritrattò la proposta e restituì a Colombo l’onore della scoperta, ma ormai… la “frittata” era fatta!



• Nel 1552 lo storico Francisco Lopez de Gòmara scrisse che la scoperta del Nuovo Mondo era il più grande avvenimento dopo la nascita di Cristo, ma negava i meriti di Colombo. Perché questo atteggiamento “ostile” contro Don Cristobal Colon? Perché nella prima metà del Cinquecento i giudizi degli storici furono fortemente influenzati dalla “lite giudiziaria” fra gli eredi di Colombo e i sovrani spagnoli riguardo al mancato adempimento delle promesse reali del 1492.



• Altro elemento sfavorevole le esperienze contraddittorie come Governatore che, tuttavia, nulla tolgono al genio e al coraggio del navigatore.


Roberto Fiorani

Graziella PICCHI

Deceduta nel 2017, Graziella Picchi si è laureata in Sociologia dopo una solida preparazione in scienze agrarie. E' nota ai cultori della ricerca gastronomica per le sue indagini sociologiche sul territorio, in collaborazione con L'Istituto Nazionale di Sociologia Rurale, finalizzate alla redazione dei volumi dell'Atlante dei prodotti tipici dedicati al pane, ai formaggi, ai salumi, alle conserve e alle erbe. Gli studi hanno messo in evidenza il rapporto esistente tra la qualità ambientale e quella dei prodotti agroalimentari con particolare attenzione all'insostituibile ruolo che  uomini e animali hanno nella conservazione dell'integrità territoriale. 

Maddalena SCOTTI

Maddalena Scotti è nata a Milano ma vive a Cagli dal 2008. Laureata in Biotecnologie Industriali presso l’ Universita’ Statale degli Studi di Milano-Bicocca, è iscritta all’Associazione Nazionale Biotecnologi Italiani e all’Albo dei Biotecnologi dal 2004. Attualmente lavora con un contratto a progetto presso l' ISTITUTO DI CHIMICA BIOLOGICA " Giorgio Fornaini"- UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI URBINO "Carlo Bo"; il laboratorio è del Prof. Magnani, attività: ricerca inerente l'HIV.
In precedenza, dal 2001 al 2007, dopo aver partecipato a vari corsi post-laurea,  ha svolto intensa attività di ricerca in equipe negli ambiti della Medicina Molecolare, della Biologia Cellulare e Biologia Molecolare, partecipando quale correlatrice a vari Congressi-Abstracts e contribuendo a un notevole numero di pubblicazioni in riviste specializzate internazionali. Sede di lavoro Segrate (MI) presso il laboratorio del CNR diretto dalla Dott.ssa Ileana Zucchi, braccio destro in Italia del  Pemio Nobel  Renato Dulbecco. In seguito ha collaborato presso una società di Fano che si occupa di import-export di carta da macero – carta.
Ha molteplici interessi, fra i quali: pianoforte, teatro, mostre d’arte, decoupage, pattinaggio sul ghiaccio.

Giannicola DE SANCTIS


Giannicola De Sanctis è nato e vive a Cagli. Fin da ragazzo ha amore per il teatro, il cinema, la musica e qualsiasi forma di spettacolo. Predilige il teatro comico e la commedia.
Ha continuato a coltivare la sua passione per  il palcoscenico dall’eta’ adolescenziale fino a quella matura, partecipando a numerosi Laboratori di teatro. Ha curato la regia e l’allestimento di spettacoli di gruppi locali, ha partecipato come interprete in diverse rappresentazioni di commedie d’autore (Feydeau, Campanile, Dario Fo, Salemme). Si è reso promotore, assieme ad altri appassionati, della nascita di una Compagnia teatrale cagliese, La Pioletta, che tutt’ora opera a Cagli. Ha partecipato a diversi progetti tra cui Festival Beckett nel 2007 e Cagli Festival Gaber nel Febbraio 2008. Gli sta molto a cuore quanto viene organizzato nella realtà teatrale cagliese, presso la meravigliosa struttura del Teatro Comunale di Cagli, che offre annualmente agli appassionati, stagioni di notevole valore artistico.

Tersicore PAIONCINI

Nata a Cagli, appartenente ad una numerosa famiglia, Tersicore Paioncini Ubaldelli, Insegnante elementare, ha seguito nella sua impegnata carriera scolastica diversi corsi di aggiornamento culturale organizzati dal Distretto Scolastico. È pensionata dal 1991. E’ amante dell’arte, del bello e della musica.
Nel 1989 ha conseguito il titolo di “Guida Turistica” a seguito di un corso tenutosi presso la “Pro Loco” di Cagli con docenti specializzati. Indi si è appassionata a tutte le conoscenze generali della Storia dell’Arte e specificatamente a quelle storiche ed artistiche locali con approfondimenti e studi personali su vari testi antichi e contemporanei.
Negli anni 2000 e 2001 ha frequentato, con tesina e diploma finale, due “Corsi di Formazione per Operatori Beni Culturali Ecclesiastici” promossi dalla Conferenza Episcopale Marchigiana in collaborazione  con la Pontificia Università Lateranense e l’Istituto Teologico Marchigiano, svolti presso la sede di Fano e sostenuti da insigni professori universitari. Ha potuto così allargare ancor più le proprie conoscenze ed i suoi interessi con studi, letture, visitando luoghi, città e mostre.
Fa parte di varie istituzioni di volontariato della città quali Pro Loco, Associazione San Vincenzo de Paoli, FAI, UNILIT;  di quest’ultima è collaboratrice, docente e frequentatrice da molto tempo.
Da anni esercita il servizio di Guida Turistica incaricata dalla Pro Loco per la Città di Cagli e dintorni.
È guida disponibile nelle annuali “Giornate FAI di Primavera” promosse dalla delegazione di Pesaro nel territorio di Cagli.
Ama molto la sua città. Convinta che la cultura sia anche nei piccoli appuntamenti, con le sue spiegazioni ricche di notizie e di particolari, suscita coinvolgimento ed entusiasmo.
Collabora con le Istituzioni locali in occasione di mostre e di eventi culturali.
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Stefano PAPETTI

Marchigiano di origine, ma fiorentino di studi, Stefano Papetti è Direttore delle Raccolte Comunali di Ascoli Piceno.
Docente di storia dell'arte moderna presso il corso per operatori dei beni culturali dell'Università di Macerata è dal 1996 vicepresidente Regionale del Fondo Ambiente Italiano e Direttore del Centro Studi sui Giochi Storici.
E' Socio Onorario dell'Associazione per le Dimore Storiche Italiane e membro dell'Accademia Marchigiana di Lettere, Scienze ed Arti.
Autore di molti saggi ed articoli relativi all'arte marchigiana dal XIV al XIX secolo, apparsi su prestigiose riviste (Paragone, Notizie da Palazzo Albani, FMR) ha svolto negli ultimi anni un'intensa attività nell'organizzazione di alcune importanti mostre tra le quali ricordiamo quelle per il Cinquecentenario della morte di Carlo Crivelli per il Bicentenario della nascita di Giacomo Leopardi e le iniziative dedicate al Gotico nelle Marche delle quali ha curato anche i relativi cataloghi editi da Marsilio ("Il tempo del bello"; "Leopardi ed il Neoclassico fra Marche e Roma") e da Mazzotta ("Lorenzo e Jacopo Salimbeni e la civiltà tardo gotica nelle Marche").
Ha partecipato alla realizzazione di numerose pubblicazioni relative ad alcuni aspetti poco conosciuti dell'arte marchigiana con particolare riguardo all'iconografia sacra ("L'iconografia della Madonna di Loreto nell'Arte"; "Il culto e l'immagine", premiato nel 1999 con l'assegnazione del premio Frontino-Montefeltro), alla storia del collezionismo ed alle arti minori ("La maiolica ad Ascoli dal Neoclassicismo al Decò"; "La scultura lignea nelle Marche", premiato nel 2000 con l'assegnazione del premio Frontino-Montefeltro).
Tra le sue pubblicazioni a carattere monografico ricordiamo: "Fermo" per la collana Gran Tour dell'Editore Franco Maria Ricci, "Vittore Crivelli e la pittura marchigiana del suo tempo" edito da Federico Motta nel 1997 e presentato da Federico Zeri, "I Papi marchigiani" di recente uscita nell'ambito delle iniziative giubilari con il contribuito delle Fondazioni delle Casse di Risparmio marchigiane.
E' Presidente della Commissione Arte e Cultura dell'Associazione Culturale "Bichi Reina Leopardi Dittajuti" e cura personalmente le schede tecnico-artistiche e la presentazione dei luoghi dove si svolgono i Concerti proposti dall'Associazione.
La Regione Marche deve molto all'opera di attento studioso delle arti locali del Prof. Papetti cui va anche il merito di aver contribuito, in maniera determinante, alla salvaguardia ed alla valorizzazione di una parte considerevole del patrimonio artistico regionale.

