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GREGORIO MAGNO E FRANCESCO, DUE PAPI IN DUE EPOCHE IN ESODO

di Dom. Salvatore FRIGERIO


Noi tutti siamo consapevoli, e più o meno informati, di essere testimoni di una “crisi” che coinvolge tutto il nostro Pianeta, proiettandolo in un esodo la cui meta futura appare lontana e molto incerta. Siamo abitatori di un’epoca  travagliata e di transizione, epoca in cui la parola “crisi” emerge con tutta la sua forza significativa di “scelta” che esige una progettazione del futuro. Dunque una parola che da una dimensione negativa vuole farci scorgere la positività di nuovi assetti sociali, politici, religiosi, ma anzitutto “culturali”, senza i quali non saranno possibili i suddetti.
      Però tutto questo comporta conoscenze, fatiche, creatività, alleanze capaci di instaurare rapporti assolutamente nuovi, assolutamente “altri” da quelli attuali. Ecco perché dobbiamo parlare di transizione, ecco perché dobbiamo considerarci civiltà in esodo epocale. Siamo protagonisti e non spettatori, come ci vorrebbero i sistemi che credono di difendersi avvolgendo se stessi e noi nelle paure che producono difese violente, rifiuti xenofobi, rifugi individualistici, sospettosi e denunciatori di ogni diversità. E’ necessario saper progettare il futuro, ripeto, e per far questo, per poter fare “un salto in avanti” occorre “prendere la rincorsa”, vale a dire prestare ascolto alla storia che già ha vissuto esodi epocali e li ha superati non soffocandoli ma aprendoli a nuovi orizzonti. Pensiamo alle “Tribù del mare” che nel 1200 a.C. hanno invaso dall’Asia del Sud tutto l’arco orientale del Mediterraneo, modificandone tutti gli assetti sociali e culturali, creando una possibilità di comunicazione assolutamente nuova e straordinaria con la scrittura alfabetica; ponendo i semi di quelle che saranno le nuove civiltà Abramitiche; insediando Semiti, Camiti e Japeti i cui rapporti avrebbero condizionato lungo la storia le civiltà e le dinamiche che conosciamo.
      Ma ora pensiamo a quanto è avvenuto nel VI secolo dell’era cristiana.

Gregorio Magno (540-604)
      Da alcuni secoli era in atto un profondo cambiamento. Avevano iniziato a muoversi i popoli che vivevano ai confini dell’Impero Romano fortemente intaccato dalla corruzione sociale e politica. Erano popolazioni germaniche, slave, turche e più tardi finniche. Dal loro incontro con i popoli dell’Occidente e dalla fusione di diverse tradizioni e concezioni di vita – quelle che noi oggi chiamiamo “etiche” – sarebbe nato un mondo nuovo. Con le loro incursioni e spedizioni si erano spinti un po’ dovunque nelle terre dell’Impero. Non erano mai solo spedizioni militari, ma spostamenti di tribù. Popoli in cammino, guerrieri, donne, bambini, cavalli, carri, con il loro bagaglio culturale e le loro credenze religiose. Il flusso migratorio si diresse da Nord-Est a Sud-Ovest, passando attraverso la Gallia e la Spagna e poi anche in Italia. L’Impero Romano d’Occidente ne subì tutta la violenza e andò in frantumi, travolgendo tutto il mondo antico. La caduta e il sacco di Roma per mano di Alarico nel 410 era stato un avvenimento inatteso, doloroso e simbolico, tanto che Agostino e Girolamo ne furono sconvolti e pensarono alla “fine del mondo”. Ma la capitale del mondo doveva ancora subire ben altre dure prove. Inviato dall’imperatore d’Oriente, Zenone, per riconquistare l’Italia, il re ostrogoto Teodorico vi creò invece un proprio regno e tentò di ricostruire una civiltà in cui potessero convivere Romani e Goti. Il filosofo Severino Boezio contribuì a mantenere accesa  la fiaccola della cultura nel buio di quel tempo. Il papa Agapito e il suo amico monaco Cassiodoro idearono a Roma un centro di alti studi religiosi, programma che Cassiodoro cercherà di realizzare per conto suo, una volta ritiratosi dalla vita pubblica, nel suo monastero calabrese. Questi uomini lavoravano per i posteri. Anche Giustiniano, diventato padrone delle province occidentali, si preoccupò di ripristinare le scuole perdute.
      Nel 546 (17 dicembre) il re Totila sconfisse gli Ostrogoti e si impossessò di Roma e decise di deportarne tutta la popolazione in Campania; per quaranta giorni Roma rimase quasi spopolata e deserta. Un bambino di sei anni, nato appunto nel 540, fu testimone di quegli orrori dell’invasione e della deportazione. Si chiamava Gregorio. Proprio lui scriverà, nel suo libro dei Dialoghi, che Benedetto da Norcia aveva detto: “Roma non sarà distrutta dai barbari, ma…andrà disfacendosi da sola: in semetipsa marcescet”.
      Nel 560-561 le campagne romane erano a tal punto devastate che il papa Pelagio I scriveva: “Dopo le continue devastazioni della guerra che sono state inflitte alla regione dell’Italia per venticinque e più anni, e che soltanto ora sono cessate, solamente dalle isole…la Chiesa di Roma riceve qualche provento, del resto insufficiente, per il clero e per i poveri”. La popolazione era ridotta a mangiare ghiande. Ed ecco profilarsi dal Nord una nuova grande minaccia: l’invasione longobarda.
     L’intero popolo Longobardo passò le Alpi e si fermò in Italia, dove iniziò una nuova vita in comune con le popolazioni della penisola, ancora sbandate e indebolite dopo la caduta dell’Impero e le invasioni subite. Questo popolo di guerrieri non poteva prevedere che si sarebbe fermato proprio in questa penisola e che avrebbe dato il nome a una regione, la Lombardia. Tacito ha scritto che all’epoca di Cristo si trovavano alle foci del fiume Elba. Lì furono sottomassi dai Romani all’Impero. Poi scesero nelle regioni della Pannonia e infine, come sospinti dall’ondata di altri popoli, passarono le Alpi. Erano un popolo ben organizzato e abile nel combattimento. Alla loro guida c’era il re Alboino, attorniato da una serie di altri capi chiamati duchi. Appena al di qua delle Alpi, a Cividale, nacque il primo ducato. Una parte scese nel sud Italia, senza attaccare né essere ostacolati da Ravenna. Nel Sud si formarono i ducati di Spoleto e Benevento. L’altra parte invase la pianura padana. Qui una sola città resistette all’assedio per tre anni: Pavia. Conquistata diventò la capitale. Poi i Longobardi puntarono su Roma.
      Intanto Gregorio cresceva, attingendo dalla madre Silvia un grande fervore religioso, e dal padre Gordiano, senatore, l’amore e il servizio alla città. Nel 573 gli fu affidata la più alta carica civile di Roma, quella di “prefetto dell’urbe“ che esercitò fino al 578, allorché decise di dedicarsi totalmente al servizio di Dio. Egli affrontò gli studi classici e quelli biblici con la stessa intensità speculativa, affermandone la necessaria interazione. Ha esaltato la cultura profana di Mosè, di Isaia e di S. Paolo, affermando: “Mosè, che ci procurò gli inizi della Parola di Dio, non imparò prima le cose divine, ma, per comprendere ed esprimere le cose divine, formò l’anima rozza nella sapienza degli Egizi. Isaia, a sua volta, fu più eloquente degli altri profeti, perché ricevette una distinta formazione umanistica. E anche Paolo, strumento eletto, prima di essere rapito in paradiso e di esser sollevato al terzo cielo, viene istruito ai piedi di Gamaliele; e forse superò per dottrina gli altri apostoli, appunto perché destinato a raggiungere le cose celesti, imparò dapprima con impegno le cose terrestri”. E’ però necessario chiederci quale considerazione Gregorio avesse della “cultura” del suo tempo, quella che si insegnava nelle scuole di Stato e che in definitiva era l’arte di far carriera e di primeggiare, appunto la “sapienza di questo mondo”. Ecco come la descrive: “E’ proprio della sapienza di questo mondo coprire il cuore con i sotterfugi, nascondere ciò che si pensa, dimostrare vero il falso e falso il vero. E’ questa prudenza mondana che di solito i giovani apprendono, è questa che si insegna a pagamento ai ragazzi nelle scuole, e quelli che l’apprendono ne vanno orgogliosi e disprezzano gli altri.(….) A quanti la seguono, essa insegna a far carriera, a essere soddisfatti quando raggiungono la vanagloria temporale, a ricambiare con usura il male ricevuto, a non cedere mai quando sono forti, e quando sono deboli, a simulare come pacifica bontà ciò che la malizia non riesce a effettuare”. Al contrario: “la sapienza dei giusti, contrariamente a quella del mondo, insegna a non fingere nulla per ostentazione, a manifestare con le parole il proprio pensiero, ad amare la verità delle cose, a compiere il bene disinteressatamente, a essere disposti a soffrire il male piuttosto che  farlo, a non vendicarsi mai dei torti ricevuti e considerare un guadagno quando si è disprezzati per amore della verità (….) E infatti cosa c’è di più stolto per il mondo che manifestare con la parola ciò che si pensa, non simulare nulla con astuti sotterfugi, non ricambiare gli insulti, pregare per chi ti maledice, cercare la povertà, rinunciare ai propri averi, non opporre resistenza a chi ti porta via il mantello e presentare l’altra guancia a chi ti percuote?”.
E’ tutto questo un eco fedele al Discorso della Montagna, che Gregorio ha posto a fondamento della propria vita.
      L’incontro con il monachesimo regolato da Benedetto da Norcia determinò la sua scelta esistenziale, sostituendo la porpora del prefetto con il saio monastico.  Trasformò il suo palazzo al Celio in monastero intitolandolo a S. Andrea. Fondò altri sei monasteri in Sicilia, dotandoli con le rendite dei possedimenti che la sua famiglia aveva nell’Isola, e distribuì il resto dei suoi averi ai poveri. Si ritirò nel monastero del Celio con altri compagni che si erano uniti a lui, iniziando una vita nuova, attingendo largamente e avidamente alla Parola di Dio. Paolo Diacono ci informa che “Già allora attingeva con animo assetato ai fiumi della Parola di Dio, che poi a suo tempo effuse con  bocca melliflua”.
      Nel 577 i Longobardi distrussero il Monastero di Montecassino e quei monaci si rifugiarono nel monastero del Laterano, non lontano da quello del Celio. Da essi apprese quanto riguardava la vita di Benedetto da Norcia e ne scrisse di essa nei Dialoghi che costituiscono ancora la prima agiografia di San Benedetto.
      L’anno seguente venne raggiunto dalla decisione di Papa Benedetto I di ordinarlo diacono e di affidargli una delle Regioni , la VII, in cui era divisa la città. La sua vita fu ricacciata, come una barca in balia delle onde, tra gli affari secolari.
      Nel 579 Papa Pelagio II pensò di affidare al Diacono Gregorio una delicata missione diplomatica che lo costrinse ad abbandonare non solo il monastero del Celio, ma anche Roma, per raggiungere Costantinopoli, come nunzio presso l’imperatore d’Oriente, Giustiniano. Gregorio entrò nel sontuoso palazzo di Galla Placidia creandovi clima e stile monastico. Non era solo: lo avevano seguito “molti” fratelli, tra i quali Massimiano, futuro vescovo di Siracusa, per dedicarsi con lui alla meditazione della Parola di Dio come nel monastero del Celio. Da quelle meditazioni nascerà il commento al libro di Giobbe. La missione diplomatica, tutta intesa come servizio, vissuta alla luce della Parola di Dio, assunse una dimensione profetica. Strinse amicizia profonda e durevole con la cerchia familiare dell’imperatore, con attenzione a ogni singola persona, e frequentò gli ambienti monastici traendone grande profitto nella conoscenza delle tradizioni spirituali d’Oriente.
      Divenne famoso in Oriente anche come autore della Regola Pastorale, che, subito tradotta in greco da Anastasio, patriarca d’Antiochia, arrivò ben presto al monastero del Sinai, dove l’abate Giovanni Climaco la utilizzò nella sua Scala del Paradiso.
      Nella primavera del 586 Pelagio II richiamò Gregorio a Roma, come suo consigliere. La ritrovata pace del Celio durò poco. Nell’autunno del 589 l’Adige a Verona e il Tevere a Roma strariparono devastando gli edifici e i depositi di grano conservato. Seguì una pestilenza che colpì anche papa Pelagio, a metà di febbraio, con una grande mortalità tra il popolo. La popolazione vide la necessità di provvedersi subito di un nuovo pastore. La scelta unanime cadde su Gregorio. Il popolo accorse al Celio per acclamarlo e reclamarlo Papa. Gregorio cercò in tutti i modi di sottrarsi. Finì per accettare e fu consacrato vescovo di Roma il 3 settembre 590 nella basilica di S. Pietro. Riuscì subito a creare anche in quel palazzo del Laterano l’atmosfera austera e serena di un monastero, conducendo con sé alcuni monaci del Celio. Agli occhi del nuovo Papa Roma apparve subito in tutta la sua tragica realtà. Logorata dal peso degli anni, decaduta e corrosa nelle sue istituzioni, desolata dalla peste, sembrava disfarsi in se stessa, come Benedetto aveva detto di essa: in semetipsa marcescet. Anche il mondo intero, colpito da tante calamità, sembrava anch’esso votato alla distruzione. Questo tema era ricorrente nelle omelie che il nuovo Papa teneva nelle basiliche romane al popolo vittima di tanti mali. Ma Gregorio aveva  occhi profetici che sapevano guardare la storia con quelli del Vangelo e vedevano, nei sintomi dell’agonia, i segni del parto. E il parto è sì sofferenza, ma soprattutto è speranza di vita. Diceva al suo popolo riunito in S. Pietro nella II Domenica di Avvento: “…mentre sta per finire il mondo di cui non avete subìto il fascino, si avvicina la salvezza da voi desiderata…Come dai frutti degli alberi si conosce l’avvicinarsi dell’estate, così dalla catastrofe del mondo si intuisce che sta per venire il regno di Dio”. E ancora  diceva: ”Le rovine che constatiamo sono eloquenti. Il mondo colpito da tante sventure, ha perso ormai ogni fascino è già ci mostra il regno nuovo che ormai sta per formarsi”.
      Certo Gregorio pianse sulla Città Eterna che andava disfacendosi sotto i suoi occhi, ma come profeta di tempi nuovi, vedeva già sorgere dalla fusione dei Romani e dei Longobardi un popolo più vicino al Regno. Così Gregorio accettò di essere vescovo dei Romani e dei Longobardi, e li andava nutrendo col pane della Parola di Dio e col pane materiale, li difendeva, li proteggeva, li amava. L’Impero Bizantino considerava i Longobardi predoni da sottomettere o sterminare, Gregorio invece come popolo da guadagnare alla fede e alla causa della pace. Coerente con il suo principio, che “i vescovi non devono mischiarsi nella politica se non per difendere gli oppressi”, i suoi interventi erano volti unicamente alla difesa dei deboli e alla promozione della pace, attraverso l’arte del negoziato e l’umiltà del cedere, disposto ad accettare insuccessi e umiliazioni, serbandosi sempre estraneo a ogni intrigo di politica machiavellica.
      Anche in fatto di carità e di giustizia Gregorio aveva idee chiare: “…qualche volta, mentre si elargiscono con abbondanza i beni esteriori, è più pronta la mano a elargire il dono che non l’animo ad assume la sofferenza. Per cui occorre tener presente che dona in modo più autentico colui che mentre elargisce il dono a chi è nell’afflizione, ne assume anche lo stato d’animo; prima fa sua la sofferenza di lui e, allora, lo aiuta soccorrendone il bisogno. Spesso l’abbondanza porta a elargire il soccorso materiale, ma senza la virtù della compassione. Nelle opere di misericordia conta più, davanti a Dio, l’animo con cui si agisce che non l’opera in se stessa”.