19 novembre 2012 Alberto MAZZACCHERA

Il ceto nobiliare e i palazzi di Cagli.





Carlo MIGANI

Carlo Migani è nato a Cattolica ed ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza a Rimini; dei molteplici aspetti della cultura romagnola egli si identifica in quelli espressi dal mondo di Federico Fellini e Tonino Guerra.

Alla fine degli anni ’60 comincia a frequentare Urbino dove, presso la Scuola del Libro, è allievo di prestigiosi maestri quali Pietro Sanchini, Dante Panni, Carlo Ceci, e dove è influenzato dalle lezioni di stile degli incisori Leonardo Castellani e Umberto Franci o dell’illustratore di libri per ragazzi Francesco Carnevali. Urbino diverrà la sua seconda patria, affascinante per il fermento culturale ed artistico che ispirava i romanzi di Paolo Volponi ed era animata dalla presenza, negli anni ’70, di attori e drammaturghi come Dario Fo e Carmelo Bene, scrittori e filosofi come Umberto Eco, cantautori come Francesco Guccini, pittori come Salvatore Fiume, Remo Brindisi e Piero Dorazio, scultori come Umberto Mastroianni ed altri ancora.

Dal 1974 Migani si dedica alla stampa di edizioni d’arte in serigrafia per alcuni tra i più grandi maestri del ‘900, italiani e stranieri, con i quali collabora traendone preziosi insegnamenti. L’esperienza prosegue ancora oggi con le Edizioni del Punto Grafico, dove Migani pubblica anche le proprie acqueforti e serigrafie.

Nel 1995 ha realizzato il fumetto “Cuore di nebbia”, presentato a Urbino presso la galleria Paolini-Nezzo ed a Pesaro presso la Biblioteca Einaudi.

Pittore, incisore, scultore, cesellatore, orafo, nel corso della sua carriera artistica Carlo Migani ha esposto in numerose occasioni, tra mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Ha ricevuto importanti riconoscimenti e sue opere figurano in collezioni pubbliche e private.

Insegna Arti della Stampa presso la Corte della Miniera di Urbino e tiene corsi di Storia, di Storia dell’Arte e di Tecniche Figurative per il Fondo Sociale Europeo e presso l’UNILIT.

Vive a Castelcavallino, immerso nello straordinario paesaggio urbinate dominato dalla pieve romanica che fu dimora di Fra Carnevale.

Normando LOMBEZZI

Insegnante di lettere, studioso del folclore e di tradizioni popolari.

Attualmente collabora con emittenti televisive e quotidiani locali toscani, nonché riviste e periodici nazionali. Tra i suoi numerosi saggi su queste tematiche , in via di pubblicazione per le Marche, c'è da ricordare "Amore, fidanzamento e matrimonio nella tradizione contadina dei territori del Catria e Monte Nerone".

15 novembre 2012 Piero BENEDETTI

UN MONDO MIGLIORE E' POSSIBILE

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Massimo IZZO

Nato a Napoli, dal 1990 vive a Fano. È laureato in Ingeneria Navale, ma durante uno dei suoi primi viaggi di lavoro rimane affascinato dall'imponenza e ricchezza culturale della civiltà egiziana. Inizia, di conseguenza, un'appassionato studio della cultura dell'Antico Egitto che lo porterà dagli studi amatoriali al conseguimento di una Laurea in Archeologia dell'Egitto e Vicino Oriente presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della città di Pisa.


Seguono quindi gli studi di Specializzazione in Archeologia Egiziana presso la stessa Facoltà sotto la cura dell'egittologa Prof.ssa Marilina Betrò.


Ha redatto una tesi di specializzazione riguardante il mondo iconografico dell'Egitto Predinastico.


Ha partecipato a varie campagne di scavo archeologico a Tebe (Luxor) , Tomba del sacerdote Huy "TT14", come membro della missione archeologica dell'Università di Pisa, nella doppia veste di ingegnere ed egittologo.


Ha tenuto come docente, negli anni accademici 2005/6, 2006/7 e 2007/8 alcuni corsi di 15 ore ciascuno in materia di egittologia e storia del Vicino Oriente presso l'Università dell'Età Libera di Pesaro, rivolti alla divulgazione al largo pubblico degli appassionati di storia non specializzati .


Avendo scelto il settore della divulgazione come sbocco professionale, ha attualmente in fase di redazione alcuni testi rivolti ad una nuova forma di diffusione dell'informazione storica al grande pubblico, più attenta del consueto al valore archeologico del contenuto ed all'aggiornamento.


I settori di competenza per lo studio e la ricerca, nonché le tematiche dei suoi corsi e conferenze, si identificano quindi in: Egittologia, Storia della Mesopotamia, Preistoria del Vicino Oriente ed Archeologia Biblica.

Paolo ERCOLANI

Paolo Ercolani (Roma, 1972). Allievo di Domenico Losurdo, svolge attività di ricerca ed insegna materie filosofiche e sociologiche presso l’Università di Urbino “Carlo Bo”. Da anni si occupa di storia contemporanea, di confronto tra le principali tradizioni filosofico-politiche e di teoria dei nuovi media. E’ autore di volumi che hanno suscitato un vivace dibattito in ambito nazionale e internazionale su Hayek (“Il Novecento negato”), su Tocqueville (“Un ateo liberale”) e sull’età di Internet (“System Error. La morte dell’uomo nell’era dei media”), oltre a numerosissimi saggi sulle principali riviste scientifiche di ambito filosofico. E’ iscritto all’Ordine nazionale dei giornalisti ed è redattore di “Critica liberale” e “Critica marxista”. E’ di ritorno da un tour nelle principali Università europee in cui ha avuto modo di confrontarsi con alcuni dei massimi studiosi sulla nuova epoca aperta dalla nascita della “Società in Rete”. Il suo ultimo libro dal titolo "L'ultimo Dio. Internet, il mercato e la religione stanno costruendo una civiltà post-umana", con la prefazione di Umberto Galimberti, oltre che in ambito locale, è stato presentato anche in città quali Roma, Torino, Genova e Cesena, accendendo il dibattito, sulla stampa nazionale e fra i lettori. «La nostra è l’epoca in cui grazie a Internet ci sentiamo onnipotenti – scrive Paolo Ercolani – pensiamo di essere informati su tutto ma non sappiamo nulla, conosciamo migliaia di persone con cui siamo in relazione virtuale, ma rimanendo di fatto nel chiuso della nostra stanza, davanti a uno schermo piatto che ci offre una vita fittizia. Lasciando così ai poteri forti campo libero per fare quello che vogliono nella vita reale. Una vita reale da cui siamo fuggiti per rifugiarci nel virtuale, come una volta ci rifugiavamo nella televisione o nella speranza in un Aldilà».