Francesco (Jorge Mario Bergoglio. I936)
      Come detto in apertura, il nostro secolo sta vivendo un nuovo, complesso, quanto drammatico esodo epocale, non più, come in passato, localizzabile in territori o popolazioni definibili, ma coinvolgente l’intero Pianeta Terra, nella molteplicità delle sue etnie e conseguenti culture, strutture sociali, politiche, religiose. Lo possiamo definire un autentico salto antropologico , teatro di masse di gente in migrazioni che alcuni definiscono “bibliche”, evocando antiche pagine…Le guerre si vanno moltiplicando fino ad essere “dimenticate” dai media, e il terrorismo, non controllabile, semina morti e distruzioni, con una “guerra” non più “simmetrica”.
      In questo nostro contesto storico è “comparso” (mi permetto di usare questo termine per indicare la sorpresa che ha suscitato la sua elezione all’episcopato di Roma il 13 marzo 2013) Jorge Mario Bergoglio, che ha assunto il nome di Francesco dopo la sua elezione al Soglio di Pietro.
      E’ nato in Buenos Aires il 17 dicembre 1936, figlio di emigrati piemontesi, condizione che ha segnato la sua attenzione ai “migranti” dei nostri giorni. Il padre Mario è ragioniere impiegato delle ferrovie, la madre Regina si occupa della casa e dei cinque figli.
      Si è diplomato come tecnico chimico, ma poi è entrato nel seminario diocesano, passando poi al noviziato della Compagnia di Gesù. Ha completato gli studi umanistici in Cile e nel 1963, tornato in Argentina, si è laureato in filosofia. Ha insegnato letteratura e psicologia fino al 1966. Nel 1969 è stato ordinato presbitero. Ha continuato gli studi in Spagna dal 1970 al 1971. Rientrato in Argentina è stato maestro dei novizi, professore presso la facoltà teologica, consultore della provincia della Compagnia di Gesù e rettore del Collegio. Il 31 luglio del 1973 è stato eletto Provinciale dei Gesuiti dell’Argentina, e sei anni dopo ha ripreso l’insegnamento universitario e il ministero di parroco a Sen Miguel. Nel 1986 è andato in Germania per ultimare la tesi dottorale. Il cardinale Quarracino l’ha voluto suo stretto collaboratore a Buenos Aires, per cui, nel 1992, è stato ordinato vescovo dallo stesso Cardinale. Nel 1997 è stato promosso arcivescovo coadiutore di Buenos Aires e, alla morte del cardinal Quarracino, gli è succeduto, il 28 febbraio 1998, come vescovo, primate di Argentina, ordinario per i fedeli di rito orientale residenti nel Paese, gran cancelliere dell’Università Cattolica. Nel Concistoro del 21 febbraio 2001 Giovanni Paolo II l’ha creato Cardinale e nell’aprile del 2005 ha partecipato al Conclave che ha eletto Benedetto XVI.
      Come arcivescovo di Buenos Aires, diocesi di tre milioni di abitanti,, pensò a un progetto missionario incentrato sulla comunione fonte di evangelizzazione: comunità aperte e fraterne; protagonismo di un laicato consapevole; evangelizzazione rivolta a ogni abitante della città, assistenza ai poveri e ai malati. Invitava preti e laici a lavorare insieme. In chiave continentale nutriva forti speranze, dopo il dramma vissuto e attraversato, anche a proprio rischio, della dittatura, sull’onda del messaggio della Conferenza di Aparecida nel 2007.
      Il 13 maggio 2013 è stato eletto Vescovo di Roma e quindi Sommo Pontefice, con il nome di Francesco.
      Ha scelto di abitare in un appartamento e di prepararsi la cena da solo dicendo: “La mia gente è povera e io sono uno di loro”. Ai suoi preti raccomanda insistentemente misericordia, coraggio e porte aperte. Quando cita la giustizia sociale invita a riprendere in mano il Decalogo e le Beatitudini.
      Egli si pone ora come guida pastorale in una situazione storica di transizione, che per molti aspetti evoca quella di Gregorio Magno, pur nella diversità contingente dei fenomeni.
      L’Europa, il “Vecchio Mondo” sta vivendo un evidente decadimento culturale e comunitario, eroso da corruzioni e nazionalismi sempre più emergenti. Le Chiese che hanno avuto il torto di identificarsi con l’Occidente assumendone tutti i limiti e le arroganze, sono trascinate nella stessa crisi. L’immigrazione sempre più pressante dai popoli del Sud-Est del Pianeta sconvolto da guerre, terrorismi e lotte sedicenti religiose, pone l’Europa impreparata e impaurita, di fronte a una situazione antropologica che non sa affrontare e dalla quale pensa solo di difendersi anziché di creare opportunità integrative. Ricordate quanto detto sopra di Papa Gregorio nei confronti dei Longobardi, in una situazione in cui la realtà “romana” in semetipsa marcescet, egli si definiva “vescovo dei Romani e dei Longobardi”, vedendo in questi ultimi, pur invasori violenti, annunciatori di un mondo nuovo: “non angli sed angeli”.
      Papa Francesco, proprio per indicare all’Europa come gestire questa situazione, proclama il “Giubileo della misericordia”, per riportare la Chiesa all’originale Kerigma cristiano della misericordia, che ci chiede di attualizzare la “visceralità” di Dio rivelata da Gesù di Nazaret. Francesco invita il popolo cristiano a riflettere durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale, tra cui si trova quella di accogliere i forestieri. E questo senza dimenticare che Cristo stesso è presente tra i “piccoli”, e che saremo giudicati dalla nostra risposta d’amore”.
      “per Francesco la parola giusta è quella che lui usa sempre più spesso: migranti. Sono popoli che per una quantità di ragioni si trasferiscono da un continente all’altro, quasi sempre in condizioni di schiavitù imposte da trafficanti di persone. Popoli che, solo pensando all’Africa sub-saariana dal Ciad alla Somalia, dalla Nigeria al Sudan, ammontano a cinque milioni per il 2015-16, ma a 50 milioni entro i prossimi trent’anni. Ma non è solo in Africa che avviene questo fenomeno: sta sconvolgendo tutto il Medio Oriente, i Balcani, la Turchia, la Siria, gran parte dell’Indonesia e della Filippine. Insomma mezzo mondo è in movimento, individui, comunità e interi popoli. Le migrazioni non sono un fenomeno nuovo ma nella società globale il fenomeno coinvolge masse imponenti come non era mai accaduto prima.” (Eugenio Scalfari). E di questo Papa Francesco ne ha piena consapevolezza e  sollecita anche noi ad averla, partendo sempre dalla Parola di Dio che fonda l’identità del popolo cristiano.
      Molto simile a Gregorio è anche l’affermazione di Francesco che “il rapporto tra la Chiesa e la politica deve essere allo stesso tempo parallelo e convergente. Parallelo perché ognuno ha la sua strada e i suoi diversi compiti. Convergente soltanto nell’aiutare il popolo. Quando i rapporti convergono prima, senza il popolo, o infischiandosene del popolo, inizia quel connubio con il potere politico che finisce per imputridire la Chiesa: gli affari, i compromessi. Bisogna procedere paralleli, ognuno con il proprio metodo, i propri compiti, la propria vocazione. Convergenti solo nel bene comune. Anche la relazione fra Chiesa e potere politico può essere corrotta, se non converge soltanto nel bene comune”.
     Gregorio è vissuto in anni in cui le Chiese cristiane non erano divise ma in comunione pur nelle loro diversità culturali e liturgiche. Gregorio le conosceva, le condivideva quando stava a Costantinopoli, ed era attento alle rispettosa conoscenza delle varie culture e relativi usi religiosi, come dimostrano le sue lettere al monaco Tommaso inviato dal monastero del Celio in Britannia, con altri monaci della stessa comunità.
      Francesco si trova in situazione di divisioni delle Chiese, a seguito di tanti errori accumulati nel tempo. Erano Chiese divise, spesso nemiche, tutte avverse al mondo Ebraico, ma alle quali il Concilio Vaticano II, vissuto dalla Chiesa di Roma dal 1963 al 1965, ha riproposto un rapporto nuovo di conoscenza, di rispetto, di dialogo nei confronti non solo delle Chiese ma di tutte le esperienze religiose vissute da chi vive in rapporto con il divino. Francesco prosegue con slancio rinnovato, dopo un periodo piuttosto problematico dei due precedenti pontificati, in una ricerca di comunione nella diversità che suscita molta attenzione di tutte le aree religiose, precisando però a tutte, Roma compresa, che non si può, o addirittura è sacrilego, violentare e uccidere l’uomo in nome di Dio. Grido che Francesco ha lanciato anche nei confronti dei mafiosi, colpevoli di corruzione e assassinii.
      Non possiamo certo trascurare le difficoltà e le contestazione che sono riservate a Francesco come anche a Gregorio. Questi fu giudicato fatuus, sciocco, dall’Imperatore per il suo atteggiamento con i Longobardi. Francesco, per le sue preoccupazioni riguardo all’accoglienza negata ai migranti, viene giudicato irresponsabile, con in più l’ipotesi ingiuriosa o non capisce o ci guadagna, da un politico. Ma         le contestazioni gli arrivano numerose anche da sedicenti “cattolici” che non accettano la sua relativizzazione di strutture ormai obsolete e certo in contrasto con la libertà dello Spirito promulgata dalla Parola di Dio rivelata in Cristo.
      Gregorio e Francesco, eletti al Papato a distanza di 1423 anni, hanno entrambe sperimentato la decadenza dell’arroganza di poteri che si definivano centri e capi dei popoli contemporanei: il Primo fu testimone della fatiscenza dell’Impero Romano minato e indebolito dalla corruzione, e invaso e “smontato” dai popoli migranti dal Nord; il Secondo è testimone della progressiva incapacità delle Nazioni Europee di raggiungere un’unità politica, seppur confederale, arricchita dalle nuove realtà etniche che le possono offrire quella vitalità culturale, morale, creativa che va perdendo nelle sue pretese identità autarchiche.