Giacinta CHIAPPINI

Nata a Civitanova Marche (MC), non aveva ancora compiuto due anni quando lo zio, Achille Chiappini, venuto a trovare il padre di lei che stava male, la portò a Cagli, dove egli risiedeva con la moglie e dove prestava servizio nella locale Caserma dei Carabinieri con il grado di maresciallo. Di lì a pochi giorni il padre morì; allora la madre, dopo aver sistemato le cose a Civitanova, la raggiunse per prenderla e trasferirsi entrambe a Roma dove il  fratello di Giacinta, già sposato, risiedeva. Dovevano stare a Cagli pochissimo, circa tre mesi. Nel frattempo andarono ad abitare nella casa di Maria Vivani, soprannominata “Maria del Disegno” perché disegnava corredi, capi di abbigliamento, ecc.; ma come fu, come non fu, allo scadere dei tre mesi la madre decise di non trasferirsi, così rimasero a Cagli dove ancora Giacinta si trova e dove abita la stessa casa che Maria Vivani, in seguito, le lasciò in eredità.

A Cagli ha frequentato le scuole elementari e medie, poi è andata in Urbino per frequentare l’Istituto Magistrale; lì ha alloggiato presso il collegio “Laura Battiferri” gestito dalle suore “Maestre Pie Venerini” e nel 1962 si è diplomata.

Per guadagnare qualcosa e, soprattutto, per potersi preparare all’esame di concorso seguendo le lezioni di un professore pesarese, andò a lavorare come istruttrice nel collegio “Zandonai” di Padre Damiani a Pesaro. Furono tre anni duri, difficili ma anche proficui, perché finalmente, nel 1967, vinse il concorso magistrale ed entrò di ruolo.

Ha insegnato per alcuni anni in frazioni dei Comuni di Cagli e di Acqualagna, poi, dal 1979, a Cagli capoluogo, fino al 1999, quando è andata in pensione.

Cattolica praticante ed impegnata in parrocchia, da anni è catechista e fa parte di alcune associazioni di volontariato. E' anche “priora” del “Terz’ordine domenicano” di Cagli.

Ha molti hobby; anzi, troppi, dice lei. Soprattutto le piace molto leggere e viaggiare; ha visitato tantissime nazioni europee ed extraeuropee. Adora i paesi del Medio Oriente: caldi, con le loro atmosfere, la loro confusione, i loro colori; Israele, la Giordania, la Libia, il Marocco, la Tunisia, le sono entrati veramente nel cuore, per non parlare dell’Egitto con la sua affascinante civiltà. Forse è una questione di geni, di DNA, essendo sua madre nata a Tunisi da genitori siciliani.

La città che comunque ama di più è Roma. Ha lì la sua famiglia: le due nipoti, splendide che ama molto e di cui è orgogliosa. La grande, Guglielmina, è insegnante di lettere in un istituto tecnico; l’altra, Maria Grazia, è medico e dirige il reparto di emodialisi presso l’Ospedale “Fate bene fratelli”, sull’Isola Tiberina. Con loro, o qualche volta da sola, va sempre alla ricerca di luoghi “insoliti”, “particolari”, poco conosciuti, lontani dai consueti giri turistici.

Da quando è in pensione frequenta l’UNILIT, l’Università della Terza Età, della quale fa parte del Comitato Operativo; è per lei un modo piacevole di incontrare persone, di seguire lezioni interessanti, di mantenersi in contatto con la vita sociale cittadina.


Alberto FERRETTI

Si è laureato in Scienze Geologiche presso l’Università degli Studi di Milano discutendo la tesi sullo strato-tipo del Domeriano. Docente nelle scuole medie e geologo libero professionista, ha continuato nell’Appennino umbro-marchigiano le ricerche iniziate con la tesi pubblicando i suoi primi lavori nella Rivista Italiana di Paleontologia e Stratigrafia e successivamente in riviste francesi e svizzere con le quali ancora collabora.

Le sue ricerche riguardano in particolare la biostratigrafia ad ammoniti del Giurassico. In due anni accademici ha tenuto corsi brevi sulla paleontologia delle ammoniti presso l’Università degli Studi di Urbino.

È interessato alla storia della geologia nelle Marche cui ha dedicato alcune pubblicazioni tra le quali, ultima, quella su antiche ricerche minerarie di ferro, rame, argento ed oro tra Marche ed Umbria (Editore Paleani – Cagli). Diversi articoli su argomenti delle Scienze della Terra sono stati inoltre dedicati alla divulgazione scientifica.

È stato fra i promotori dei convegni “Fossili, evoluzione ed ambiente” di Pergola; ha curato la realizzazione di pannelli didattici per il Museo dei fossili di Apecchio e la classificazione delle ammoniti della Riserva Naturale Statale del Furlo.

I DOCENTI DELL'ANNO ACCADEMICO 2012 - 2013


Valentino AMBROSINI

Klodiana BABO

Ivana BALDASSARRI

Gabriele BARUCCA

Leonello BEI

Piero BENEDETTI

Maurizio BOLOGNINI

Mauro BOLOGNINI

Pio BRACCO

Gilberto CALCAGNINI

Giacinta CHIAPPINI

Bonita CLERI

Elisabetta COSTANTINI

Stefano COTRONEO

Ferdinando DE ROSA

Franco DE ROSA

Giannicola DE SANCTIS

Ninel DONINI

Paolo ERCOLANI

Alberto FERRETTI

Sante FINI

Roberto FIORANI

dom. Salvatore FRIGERIO

Gabriele GERBONI

Giancarlo GORI

Massimo IZZO

Maria LENTI

Normando LOMBEZZI

Roberto MANTOVANI

Alessandro MARCHI

Alberto MAZZACCHERA

Carlo MIGANI

Pietro MIGLIACCIO

Laura MUNCACIU

Tersicore PAIONCINI

Stefano PAPETTI

Alessandro PETROLATI

Graziella PICCHI

Gian Luca RAGGI

Alessandro RIGI LUPERTI

Lia SAMPIETRO

Giulio SANTOLERI

Rachele SARAGA

Maddalena SCOTTI

Silvia SINIBALDI

Dario TOCCACELI

Davide TONTI

Matilde TOSETTI

Marco Leopoldo UBALDELLI

Mina WELBY

Edoardo VIRGILI



E ALTRI DOCENTI DISPONIBILI IN DATE DA DEFINIRE

Mario BORGHI

Michele DE SANCTIS

Lenina DONINI


Marco REALI

Alessio TORINO





12 novembre 2012 Ivana BALDASSARRI




Marta Abba e Luigi Pirandello: l’ambiguo gioco delle parti.



Quando si incontrarono per la prima volta, Marta non aveva ancora 25 anni e Pirandello doveva compierne 58.


Il Maestro l’aveva scritturata senza conoscerla, perché la giovane attrice, che si era distinta fra gli allievi dell’Accademia dei Filodrammatici, era stata lodata da Marco Praga, il più esigente dei critici di allora.

«Io arrivai a Roma accompagnata da mia madre. Era il primo viaggio verso la compagnia con la quale avrei poi dovuto fare la tournee. Sul palcoscenico semibuio intravidi alcune persone; una, era un signore coi capelli d’argento e il pizzetto bianco, piuttosto curvo. Entrai in palcoscenico e qualcuno disse ad alta voce, «È Marta Abba».

Pirandello allora scattò dalla poltrona e mi venne incontro con quella sua stupenda vitalità: non pareva vecchio!

«Mi strinse ripetutamente la mano e mi disse: “Benvenuta signorina, siamo contenti che sia arrivata!”».

Così descrive Marta Abba il suo primo incontro con Luigi Pirandello; fra loro c’era stata solo una lettera formale di poche righe che sarà la prima di 560 lettere che Pirandello le scrisse fino il 1936, anno della suo morte.

Marta gli rispose solo 238 volte.

L’epistolario di Pirandello e Marta Abba è un corposo carteggio che l’Abba donò all’Università di Princeton nel New Jersey che verrà pubblicato integralmente solo nel 1994 da Mursia col titolo di “Caro Maestro, lettere a Luigi Pirandello 1926-1936”: mentre “Le lettere di Luigi Pirandello a Marta Abba” fu pubblicato del 1995 da Mondadori e contiene solo le lettere scritte dal drammatur-go all’attrice.

La pubblicazione dei due epistolari avvenne così tardi perché per decenni l’attrice aveva meditato sull’opportunità di mettere a disposizione degli studiosi quei documenti e continuava a ri-mandare ogni decisione, combattuta fra il desiderio di rivelare al mondo un Pirandello intimo e ancora sconosciuto e il pudore d’infrangere il velo del riserbo sul loro rapporto.

Nel 1985 all’età di 85 anni finalmente l’attrice si mise in contatto con l’Università di Princeton che fu ben disposta ad accettare la donazione garantendone la conservazione e la pubblicazione da parte della stessa Università.

Non si pensi che l’epistolario di Pirandello sia il classico epistolario tenero e amoroso come quello di Kafka o di Majakovskij: le sue lettere non sono che poveri sfoghi di un grandissimo letterato, di un autentico gentiluomo siciliano, di un uomo correttissimo e all’antica che aveva un profondo pudore a esternare i sentimenti che pur gli esplodevano dentro: Pirandello aveva la consapevolezza esasperata della propria età e dei limiti che una personalità come la sua gli ponevano; era anche conscio che la fama internazionale di cui godeva, attirava su di lui l’attenzione del mondo; non possedeva armi di spregiudicatezza o di arroganza o di scetticismo che lo aiutassero a dominare situazioni anomale, era inoltre ossessionato dall’incombere della vecchiaia. Scriveva: «Muoio perché non so più che farmene della vita» oppure «In questa feroce solitudine non ha più senso vivere» oppure «non trovo più requie e sento che mi manca il respiro!».

Sono i fantasmi sessuali che per la prima volta rivendicano e senza infingimenti, il loro diritto a manifestarsi e quando lo scrittore immagina Marta a letto o quando la rimprovera solo perché si toglie una scarpa in pubblico, o quando la vede ridere gettando all’indietro il capo, confessa che vorrebbe essere un musicista per esprimere il tumulto del suo cuore, rivelando il suo desiderio de-viato, la sua passione stravolta e l’incapacità di dominare una situazione di quel genere.

Marta Abba da quel primo incontro in palcoscenico del 7 febbraio 1925, diventa subito per Pi-randello l’amore ossessione, l’amore ispiratore di ogni suo dramma teatrale, anche se non diventerà mai la sua amante.

Molti asseriscono che Pirandello senza l’esperienza Abba, non avrebbe scritto né “I giganti della montagna” né le ultime sue opere che prima le dedicò e poi le lasciò in eredità; ma è certamente vero che Marta Abba divenne avidissima custode di tutto quel ben di Dio, opponendosi a ogni rappresentazione teatrale che non fosse ben pagata, magari avvalendosi dei tribunali fino alla morte.

L’attrice, nell’animo delirante di Pirandello, assume il ruolo di “Santa guida”, di “consigliera infallibile”, “di assoluta e unica ispiratrice”, diventa cioè colei che con la sola sua presenza sia fisica che spirituale, o solo attraverso una lettera o un telegramma lo può salvare dalla depressione ridonandogli la vita.

Uno sguardo o una sola parola di lei diventa un alito di vita indispensabile, e quando questo alito di vita non gli arriverà più perché Marta rimarrà in America, troppo lontana per un qualsiasi rapporto diretto, Pirandello non avrà più la forza di lottare contro la depressione e l’angoscioso senso di solitudine che lo attanaglia già da molti anni.

Quando Luigi Pirandello conosce la bella attrice milanese, la sua esistenza era già passata attraverso vicende difficili e dolorose assieme all’alternarsi di grandissime soddisfazioni nella carriera di romanziere e di autore teatrale: aveva vissuto già tutto il bello e il brutto che una vita inten-sa e ricca, riserva.

Da giovane aveva sposato Maria Antonietta Portolano, agrigentina come lui; era stato un matrimonio un po’ combinato e un po’ d’amore: Maria Antonietta era, rispetto a lui, una donna semplice cresciuta in Sicilia in un ambiente chiuso e sessuofobico di orizzonti assai limitati.

Quando si trasferiranno a Roma, Antonietta non riesce ad integrarsi, si chiude sempre più in se stessa rifiutando anche quei normali rapporti sociali indispensabili alla vita di lui: avranno tre figli e Antonietta amò profondamente e visceralmente Luigi tanto che fu proprio l’esclusività quasi irragionevole di questo amore a perderla per sempre: sentiva ogni momento di più che quel marito così appassionatamente amato non le apparteneva: cominciò ad essere ossessivamente gelosa fino ad accusarlo di incesto con la loro figlia Lietta. Nel 1919 Antonietta verrà ricoverata in una casa di cura romana per malattie mentali.

Quando Pirandello incontra e si innamora di Marta Abba è un uomo profondamente segnato da queste terribili esperienze e anche dalla celebrità che ha fatto di lui una figura di grande spicco nel mondo delle lettere e del teatro.

L’apparizione di questa splendida attrice venticinquenne dai capelli rossi fiamma, gli rimescola tutte le carte facendogli intravedere la possibilità di un rapporto-dialogo pieno e profondo, che gli era assolutamente mancato con sua moglie: Marta è un’artista intelligente e curiosa e quindi capace di sostenerlo e di farsi sostenere.

La storia del teatro ricorderà Marta Abba come la più grande interprete dei personaggi pirandelliani : intraprese la carriera d’attrice con passione sincera rivelata dalle sue stesse parole scritte e dette.

“Il poeta – diceva l’Abba – ha per materia le parole, lo scultore il marmo, il pittore i colori, il musi-cista suoni e strumenti; la materia dell’attrice è solo se stessa. Per realizzare un’immagine, un ri-tratto, un sentimento l’attrice opera solo su se stessa. E’ lo strumento della sua musica interiore: si scolpisce, si modella da se stessa. Questo terribile e angoscioso lavoro è la sua gloria e la sua pena maggiore.

Sarà questo il mio modo di essere attrice, vivere nel teatro tutto ciò che la vita mi vieta, tutte le passioni che la realtà non mi concede, tutte le grandezze eroiche,le colpe fatali, le gioie sublimi, i sogni, le chimere, le speranze e le certezze che a me, donna, debbono forse per sempre essere negate!”

Anche Marta Abba, forse sulla scia dello strano e contraddittorio astrattismo riflesso da Pirandello sui suoi personaggi, cerca di costruirsi un suo particolare universo scenico; diceva ancora :

“ Io vivo solo di teatro e per il teatro. Il resto non mi interessa se non quando può darmi un mezzo in più per esprimere un lato della verità che chiarifichi e depuri la mia sensibilità di donna; anzi cer-co in tutti i modi di esserlo nel più infinito,ampio e molteplice dei modi, una donna completa nel teatro anche se poi avverrà che nella vita monca ed imperfetta, sarà la mia sensitiva anima femminile ad avere l’ultima parola!