      Gregorio e Francesco: il Primo ha contribuito alla costruzione di un’Europa nuova grazie al suo ministero di Pastore capace di fare di molte pecore un solo, multiforme gregge, grazie alla presenza operante di un monachesimo attento e capace di esercitare una preziosa promozione di alfabetizzazione e integrazione culturale e sociale. Il Secondo sta operando, anche diplomaticamente, con una pastorale di misericordia che ridia al popolo cristiano la capacità di “tornare a Cristo”, scoprendo di nuovo la fratellanza che rende accetta ogni diversità affinché si compia quella comunione “d’ogni nazione e tribù e popolo e lingua “ che il libro della Rivelazione proclama (Ap 7,9). Ormai da quasi tre anni a questa parte, Francesco ci sta proponendo un insegnamento puntuale e coraggioso sulle sfide che allertano. Tanto la Evangelii Gaudium quanto l’enciclica sulla “casa comune” rappresentano un serio richiamo su temi “eticamente sensibilissimi”, e nel discorso rivolto alla Chiesa italiana riunita a Firenze, ai cattolici ha raccomandato “l’inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio, e la capacità di incontro e di dialogo per favorire l’amicizia sociale nel Paese, cercando il bene comune”. Anche Papa Gregorio sarebbe d’accordo. E noi siamo pronti?

25 novembre 2013 La pedagogia di Dio nella tradizione giudaico-cristiana.

Conferenza di fra Salvatore Frigerio della comunità Camandolese dell'Eremo di Montegiove di Fano (PU) 
Quanto segue è la trascrizione della conferenza tenuta da Salvatore Frigerio, ma non rivista dallo stesso. Pertanto si chiede al lettore di tenerne conto, cogliendo il messaggio che viene comunicato, al di là delle forme e delle modalità con le quali esso è stato trasmesso. In una trascrizione non è possibile infatti rendere il tono della voce, la gestualità, le espressioni di colui che parla, inoltre alcune espressioni possono essere facilmente fraintese da chi trascrive il testo.
Trasposizione da audio/registrazione compiuta da Silvio e amici di Monte Giove - Fano.

Si tenga anche presente che lingua parlata è diversa dalla scritta, la punteggiatura è stata posizionata ad orecchio; i punti in cui la registrazione è incomprensibile sono indicati così: (.?.). 


   Buona sera, grazie della vostra pazienza che mi offrite sempre. Non è certo facile nell’arco di una relazione percorrere il cammino biblico che racconta l’azione educativa di Dio, il Dio d’Israele nei confronti del suo popolo. Metto sempre il verbo “raccontare” (tra virgolette) perché abbiamo già detto tante altre volte che la bibbia non ci dà assolutamente dei trattati, definizioni, ma ci “racconta” perché è un libro non filosofico, ma esistenziale. Si tratta del racconto di un Dio che è saldamente fedele all’uomo, nonostante l’uomo. Possiamo già vederne il segno in Osea cap. 11 “Io tendo continuamente le mani ad un popolo che non le vuole afferrare” però lui le tende continuamente. È il racconto di un Dio irriducibilmente e provocatoriamente paziente nei confronti dell’uomo, che è lento ad accettare di essere amato e salvato; di un Dio maestro paziente.  Pietro nella sua seconda lettera ci dice che Dio è paziente e attende affinché tutti si possano salvare. Non è il Dio che se sbagliamo ci punisce, queste sono invenzioni pretesche, ma è un Dio che quando sbagliamo si mette in attesa che capiamo di aver sbagliato; questa è la sua pedagogia, farci crescere, avere la pazienza di rispettarci anche nel nostro errore, affinché diventiamo adulti, anche se moriamo a 120 anni abbiamo sempre tempo di diventare ulteriormente adulti. Questo Dio paziente che, nonostante le manchevolezze e le ricadute proprie della fragilità umana, torna senza soste ad interpellare l’uomo, ogni uomo e tutto un popolo nel segreto del cuore. Un Dio maestro amorevole e al contempo sommamente rispettoso delle scelte personali e sociali: volete sbagliare, fatelo! A Dio non interessano i nostri peccati, interessa che ce ne rendiamo conto. Dobbiamo rovesciare molto delle nostre categorie religiose, di fronte alla Scrittura.