Se non posso essere per legge di natura, tutte le donne, voglio almeno rappresentare tutte le donne perché solo così potrò essere una vera attrice e non una commediante!”

Pirandellismi psicoanalitici o istintiva e sincera ricerca di se stessa?

Per Pirandello fu consequenziale concepire per lei il delirio di un amore specialissimo, quasi un sodalizio intellettuale e passionale che gli stravolse la vita con accentuate sfumature di vero e proprio perdimento; fu in verità uno straniamento, una passione allucinata, un amore incompleto e mai ricambiato.

Forse Pirandello incontrò Marta troppo tardi e in circostanze morali e giuridiche tali fa renderne comunque impensabile una realizzazione alla luce del sole complicata dalla mentalità siciliana, dal pudore personale di lui nell’esternare i sentimenti più intimi e dalla consapevolezza amara e lacerante dell’incombere della vecchiaia.

Nonostante tutto Pirandello si innamora follemente di questa attrice giovane, fascinosa, intelligente, ambiziosa e bellissima.

Le sue 560 disperate, noiosissime, ossessive lettere a lei indirizzate sono i fantasmi del suo attorcigliato modo di elucubrare su ogni cosa, sono i lamenti di un povero genio che non sa affrontare la propria realtà.

Lui stesso rispondendo ad un’intervista scriveva: «Voi desiderate da me una nota biografica e io mi trovo assai imbarazzato a fornirvela per la semplice ragione che ho dimenticato di vivere, l’ho dimenticato al punto da non saper dire niente della mia vita! Potrei forse dirvi che non la vivo la vita io, io la vita la scrivo!»

Antitesi tra vita e forma, tra essere e divenire, tra sostanza e apparenza: è la vera tematica pirandelliana che può essere interpretata come rappresentazione del dissolvimento della persona, già un anticipo di “Uno, nessuno e centomila” l’ultimo dei suoi romanzi, tra il vivere e il vedersi vive-re nell’emblematica e struggente ricerca di sé.

Anche con Marta fu un amore più scritto che vissuto e proprio questo fu la sua vera anomalia.

«Se tu mi togli il bene della mia Marta, mia, mia, io muoio! Perché il bene della mia Marta è tutta la mia vita per te, perché tutta la mia vita sei tu!»

Prigioniera, imperatrice e despota nella mente di Pirandello Marta Abba, la fascinosa attrice detta “la Garbo del teatro”, permise a Pirandello di scrivere per lei e secondo lei, ma non divenne mai la sua amante.

Nessun dottrinario del sesso saprebbe dimostrare che se Marta lo avesse amato davvero, Pirandello non avrebbe scritto “I Giganti della montagna” e tante altre preziose opere che le dedicò incondizionatamente e che poi le lasciò in eredità. Marta divenne l’arcigna e avidissima custode di tutto quel ben dell’intelletto, opponendosi ad ogni rappresentazione teatrale che non fosse ben pa-gata, frequentando i tribunali fino alla sua morte avvenuta il 24 giugno 1988 alla vigilia del suo 88esimo compleanno, 52 anni dopo la morte del Maestro.

Donna pratica e concreta, figlia di un commerciante lombardo, Marta non fu mai la diva moderna e carnale tendente al femminismo esasperato e dimostrativo, anzi più il Maestro si accartoc-ciava spasmodicamente in quel suo petrarchismo, più egli subiva ed esibiva i turbamenti del suo cuore frustrato, più si arrovellava sull’insubordinazione del lancinante desiderio di lei, e meno Marta gli dava retta.

Più la passione di lui diventava delirante e teatrale più lei diventava indifferente e lontana come se avesse capito che dietro tutte quelle dimostrazioni esasperate ed esasperanti Pirandello non sapeva amare nessuno e cercava quasi in maniera maniacale un rapporto tutto di testa con se stesso e mai con una donna vera.

Nel loro lungo epistolario, infatti, Marta non risponde mai alle deliranti invocazioni di lui né ai suoi insistiti languori; Marta si sottrae con superiore indifferenza alla cronaca ribadita della sua disperazione, al canto tragico e masochistico della sua magniloquenza.

Marta dandogli sempre gentilmente del Lei e chiamandolo sempre Maestro gli risponde elencando mille questioni pratiche, soldi, attori, teatri, compagnie, date, raffreddori e viaggi, permettendosi perfino di commentare i suoi lavori teatrali. E’ come se volesse spingerlo a rinunciare al suo esasperante e contorto desiderio, dimostrandogli una vera indifferenza amorosa.

Marta non lusinga, non eccita, non gioca al gatto e al topo, ignora semplicemente l’erotismo, la gelosia, la passione di quell’innamorato celeberrimo, infelice e premuroso. Ma intravedendone i tesori pratici ed economici, diventa la padrona assoluta del teatro e della vita di lui.

Per 10 anni Marta Abba domina totalmente Pirandello col suo rispettoso e razionale “non amore”, col suo charme attoriale, con quella sua crudele “lontananza” anche se erano spesso insieme nei viaggi, nelle tournee e negli alberghi.

Vennero anche a Pesaro insieme nell’ottobre del 1926 per inaugurare il bellissimo “Cinema Teatro Duse” di via Petrucci con la rappresentazione dei “Sei personaggi in cerca d’autore”. Fu un vero evento per la città.

La celebrità dello scrittore e la bellezza dell’attrice costituivano già un accoppiamento pruriginoso e interessante. Lei elegantissima con cappottino corto e attillato e una “cloche” di panno che le nascondeva tutti i capelli; lui con completo grigio e borsalino a larghe falde; girarono per la città per una intera settimana ospiti di autorità e aristocratici e mia zia Isora, che si doveva sposare l’anno dopo, ordinò alla Bolognese un completo da viaggio proprio come quello di Marta Abba.

Eppure una piccola frase di una lettera scritta da Pirandello a Marta nell’agosto del 1926, fa balenare una verità che costituisce la possibilità misteriosa di un rifiuto del corpo in nome di “avance” respinte proprio in una camera d’albergo di Como.

La frase è questa:

«Non domando più altro tempo oltre a quello che mi bisogna per finire i lavori che ancora mi restano da scrivere: senza questo dove sarei a quest’ora fin da un’atroce notte passata a Como».

Su questo unico accenno alla “atroce notte” sono stati scritti chilometri di sapienti e incuriositi gossip, fino all’idea che allora sarebbe stata lei a provarci e lui a respingerla, lui puritano al punto di negare il saluto alle donne adultere, lui puritano al punto di essere a disagio in una pubblica spiaggia con gente in costume, lui tanto puritano da voler essere fedele alla moglie che lo accusava ingiustamente di infedeltà.

È veramente un magmatico intrigo pirandelliano!

Pirandello fedele ad una moglie che lo vede così infedele da impazzirne!

Molti letterati del tempo hanno cavillato su questo strano e ambiguo comportamento compreso il misogino Leonardo Sciascia e il romano Ettore Petrolini che recitava un calembour comico contorto e dissacratore dell’uomo e dell’artista.

Di quel rifiuto comasco forse Pirandello se ne dorrà per tutta la vita anche perché della Abba non si conosce nessuna storia sentimentale negli anni in cui fu vicina a Pirandello.

Nell’opera che il drammaturgo intitolerà “Quando si è qualcuno” del 1932 Pirandello presenta un anziano poeta al quale la giovane protagonista Veroccia rinfaccia il tempo in cui lei gli si era offerta tutta e lui non l’aveva voluta:

«e tu non mi hai voluta, vile, non hai avuto il coraggio di prenderti la mia vita, quella che io volevo dare a te che soffrivi di non averne nessuna».

Il dramma teatrale riflette la situazione che forse avvenne effettivamente, certo complicata dalla psiche contorta di lui e dalla voglia di lei di far carriera attraverso lui.

Fu quindi proprio Pirandello a non aver voluto e potuto realizzare quel grande amore destinato ad ardere senza più spegnersi: un amore insoddisfatto, irraggiungibile, quasi una condanna.

Luigi Pirandello riconosce nella elaborazione scenica la sua lancinante colpa, la sua tragica sorte; non sappiamo se Marta abbia capito fino in fondo quel suo patologico ritegno, quel pudore sdegnoso d’esser vecchio, quella sua strana vergogna, considerata quasi un’oscenità, di doversi proporre con quell’aspetto di vecchio ma con il cuore ancora giovane e caldo!

Pirandello si sentiva impossibilitato ad esprimere, come lui stesso desiderava, un così grande amore destinato ad ardere in un limbo penoso e oscuro che non era degno di lei!

Intanto Marta, forse per difendersi o forse per proporsi come attrice, cerca la realtà della sua esistenza in quella dei personaggi che Pirandello le dedica: sulla porta del suo camerino non c’è mai il nome di Marta Abba, ma quello del personaggio che lei interpreta.

Non esiste a quei tempi la possibilità di una qualsiasi convenienza sociale che renda attuabile una soluzione matrimoniale. Il loro dunque fu un amore impossibile che Marta accetta con assoluta chiarezza cercando di rendere il suo rapporto con Pirandello esclusivamente professionale; il siciliano invece si strugge in una follia d’amore che ha sempre e solo lei come destinataria, lei come musa, lei come attrice, lei come tutto.

Nel gran palcoscenico della vita Marta Abba e Luigi Pirandello sono i protagonista assoluti di un dramma vero che nessuno ha scritto per loro.

Lei solida lombarda, rossa di capelli ricciuti pettinati alla greca, con bellissime labbra spesso scontrose ma che non appena rideva esprimevano una grazia luminosa che ravvivava ogni cosa; lui, l’anziano genio siciliano, curvo, minuto e nervoso, scontroso e infelice aveva capelli d’argento e un pizzetto luciferino che valorizzava uno sguardo attento e penetrante; nel gioco fatale degli in-contri, nei riflessi misteriosi delle loro stelle, negli scontri feroci dei loro destini, essi sono chiamati ad impersonare uno strano e contraddittorio amore non soddisfatto, anche loro “segnati”, come tanti, dal passaggio dell’angelo nero della infelicità.

«Marta mia, mia, mia, sono una mosca senza capo; scrivo di te e per te ma non andrei avanti di una sola parola se la tua divina immagine ispiratrice mi abbandonasse per un solo istante. Aiutami, aiutami per carità, Marta mia, non mi lasciare, non m’abbandonare; ho tanto bisogno di te, di sentirti uguale e vicina: scrivimi, fatti viva, ho tutta la mia vita in te. La mia arte sei tu, senza il tuo respiro, muore!».

Lei risponde solo a volte e mai sui sentimenti:

«Ho un gran raffreddore: la recita è andata benissimo ma il finale del primo atto necessita di qualche lieve modifica: il terzo atto mi pare giusto!».

Libera nella sua prorompente bellezza e nella sua crudele indifferenza, Marta si permette perfino di giudicare i testi e i personaggi del suo genio: lui nel suo innamoramento totalizzante accetta tutto come espiazione di una colpa non voluta commettere.

Quando nel 1934 lui torna da Stoccolma con il Nobel, lei non c’è alla stazione ad accoglierlo fra i tanti amici e parenti, lui la cerca a lungo, ma inutilmente.

Marta non c’è neppure quando lui torna dal Sud America carico di gloria; lei è alle Terme di Salsomaggiore e lui non vedendola si sente così male che i figli devono intervenire per soccorrerlo.

Ma quando Marta nel 1936 parte per l’America, Luigi, sempre più infelice della propria infelicità, è sulla banchina a salutarla per l’ultima volta: sa che Marta non tornerà e sente anche che non la rivedrà mai più.

Dopo tre mesi Pirandello muore e Marta Abba in America sposa un ricco petroliere dal quale divorzierà dopo 14 anni di matrimonio vissuti quasi tutti a Cleveland.

Su “You-tube” Giovanni Paccapelo ha trovato un’intervista fatta a Marta Abba nel 1979: una vera cicca di cui lo ringrazio.

L’attrice ha 78 anni ed è ancora bellissima e fascinosa, appena sfiorata da quell’ombra un po’ “fané” che il tempo, quando è generoso, stende sui gesti e sui modi dei più fortunati. Mantiene tutte le seduzioni che l’avvinghiarono a Pirandello; il suo fascino e il suo glamour hanno qualcosa si prodigioso per la sua età.

Quando 10 anni dopo quella intervista, si sentirà ancora una volta a parlare di Marta Abba, l’attrice sarà irrimediabilmente vecchia e provata, ma avrà ancora la forza e l’ardimento di organizzare una lettura pubblica di alcune missive inedite di Pirandello.

Marta, ancora una volta adopera le parole “del suo celeberrimo genio” dimostrando così che, nonostante la sua bellezza e la sua intelligenza la vera Marta Abba era esistita solo come proiezione esasperata dell’amore malato di Luigi Pirandello.

Tutto sarebbe andato diversamente se il copione fosse stato scritto da una mano più leggera e spregiudicata.

Se Marta fosse stata una platinata attricetta hollywoodiana tutta curve che voleva fare solo carriera avrebbe, come in una pubblicità del “Campari” che tanto andava di moda negli anni ’30, preso il suo complessato e nervoso vecchietto e “in quella atroce notte di Como” gli avrebbe tolto cravatta, camicia e gilet facendogli vedere tutte le stelle del paradiso!

E tutto sarebbe finito lì.

Ma la vita degli uomini veri è molto più complicata!




IVANA BALDASSARRI





Francesca Bertini: la Diva!

Prima di Francesca Bertini la parola “Diva” non esisteva, perché “Diva” è stata coniata per lei e subito ha significato, con un mix di paradisiaco mistero e di illusorio cinematografico, il massimo assoluto in bellezza, fascino e irraggiungibilità.


Francesca Bertini è la prima Diva del cinema muto: un suo adoratore scrisse di lei. «Ha occhi infiniti come il nero della notte.».

Proprio negli anni in cui il cinema è solo una parata esibizionistica di effetti illusori e sensazionali, Francesca Bertini sa dimostrare in quell’arte, che ancora non si chiama decima musa, la possibilità di costruirsi un successo a base di verità e passione grazie ad una vocazione infallibile e senza cedimenti, dimostrando di possedere quel “quid” comunemente chiamato fortuna, che nasce sempre dall’incontro di un talento con un destino, favorito dall’intelligenza.

Misteriosa la sua data di nascita che gli storici poi fissarono nel 5 Gennaio 1892: figlia adottiva del trovarobe napoletano Arturo Vitiello e figlia naturale dell’attrice di prosa fiorentina Adelaide Frataglioni, trascorse l’infanzia a Napoli e iniziò giovanissima a calcare il palcoscenico interpretando commedie na-poletane: ma poco dopo tempo comparve in un gran numero di film muti recitando parti secondarie.

Esordisce nel 1904 accanto ad Ermete Zacconi, che indovinando ambizione e personalità, le offre mille affettuosi e preziosi consigli che la giovanissima Elena Vitiello esegue con scrupolo, obbedendo ad un’oscura vocazione teatrale covata a denti stretti, nell’insofferenza della grama quotidianità della sua vita famigliare.