   Significativo è il cantico di Mosè che troviamo in Deuteronomio 32,10)Egli, parla del Santo, il Kadosh, Dio, lo trovò in terra deserta, in una landa d’ululati e di desolazione, lo educò, ne ebbe cura, lo allevò, possiamo tradurre dall’ebraico anche lo circondò, lo custodì come pupilla dei suoi occhi. 11) Come aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, Egli spiegò le sue ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali, 12) Il Signore lo guidò da solo non c’era con Lui alcun dio straniero”.  L’azione educativa come quella di Dio, comporta dei momenti di rottura con il passato; l’uscita dalla terra deserta, dalla landa di ululati solitari, si compie attraverso una crescita progressiva, propiziata da gesti di attenzione e di amore: Lo educò, ne ebbe cura, lo custodì (o meglio dicevo) lo circondò; comporta una profonda elevazione dello spirito: Lo sollevò sulle sue ali; esige una fiducia assoluta e incondizionata: Lo guidò da solo, non c’era con Lui alcun dio straniero. Tutti i libri del Primo Testamento registrano e meditano il rapporto drammatico tra Dio fedele, appassionatamente misericordioso, viscerale (la misericordia in ebraico parla di visceralità, poi ritorneremo su questo termine) nei confronti del suo popolo, dell’Israele dalla dura cervice e sclerocardico. Quando noi traduciamo durezza di cuore, il greco traduce esattamente l’ebraico e dice: sclerocardia, cioè sclerosi della coscienza, coscienze sclerotizzate. Questo Dio sempre tentato dalle idolatrie circostanti, che scatenano la gelosia del Dio fedele alla promessa. Le grandi gelosie di Dio, che è fedele alla promessa, mentre le nostre sclerocardie costituiscono un processo educativo irto di difficoltà, di resistenze, di scontri, di rifiuti, di atteggiamenti religiosi ipocriti[È questa la cosa che dà più fastidio a Gesù Cristo], ma anche di abbandoni sinceri, di liberazioni esaltanti, di episodi che segnano autentici salti antropologici per la storia umana, salti sofferti ma vissuti in piena fiducia nella presenza operante del Santo. Ci sono salti antropologici straordinari e nella storia di Abramo e nella storia dell’esodo Babilonese di cui abbiamo parlato la volta scorsa.


   Lungo sarebbe il documentarli tutti, perché richiederebbe la lettura di tutto il Primo Testamento. Basti pensare a Isaia cap. 1,2 contrapposto a 49, perché nei profeti troviamo costantemente questo scontrarsi tra una situazione e l’altra. In Isaia 1,2 si dice: ma dov’è il mio popolo? 3) persino l’asino riconosce la greppia del suo padrone e il bue ne riconosce la voce e voi non mi riconoscete. Tra l’altro è il motivo per cui nel presepio è stato posto l’asino e il bue, che non sono lì per scaldare il bambino (le nostre favole), ma sono lì per rimproverarci. L’asino e il bue lo riconoscono e noi no!  è esattamente il secondo versetto dell’apertura del libro di Isaia; andate a cercarlo, andate a vederlo.

   Poi il cap. 49,15 ma può una madre dimenticare suo figlio? Certo non lo può, perché come la madre non può dimenticare il figlio Io non posso, anche se lo potesse Io non lo posso 16) perché il tuo nome è tatuato sul palmo della mia mano e mi sta sempre davanti. Il rimprovero dell’asino e del bue che lo riconoscono e tu no! ma Io ti porto tatuato sulla mia mano. Abbiamo molte di queste contrapposizioni, in Geremia 2,7 contrapposto a 31; in Osea 4, contrapposto a 6 e così via. Potremmo leggerne moltissime, potete voi andare a cercare perché la bibbia va letta, scavata; veramente è qualcosa che dobbiamo guardare come si scavano le pietre preziose e queste che io vi dico sono soltanto alcune pagine, che possono riassumere la straordinaria alternanza del rapporto tra il Santo e il suo popolo.


   La pedagogia del Santo appare evidente nel lasciare che il popolo faccia le sue scelte e solo poi ne capisca la positività o negatività dai risultati. Ripeto: a Dio non interessa che sbagliamo, interessa che capiamo di aver sbagliato dalle conseguenze delle nostre scelte; dopo aver fatto quelle scelte dobbiamo avere la capacità di rileggere le scelte fatte e capire se erano positive o negative. Questo vuol dire crescere, vuol dire mettersi in discussione continuamente, questo è gradito a Lui, che noi prendiamo consapevolezza. Anche questo ci aiuta a capire la bibbia, che è un libro scritto dopo, cioè solo quando le conseguenze hanno fatto capire il valore o il disvalore delle scelte fatte. Per questo ho ricordato sopra il rispetto da parte del Santo delle scelte d’Israele e la pazienza anche se appassionata attesa, della loro comprensione e giudizio da parte di un popolo la cui cultura teocentrica, leggerà i risultati positivi come premio e quelli negativi come castigo di Dio (ma ce li siamo procurati noi). È chiaro che in Israel tutto è riferito a Dio, se Dio mi ha castigato è perché ho sbagliato. No! Sei tu che ti sei castigato, perché hai fatto scelte sbagliate: la scelta è tua, sei tu responsabile della scelta fatta. Noi avevamo sempre l’alibi religioso di incolpare Dio dei nostri errori, incolpare Dio degli sbagli che avevamo fatto noi. È un alibi religioso molto pericoloso  pretendere che Dio faccia quello che noi vogliamo che facesse.


   Il Nuovo Testamento ci apre invece nuovi orizzonti sul volto del Padre e la sua pedagogia è fondata sulla visceralità = la misericordia; noi traduciamo misericordia con una valenza abbastanza paternalistica: non capisce niente. Invece in ebraico misericordia viene da rahamim che significa “viscere e utero”, la visceralità di Dio, Dio che è Padre e Madre. Questa misericordia è resa promotrice del perdono. A questo proposito voglio esaminare con voi due testi evangelici fortemente significativi, il primo è in Luca 15 e il secondo in Luca 24, perché il vangelo di Luca è detto il vangelo della misericordia di Dio, oltre ad essere il vangelo dei poveri e il vangelo delle donne.  Vediamo Luca 15, 1-32 il brano che chiamiamo in modo non esatto la parabola  del figliol prodigo, che è un grosso errore, è la parabola del Padre misericordioso. Ora il teologo J. Jeremias scrive che i vangeli sono i racconti della passione preceduti da un’ampia introduzione. La stessa resurrezione ha permesso alla comunità primitiva di comprendere, finalmente, la passione come luogo privilegiato in cui l’amore, la misericordia di Dio, si è manifestato. Abbiamo celebrato ieri la Signoria di Cristo sull’universo, ma è una Signoria rivelata nel modo più scandaloso e inaccettabile possibile, perché nessuna religione accetta la Kenosis, la demolizione di Dio sulla croce. Nessuna religione e anche la nostra fa fatica ad accettarla, indora molto la pillola; ma la nostra fede, non la nostra religione, ma la nostra fede nasce da uno scandalo teologico, da un vero scandalo teologico, la scarnificazione di Dio sulla croce. Ripeto: nessuna religione può accettare questo e anche la nostra fa fatica ad accettarla. Certe croce d’oro appese al collo …. .