Decide di arrivare, non teme nessun sacrificio, per 10 anni per non ingrassare si nutre di 2 sogliole al giorno, non si trucca, niente reggipetto, solo un po’ di bistro per sottolineare lo sguardo delirante. In dieci anni gira più di 100 film preferendo le eroine della storia e delle leggende passionali e romantiche: Lucrezia Borgia, Pia de Tolomei, Beatrice Cenci, Tosca e Fedora e anche la giovanissima Giulietta.

Elena, che ora ha assunto il nome d’arte di Francesca Bertini, se lo può permettere; quando esor-disce ha 15 anni, e quando si ritira al culmine della sua gloria, ne ha 26.

Diva lo è stata davvero, sempre!

Massima star del cinema muto fra il 1912 e il 1921, Elena Vitiello in arte Francesca Bertini, non conquista solo le platee italiane: in Russia è Franzesca senza neppure il cognome, in Spagna è “l’encantadora”, tutta l’area latino-americana è ammaliata dai “sus gestos fascinantes”. In Italia durante la guerra basta lo striscione “Stasera Bertini”, senza neppure il titolo del film, perché i cinema siano e-sauriti.

Il produttore della Caesar, Giuseppe Barottolo l’uomo che conia per lei la parola “DIVA” e che l’ha amata per tutta la vita senza fortuna, se l’era aggiudicata grazie ad un contratto stratosferico di due milioni l’anno.

Sei film a stagione, molti dei quali diretti da Roberto Roberti (il padre di Sergio Leone), ma è lei, la Bertini, l’attrice che i critici chiamano “creatura sovrana”, a dire sempre l’ultima parola sulla sceneggiatura, sui costumi, e sulle luci; è lei che comanda, attenta e perfezionista, intrattabile, capricciosa e despota; anche ai suoi colleghi nel “plateau”, così era allora detto il set, da rigorosamente del lei, non concede confidenza a nessuno ma interviene anche nel montaggio e nella regia del film.

Ma la critica , ogni volta che esce un suo film, ribadisce che Francesca Bertini non è solo una splendida donna, ma è anche un’attrice eccezionale. Si comporta in ogni circostanza da vedette per sottolineare il distacco e accrescere la curiosità.

Per non essere riconosciuta nasconde il suo magico volto dietro morbidi veli, si muove solo in automobile, frequenta unicamente ambienti aristocratici, «a me piacciono i gentiluomini, i russi spodestati, i regnanti romantici perché sanno condurre una signora a teatro, portarla fuori, conversare…»

Non è un caso infatti che fra i suoi primi registi ci sia un conte, Baldassarre Negroni e un marchese Gustavo Serana.

Ogni giorno riceve centinaia di lettere dalla Cina, dagli Stati Uniti, dalla Russia e dal Giappone le sue pellicole si vendono nel mondo a scatola chiusa.

Salvador Dalì scrive di lei con una prosa esaltata e minuziosa «… quelle sue splendide e nervose mani di naufraga d’amore, quell’andatura sinuosa e convulsa, quel corpo precoce e febbrile scivolante in un universo dove è sempre sera, lungo ininterrotte scale di marmo…»

Non è una descrizione estetica, è l’estatica esaltazione di un mito, è il coinvolgimento emozionale di una seduzione che la cinematografia esalta.

Il denaro non manca mai a Francesca Bertini e anche per questo si permette di scegliere soggetti cinematografici, di esigere grandi attori e di imporre a tutti le sue abitudini.

Alle 5 di ogni pomeriggio, caschi il mondo, si sospende la lavorazione di qualsiasi film perché la Diva, la regina deve andare a prendere il te con le dame dell’aristocrazia sue amiche.

«Il thé del Grand Hotel – ha scritto Gian Luigi Rondi con accenti di affettuosa e ammirata partecipazione – era per lei il suo stare in palcoscenico, la recita prolungata del suo ruolo di Diva.»

Francesca Bertini nasce come grande e insostituibile attrice nel 1910: debutta in una piccola parte liquidata con otto lire, ma poco dopo, per otto film da girare in un anno la pagano 2 milioni di lire, quelle vere!

La mondanità la travolge, il lusso la incanta, viaggia in automobile con le tendine abbassate per non incrinare quell’alone segreto e misterioso di cui vuole circondarsi, ma le auto devono essere di gran lusso, Rolls Royce, Bugatti o Hispano Suiva; vaga fra restaurants alla moda, fra matchs di tennis internazionali e dinner di gala agli Ambassadeurs; veste di soli tre colori, bianco, nero e rosso rubino; Chanel al mattino, Wort la sera e a Jean Patou, per qualche toilettes paga 1000 franchi.

Diceva di non portare nulla sotto gli abiti perché la seta deve aderire perfettamente al corpo. Perfino la Parigi arbitra di tutte le mode, cede al mito di Francesca Bertini lanciando cappelli alla Bertini, mantelli alla Bertini e pettinature alla Bertini

Causa ed effetto: la Bertini era amata e seguita nella sua raffigurazione di donna fatale tanto da generare il raddoppio del personaggio, nella moda e nei deliri.

L’attrice lavora 14 ore al giorno: è instancabile, esigente, non dà e non concede confidenze. Non c’è nulla intorno a lei che sappia o possa imporle un freno, un metodo, un criterio preciso, una regola, una disciplina ; è lei che domina tutto e tutti, con istinto dittatoriale unito ad una agilissima intelligenza che si risolveranno in una continua ed estrosa improvvisazione, in una perenne mutevolezza, in una incessante elasticità, in un vertiginoso fantasticare.

Ma da questa caotica e capricciosa atmosfera senza professionalità, usciva sempre un’ottima Francesca Bertini capace di emozionare, commuovere, divertire e di assolvere alle nascenti esigenze filmiche.

Nel 1915, quando Francesca Bertini passò alla “Caesar Film” le fu proposto, proprio da Salvatore Di Giacomo, il napoletanissimo ruolo di “Assunta Spina” con la regia di Gustavo Serena.

Quel drammatico personaggio di donna sfregiata e appassionata, il suo modo di mettere lo scialle, l’ambiente e il panorama partenopeo assieme a quello strano e indescrivibile prestigio della sua figura nervosa e gracile dal capo leggermente sproporzionato, della sua capigliatura corvina dominata dagli occhi irrequieti pieni di lampi, le fecero varcare ogni confine e geografico e divistico.

“Assunta Spina” sarà il primo esempio di cinema realistico, perché le riprese sono tutte effettuate in strada o in tribunale o nelle carceri: tutti dicono che in Francesca “c’è la vera anima di Napoli !”

La Bertini è al settimo cielo e aumenta il suo delirio di onnipotenza; pretendendo oltre il ruolo di protagonista, anche un ruolo primario nella realizzazione del film, anche se le tecniche cinematografiche di allora sono limitatissime: ancora non esistono né carrellate, né primi piani, né tanto meno gli zoom che mettono in rilievo i particolari.

«E chi poteva fermarla! – scrisse lo stesso Gustavo Serena – La Bertini era così esaltata dal fatto di interpretare la parte di Assunta Spina che era diventata un vulcano di idee, di iniziative, di suggeri-menti. In perfetto dialetto napoletano organizzava, comandava, spostava le comparse, i punti luce, l’angolazione della macchina da presa: e se non era convinta di una certa scena pretendeva di rifarla secondo le sue vedute!»

Fu proprio il personaggio di Assunta Spina e il fascino che emanava la sua figura gracile e ardente dai capelli corvini e dallo sguardo potente e corrusco a renderla celebre in ogni parte del mondo co-me prototipo di bellezza meridionale e popolaresca.