  Ciò basta per spiegare come la passione del Cristo sia stata ricordata non solo in alcuni aspetti salienti, ma anche nei particolari minuti ed è su questo che si fermano gli apostoli, gli scrittori dei vangeli, gli agiografi, è su questo che si fermano. I primi cristiani vivevano una meraviglia quasi incredula, fatta di profondo stupore, Dio ci ha amati fino a questo punto! Ora proprio questo punto è il culmine che rende compiuto tutto l’insegnamento di Gesù, che è raccolto, come dicevo prima nell’ampia introduzione. Ma se Cristo non fosse morto e poi risorto, tutto quello che c’era prima sarebbe semplicemente l’avventura di uno dei tanti predicatori che percorrevano le strade di Israele in quegli anni.  Sul patibolo, alla porta di Gerusalemme, si è compiuto lo scandalo teologico, luogo privilegiato in cui Dio si è rivelato nella sua natura profonda, l’Agape e nella sua forza vittoriosa, la dinamis che salva. Dinamis che noi traduciamo gloria, ma la gloria non è la gloria del Bernini, con le luci accese e con i fulmini attorno. La gloria è il kabot ebraico, il peso specifico di Dio nella storia, quanto Dio conta nella storia, quanto pesa nel senso di quanto importa, di quanto emerge Dio dentro la storia e quindi la sua forza vittoriosa. È lo scandalo che mette in gioco il modo di concepire Dio e la sua azione salvifica, cioè il suo modo di modellare il nuovo adam, la nuova persona, la nuova umanità: adam non è un maschietto, ma è il venuto dalla madre terra, cioè l’umanità intera. Momento fondamentale di questa rivelazione è 15 di Luca con le tre parabole : il pastore buono che va a cercare la pecora, l’unica pecora perduta; la donna povera che ha perduto la moneta, le è caduta in terra la moneta e deve buttar per aria tutta la casa. [ perché non aveva le piastrelle con la cera, ma pietre accostate e per trovare ciò che cadeva negli interspazi si doveva smontare casa]; poi il Padre misericordioso.


Nella parabola del Padre misericordioso l’insegnamento di Gesù ci consegna il compendio più alto della pedagogia o teologia della misericordia del Padre, che nella croce trova il suo adempimento. Infatti alla richiesta del figlio di avere la sua parte di eredità il testo dice: 15,11 Allora il Padre divise tra loro la vita, noi traduciamo che divise le sostanze, i beni, ma il greco dice bion, bios che significa la vita, non il portafoglio, il Padre divide tra loro la propria vita. La prima considerazione da farsi è che la misericordia di Dio si sperimenta nella condizione di peccato, nella condizione di bisogno di perdono. L’esperienza del male è amara e spogliante, lontano dalla casa del Padre, cioè nello sperpero della condizione di vita (il figlio ha sperperato la sua vita, quella vita che il Padre gli ha consegnato), sperperò la vita non i beni. In questa condizione di sperpero della vita, l’uomo sperimenta la miseria più completa, perché perde tutto. Dice l’evangelista: scialacquò tutto il suo patrimonio vivendo da dissoluto, se siamo coerenti: scialacquò tutta la sua vita; perde la propria terra, va in terra lontana, perde la casa, se ne andò; perde l’identità di uomo libero, diventa guardiano di porci non suoi, cioè si vende; è il vuoto assoluto e soprattutto si deforma dentro di lui l’immagine di Dio, difatti dice: ritornerò e chiederò perdono, gli dirò: trattami come uno dei tuoi servi. Non ha capito niente di suo Padre. Ciò significa che lo sperperatore è convinto di trovare al ritorno un Padre adirato, si avvia verso casa con la disposizione di spirito di chi deve accettare il castigo meritato. Ma quante volte abbiamo detto: stai attento perché Dio non paga solo il sabato. Questo Dio insopportabile, pronto solo a punirci, anche se sbagliamo a starnutire, non c’è nulla di cristiano in questo, nulla di cristiano. Il suo stato d’animo è simile a quello dei protagonisti dell’eden, i quali consumata la disobbedienza si chiedono che cosa penserà Dio di noi? E vanno a nascondersi. La paura di Dio! Ma la paura di Dio è il primo e più deleterio effetto del peccato e purtroppo è una falsa visione religiosa, troppo a lungo prevalsa anche nella nostra Chiesa. La paura di Dio, quel timore di Dio che è diventato, non amore, ma paura, perché il timore di Dio nella Scrittura è atteggiamento di ogni innamorato che ha paura di non essere all’altezza dell’amore che riceve dall’altro. Il timore di non essere capaci di rispondere all’amore che si riceve, noi l’abbiamo trasformato in paura. È la stessa paura di questo figlio che si chiede: come mi discolperò e prepara il discorso da fare al Padre per prevenirne l’ira e mitigarla: mettiamo le mani avanti!


 Ma quando arriva trova il Padre che lo aspetta da sempre e badate che la parola Padre accompagna per ben sette volte il suo cammino di ritorno, andate a rileggerlo: andrò da mio Padre…, nella casa di mio Padre…, dirò a mio Padre…Però non riesce ancora ad accorgersi dell’atteggiamento del Padre, c’è sempre questo: chissà cosa mi farà o cosa mi dirà. Allora quando arriva comincia a recitare il discorso che aveva preparato [l’atto di dolore], non si accorge che il Padre gli sta facendo festa. Perché? Perché ha deformato in sé l’immagine del Padre, un Dio punitivo che è la deformazione della sua immagine. Abbiamo deformato da pagani l’immagine di Dio. Tale deformazione è originata dal peccato, cioè dalla nostra incapacità di amare. Infatti nessun ripensamento iniziale, non dice mi manca l’amore del Padre, ma: non ho più nulla da mangiare, quindi torno dove non mi manca niente. Ritorna perché ha fame, non perché ama. Il medesimo malinteso è presente in ogni uomo che fa l’esperienza del peccato. Badate il peccato, noi parliamo di peccati, ma il peccato è uno solo nella Scrittura, è la pretesa di essere autonomi, la non accettazione della nostra debolezza, la non accettazione del nostro limite, della nostra contingenza, per cui ci autodefiniamo autonomi da Dio, non abbiamo più bisogno di Lui, l’auto -idolatria, sentirsi padroni del mondo, di tante cose e di tanti altri. Questo è il peccato, che è appunto la sclerocardia.  Il dramma della colpa non consiste nella ribellione a Dio, ma nel fatto che alla radice di tutto questo c’è un misconoscimento di chi è il Padre: non ho bisogno di te, della tua paternità, volendo immaginarlo come un despota severo che per il ritorno chiede la contropartita di una umiliante confessione del proprio peccato: bisogna che mi umilio perché Lui mi perdoni.


 Io capisco di aver sbagliato perché Lui mi perdona, perché Lui mi ama, allora capisco di non saper rispondere sufficientemente a quest’amore. L’uomo è diventato incapace di intendere il ritorno come la scoperta di un essere sconosciuto, cioè il cuore del Padre che ama e perciò attende. Dio è paziente e attende perché non vuole che alcuno perisca, ma che tutti giungano alla conversione. Seconda lettera di Pietro, 3,9(sto leggendo la Scrittura che noi abbiamo messo da parte): Dio è paziente e attende perché non vuole che alcuno perisca, ma che tutti giungano alla conversione alla salvezza.  Allora sarà l’iniziativa del Padre a partire prima, in questa splendida parabola del Signore, perché l’uomo ricuperi il vero volto di Dio. La misericordia è l’assurdo atteggiamento dell’amore irrazionale del Padre, perché il Padre non fa conti, il Padre non ragiona con i nostri criteri, il Padre non fa conti, come noi ragionieri, il Padre ama, il Padre è padre e madre insieme, è viscerale. Io parlo sempre della paternità uterina di Dio e nei nostri confronti Dio ragiona con l’utero, se possiamo usare un termine antropologico.


 Anche il figlio osservante, rimasto a casa, pensa che il comportamento del Padre sia assurdo. Il figlio osservante è come gli osservanti che non possono accettare lo sdraiarsi a banchetto del Cristo con gli immondi. Ogni volta che Cristo si sdraiava a banchetto… noi diciamo si è messo a tavola e traduciamo facendo perdere un atteggiamento molto più significativo, - i tavoli non ce li avevano- si sdraiavano sul tappeto uno accanto all’altro per mangiare a banchetto. Se leggiamo il vangelo di Marco i farisei, gli osservanti, rimproverano dicendo: si sdraia a banchetto con i peccatori. Loro invece erano i puri, i farushim,i separati, quelli che avevano il diritto di giudicare tutti, tranne che se stessi. Sono quelli che non possono accettare lo sdraiarsi a banchetto del Cristo con gli immondi e sono pronti alla calunnia come il fratello maggiore. È lui che insinua lo sperpero con le prostitute, è lui che lo dice, inizialmente il testo non lo dice. Il testo dice: Ha sperperato la sua vita, ma il fratello maggiore dice che ha sperperato tutto con le prostitute, è la calunnia, perché non lo accetta come fratello. Dice il testo: 15,30 Questo tuo figlio che ha buttato via tutto con le prostitute, tu gli fai festa? E il Padre gli dice: questo tuo fratello (15,32) era perduto ed è ritornato, era morto ed è risorto. Infatti per le nostre logiche è assurdo il modo con cui il Padre reagisce alle pretese del figlio. Egli rischia tutto, mette in gioco la propria vita, rischiando di non rivedere il figlio che se ne va e di perdere anche quello che ha a casa a servirlo, non ad amarlo, perché dirà: a questo che ha buttato via tutto con le prostitute gli fai festa. A me che ti ho sempre servito, non hai dato neppure un capretto per fare festa con gli amici. Ti ho sempre servito, non dice ti ho sempre amato, è uno schiavo, ha considerato il Padre un padrone, non un padre.  Ma ancor più assurdo è l’atteggiamento del Padre al ritorno del figlio, perché non lo rimprovera, non lo fa ragionare, neppure ascolta la confessione preparata, non gli interessa neppure sapere né perché se ne è andato, né perché è tornato, gli basta che sia tornato.  15,20 Il Padre da lontano lo vide e fremette nelle viscere. Noi traduciamo stupidamente commosso, ma qui c’è viscere e utero, rahamim, fremette nella sua visceralità più profonda, materna e paterna; gli corre incontro e gli cade sul collo - dice il testo greco - e lo bacia Badate, non è il figlio a fremere nelle viscere, ma è il Padre. Non è il figlio a correre, ma il Padre, è sempre il Padre che gli cade addosso e lo bacia e non il figlio.... Sono pagine sulle quali dobbiamo veramente riflettere, perché mettono in discussione tutta una nostra visione giuridica della religione. La fede è un’altra cosa. La fede è liberazione, non è punizione. È chiaro che nel momento in cui Dio è diventato strumento di potere, di una struttura religiosa, allora è bene aver paura di Dio, così obbedisco alla struttura, ma non è più fede cristiana, è neopaganesimo.


 Ascoltiamo Osea 11,7.: Il mio popolo è duro a convertirsi; chiamato a guardare in alto nessuno sa sollevare lo sguardo. 8 Come potrei abbandonarti Efraim? come consegnarti ad altri o Israele? Come potrei trattarti al pari di Admà e ridurti allo stato di Zeboim? città che sono state distrutte, Il mio cuore freme dentro di me, è la visceralità che ritorna, il mio intimo freme di compassione, nel testo ebraico c’è Rahamin, che vuol dire anche il fremito orgasmico, il momento massimo dell’amore totale, anche fisico, delle persone. Si attribuisce a Dio anche questo, perché è il momento massimo del godimento concesso all’uomo e alla donna e si pensa di attribuirlo a Dio, perché non c’è momento più alto. 11,9 Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo;. Le colpe d’Israele provocano una sentenza e la sua esecuzione noi diremmo subito, ma (questi ma straordinari della Scrittura) avviene qualcosa di inatteso e decisivo: in Dio esplode l’amore. Israele non si è convertito verso il suo Dio, ma è Dio che si converte (shuv) verso il suo popolo! Vinto dal suo stesso amore il suo cuore si capovolge, si rovescia, qui viene usato il verbo Habak che descrive le catastrofi. Invece di descrivere la catastrofe d’Israele uguale a quella di Admà e Zeboim, descrive la catastrofe, il crollo del cuore di Dio. Al pensiero che Israele possa rovesciarsi come Sodoma, Gomora, Admà e Zeboim a Dio si rovescia il cuore dal dolore. La misericordia di Dio è questo crollo viscerale verso l’uomo e la donna, quell’uomo e quella donna che ritornano a Lui purtroppo rinchiusi nelle loro grette meschine giustificazioni, come il ragazzo della parabola. Sono sempre meschine le nostre giustificazioni perché cerchiamo sempre di fare (.?.) con le nostre scuse, non dimentichiamo che Dio è troppo impegnato ad amarci per ascoltare le nostre scuse. La misericordia di Dio è viscerale, è una passione che il Signore prova per la nostra storia, non a caso come ho già detto in ebraico per dire misericordia si usa uno termine particolarmente significativo rakamim che è forma plurale comprensiva di viscere e utero, dove la donna custodisce il frutto del suo amore. Il sentimento che la donna ha per il suo bambino è lo stesso che Dio prova per la sua creature. Io amo parlare della paternità uterina di Dio. Infine la misericordia è strettamente legata alla gioia.


 Nell’insieme delle tre parabole ci sono nove espressioni di festa e di gioia: facciamo festa perché ho ritrovato la mia pecora, facciamo festa perché ho ritrovato la mia moneta, facciamo festa perché è tornato vivo, facciamo festa…, quante volte il Padre lo ripete! La parola festa e gioia ritornano per ben nove volte in questo testo. Posso darvi tutti i nove versetti in cui ritorna questa parola e il nove nella simbologia ebraica indica un rovescio di situazione. Dio è colui che rovescia totalmente le situazione create dalle nostre logiche. Il Padre ci ama talmente che non riesce ad accettare che qualcuno dei suoi figli vada perduto, perciò manda suo figlio per cercare e salvare ciò che era perduto (Luca 19,10). J. Jeremias dice: la misericordia di Dio è talmente assurda che la sua gioia nel dare il perdono, è la più grande delle sue gioie. Stupendo lavoro di J. Jeremias, uno dei più grandi teologi luterani. Anche noi non possiamo non gioire quando ci accorgiamo di essere noi l’assillo del Dio custode attento, cercatore instancabile dell’uomo; non possiamo non gioire della sua ricerca di ogni uomo e di ogni donna, iniziata con l’umanità stessa. In Genesi 3,9 dice: Adam dove sei?  Questo Dio che quando l’uomo sbaglia, si mette Lui in cerca. L’uomo e la donna si sono nascosti, Lui li va a cercare, è Lui che viene a cercarci; noi ci nascondiamo o cerchiamo le nostre scuse, Lui ci viene a cercare e continua a cercare fino al suo definitivo frutto, quando si compirà la promessa di Gesù: sì, vengo subito Ap. 22; quando cioè lo spettacolo della croce (Luca 23) diventerà la logica di Dio finalmente assimilata dall’uomo. Allora ecco il capitolo 24 di Luca.