Fu chiamata anche «la brune beauté d’Italie».

Ma la sua prepotente bellezza e la rara capacità di imporre la propria presenza scenica soprattutto nei ruoli tragici, la resero disponibile alla interpretazione dei grandi personaggi letterari e teatrali come Violetta, Tosca e Fedora che fecero di lei il primo vero esempio di Diva cinematografica, di autentica star, di attrice inimitabile.

È la stessa Francesca Bertini che crea lo “stile Bertini”, ne ha la consapevolezza se scrive nei suoi ricordi:

«Seppi sempre creare da sola la mia pubblicità, e vi contribuirono anche i miei capricci, i miei abiti e i miei cappellini.»

Riuscì a disegnare con sensazionale anticipo sui tempi, il destino delle vere star del futuro.

Francesca Bertini non lavorava, non esercitava un’arte, regnava!!!

Regnava nei teatri di posa, sul set e nella vita permettendosi giudizi spietati e spesso impietosi nei confronti di attori anche celeberrimi suoi contemporanei.

Rodolfo Valentino? «un bel ragazzotto da barbiere che se fosse rimasto in Italia nessuno avrebbe notato»; Grata Garbo? «un pezzo di artico creata dai fotografi americani»; e più tardi, di Rita Hayworth disse che «doveva il suo successo ad un paio di guanti neri!».

Ignorava attrici rivali giovani o meno giovani, brave, bravissime e meno brave nel tetragono convincimento che nessuno mai avrebbe potuto spodestarla: riuscì ad oscurare Lida Borelli, Soave Gallone e Diana Karenne.

Impersonò la seduttrice-tipo per i gusti e la moda dell’epoca, la donna passionale che riusciva a stravolgere la vita di ogni uomo.

Per questo suo eliche peccaminoso consacrato da un successo delirante, il suo produttore ebbe l’idea di farle realizzare una serie di sette film ispirati al romanzo d’appendice di Eugene Sue, intitolato “I sette peccati capitali” per offrire alla Bertini tutta la gamma delle passioni umane.

La costosa serie di film, nonostante l’interesse suscitato dalla reclamizzatissima programmazione, non ebbe il successo commerciale sperato.

Francesca Bertini entrò in crisi e decise di riposarsi per un po’ di tempo in una clinica di Torino dove ebbe modo, nei lunghi oziosi pomeriggi di assistere a nuovi metodi di lavorazioni cinematografiche (la Torino dell’epoca era la culla del cinema, con l’Itala Film del celebre regista e produttore Patrone) confermandole che la mancata professionalità tecnica della lavorazione dei “Sette peccati capitali” era stata la causa del parziale fallimento del film e non la sua interpretazione.

Tornata sul set, pretese di far adottare dalla sua casa di produzione tutti quei metodi di lavoro che aveva visto alla prova a Torino, dimostrando così una rara capacità imprenditoriale, premiata da esiti positivi.

Il semi-flop dei “Sette peccati” non scalfisce però la celebrità della Diva sempre più assediata dagli spasimanti; “le richieste di matrimonio cadevano come la pioggia” scrive ironicamente l’attrice nelle sue memorie. Gli uomini italiani non le piacciono, “troppo autoritari – scrive – tengono la moglie schiava a letto e in cucina!”

Sono rimasti nella storia della sua vita solo i nomi di uomini celeberrimi, da Umberto di Savoia, a Eugenio Villafranca Soisson, a Guglielmo Marconi, a Fausto Maria Martini, ad Ernest Hemingway fino a che non arriva l’unico, il predestinato, quello che lei avvince con la grazia, la sovrana bellezza e le dolci maniere perché è lei che se ne è innamorata fino al delirio.

L’amore di Francesca Bertini si chiama Paul Cartier, è conte, cittadino elvetico (non ha niente a che fare col Cartier dei gioielli), è biondo tipo “Edimburgo”, banchiere educato a Londra, parla 5 lingue, fascinosissimo.

La Bertini lo incontra ad una cena al Grand Hotel e scatta fatale la scintilla; un vero, assoluto, irresistibile "coup de foudre".

E’ così che la prima donna fatale del cinema, va, pura e sognante verso l’altare. Paul Cartier è stato il suo primo e in molti dicono unico amore!

Nel corso di una intervista fatta da Enzo Biagi ad una novantenne e ancora bellissima Francesca Bertini, l’attrice confessa che nella sua gioventù era stato molto più importante ed eccitante il corteg-giamento galante e platonico, piuttosto del sesso, anche se aveva recitato in pellicole che volevano grondare libidine e peccato e che quando sposò Cartier lo fece solo ed esclusivamente per obbedire al suo sincerissimo sentimento .

“Sono stata innamorata solo di lui anche perché era un forestiero: gli italiani mi hanno sempre fatto paura!”

In concomitanza al suo matrimonio di sogno, Francesca riceve una proposta superstellare dalla Fox americana: un milione di dollari nel 1920!

E Francesca Bertini dice di no alla Fox.

«Invece di un milione di dollari mi sono sposata - racconta a Biagi – e sono andata col mio Paul nella Villa toscana che lui mi ha donato, la stessa villa che Vittorio Emanuele di Savoia aveva scelto per la sua “Bella Rosina».

Furono anni d’amore, di delirio, di mani bucate, di poesie, di fiori, di gioielli e di zibellini, ma l’avvenente Conte che aveva incantato l’incantatrice, si stanca della Diva e la molla con un figlio di nome Jean Benedicte da crescere e se ne va in cerca di nuove avventure.

Non sappiamo le reazioni di Francesca perché da vera attrice seppe recitare a meraviglia la sua superiorità di Diva continuando a vivere nel riservato e aristocratico brillio di una celebrità costruita con intelligenza e originalità.

Non sostituì con altri il suo Cartier, perché - disse – il vero amore non ha copie.

Questo amore così totale e delirante, senza ripensamenti né vendette postume, quasi inadatto ad una donna dai mille trionfi e dai mille capricci mondani,mi fa pensare alle bellissime parole di Edith Wharton, scrittrice americana dell’800 che scrisse.

«Finalmente ho bevuto il vino della vita, l’amore; ho sperimentato quanto di meglio va conosciuto. Ho provato fino in fondo un calore che non mi lascerà più.»

In seguito al suo matrimonio, le sue apparizioni si fecero sempre più rare: verosimilmente con l’avvento del cinema sonoro, come molti altri attori dell’epoca, anche la Diva non avrebbe saputo adeguarsi alle nuove tecniche della recitazione.

Viva e caustica come sempre guardava ormai dall’alto il mondo della sua arte.

Aveva trovato e perduto l’amore, era diventata contessa, aveva 4 milioni liquidi da spendere, aveva saputo cristallizzare le sue pose statuarie in un gioco convenzionale che si alternava a scatti esu-beranti e vitali, si era circondata di oggetti preziosi e meravigliosi, ma nella regale villa toscana finisce il romanzo della grande Bertini.

Fu l’intensità delirante del suo unico amore che le costò il trono.

Quando Enzo Biagi a fine intervista le chiede a bruciapelo:

«Che cosa conta di più nella vita, Signora?»

La “Divina” novantenne ancora truccata da diva, risponde prontamente.

«La maternità. Non c’è altro!» e sembra la risposta di una vecchia pescivendola di Posillipo!

Del passato mondano, esibizionista, esaltante e celeberrimo le sono rimaste sette casse di ritagli di giornali; niente più ville, né zibellini, né cuochi, né cameriere, né gioielli.

Ma lo sguardo, dice Biagi, ha conservato l’antica magia e il sorriso ha ancora la gloria e la gioia della lontana giovinezza.




IVANA BALDASSARRI