Questo testo di Luca è fondamentale per comprendere le dinamiche che insieme determinano ed esprimono l’esperienza della resurrezione vissuta dalla comunità, e in essa e con essa dal singolo credente. Inoltre ci consegna uno straordinario saggio sulla pedagogia del Risorto. L’episodio dei discepoli che fuggono, che se ne vanno da Gerusalemme diretti verso la loro casa in Emmaus. Il testo collega strettamente i due scritti di Luca, vale a dire il vangelo di Gesù e il vangelo dello Spirito Santo, cioè gli Atti degli Apostoli, che sono la continuazione nella Chiesa e nel tempo dell’esperienza del Cristo. In questa pagina è già tracciata la parabola del cammino di fede della comunità dei credenti, ripresa e vitalmente sviluppata poi dagli Atti. L’opera di Luca è un’opera unica, noi distinguiamo il vangelo di Luca e gli Atti degli Apostoli, no! è l’unico scritto di Luca, che non si conclude con la resurrezione del Cristo. Se prendete i due testi, Luca conclude il vangelo con l’assunzione di Gesù nella Gloria del Verbo e riprende gli Atti allo stesso punto, con l’assunzione di Gesù nella Gloria del Verbo, continua con la vita della Chiesa, il vangelo dello Spirito Santo.


Quello stesso giorno, inizia così il testo del racconto. Così lo scrittore colloca l’episodio nel tempo, quello stesso giorno è il giorno della resurrezione, è il primo giorno della settimana, il giorno dopo il settimo, il giorno dopo il sabato. In quello stesso giorno, l’episodio viene fatto nel tempo del Kairos. Il tempo non è più il cronos greco, nemico dell’uomo, ma è il Kairos, l’opportunità di salvezza dell’uomo e della storia, nel giorno della resurrezione. Non è la registrazione di una data, ma è l’annuncio del giorno nuovo, del giorno che chiude il ciclo settenario e apre l’ultimo tempo, l’ottavo, il tempo del Regno, l’Eschaton. Questo non è la fine del mondo, ma è il tempo inaugurato dalla resurrezione, è il nostro tempo, il giorno che tocca le radici dell’esistenza del discepolo e le proietta nell’eterna memoria del mistero pasquale. Noi siamo la memoria del mistero pasquale. Qui inoltre si afferma che la resurrezione è un esodo, cioè è l’uscita dalle forme già date, è la loro trasfigurazione e proiezione nel Regno che ora è venuto e che viene a continuare a venire. Tanto è vero che non lo riconoscono, perché non è il ritorno al già dato, ormai il Cristo risorto appartiene ad una dimensione totalmente spirituale, pneumatologia, trasformato nello spirito santo. È un esodo quindi, ecco che due di loro se ne andavano nello stesso giorno, il loro è un andare via da Gerusalemme la cui struttura religiosa e politica non poteva accettare la novità di un Messia così diverso da quello progettato e atteso dalle speranze del Tempio e del Palazzo. Difatti diranno: noi speravamo che ricostruisse il regno di Israele, il trono di Davide, noi speravamo, nessuno poteva accettare un messia massacrato sulla croce. Quel giorno è un interrogarsi angosciato su quanto è accaduto senza trovare risposta, perché l’ottusità e la durezza di cuore, la sclerocardia, non lo permettono e trasformano quell’esodo in fuga, ma quel giorno diviene un improvviso incontrarsi o meglio, un essere incontrati da Colui che è totalmente nuovo, non riconoscibile nelle forme precedentemente note. Questo totalmente nuovo che converte, che cambia il modo di guardare dentro se stessi, guardare alla storia e ai rapporti che fanno la storia e rende nuovi, diversi e dunque allora capaci di tornare a Gerusalemme per proiettarla verso il compimento che solo il risorto le può riservare.


Allora soffermiamoci a considerare il tracciato di questo esodo, che poi è il nostro esodo e qui vediamo la pedagogia del Risorto. E avvenne che mentre accadde, che mentre discorrevano noi traduciamo normalmente discutevano insieme, ma litigavano tra loro, dice il testo greco, Gesù in persona si accostò e camminava con loro, Luca 24,15. Qui riecheggia quanto Matteo 18,20 aveva già scritto: quando due o più si incontrano in nome mio, Io sto con loro. Camminava con loro, ma Luca va oltre perché non sono due credenti, ma sono due perdenti, sono due delusi, ormai convinti di aver perso del tempo accanto ad un illuso. Sono due angosciati che si dibattono prigionieri delle loro supposizioni, dei loro progetti mancati e dunque incapaci di prestare attenzione ad alcuni segni nuovi. Litigano anche fra di loro, non c’è più armonia neppure tra loro. Luca ci dice che il risorto non è presente solo dove viene invocato con fede, ma è presente ovunque l’uomo si dibatte, geme, ponendosi i suoi infiniti perché. Non a caso il cardinal Martini diceva: io non cerco credenti, cerco pensanti. Papa Francesco ci ripete che la fede pone anche dei dubbi, guai se non avessimo dubbi, perché pretenderemmo di essere superiori a Dio stesso. Paolo VI quando era vescovo a Milano diceva ai giovani: abbiate il coraggio di dubitare, perché il dubbio apre la mente. Non è vero che la fede cancella i dubbi, Cristo li ha avuti fin sulla croce: perché mi hai abbandonato? Il risorto è lì ed è lì per aiutare l’uomo e la donna a togliersi dagli occhi quei presupposti che impediscono di vederlo. Luca dice: ma i loro occhi erano impediti di vederlo, perché erano impediti? Dobbiamo capire questo, perché erano impediti? Egli vuole anzitutto provocare la capacità di ogni uomo e donna di rientrare in se stesso e di prendere coscienza dei propri condizionamenti ed è davvero sorprendente il modo con cui il Risorto non dice, ma fa dire il loro modo di porsi nei confronti dell’evento: perché avete una faccia così triste? Ma come, tu solo non sai che cosa è avvenuto in Gerusalemme? Che cosa è avvenuto? Lo saprà bene Lui che cosa è avvenuto, ma perché? Tirate fuori voi che cosa avete pensato e come avete preso la cosa, prendete coscienza del vostro modo di porvi di fronte a quel mistero, a quello spettacolo.


Non a caso Luca usa un termine, che poi nell’ultima traduzione CEI è saltato, le rabbie mie, perché dice che il popolo stava a guardare quello spettacolo, quella teoria che in greco vuol dire uno spettacolo che vuol dire qualcosa, cercare di capire quello spettacolo. Ecco qui Gesù chiede: cosa avete capito di quello spettacolo? Ma tiratelo fuori voi! Non ve lo dico Io? Questa è la pedagogia, la capacità di aiutare l’altro a prendere coscienza da sé, finché glielo dico io, glielo dico come io vorrei che lui dicesse, le nostre educazioni: imporre agli altri quello che a noi torna giusto.[Quando  mi occupavo di educazione dei giovani, dicevo sempre: imporre ai giovani le nostre esperienze vuol dire dare un pettine a chi non ha capelli]. Noi speravamo che fosse Lui a liberare, naturalmente a modo nostro, Israele. La volontà di costringere Dio dentro i nostri schemi e di farlo esecutore dei nostri progetti non può permetterci di vedere e riconoscere colui che è la totale libertà da quegli schemi e da quei progetti. Di vedere colui che è libero anche dalla propria condizione divina, come ci dice Paolo: pur essendo di natura divina la svuotò fino alla morte, alla morte di croce, un Dio che è libero anche da se stesso, un Dio che non si idolatra, un Dio che è libero anche dalla sua condizione divina, questa è la libertà di Dio. Non è fare ciò che voglio, ma essere libero dai condizionamenti, anche dai condizionamenti miei, per cui capire me stesso vuol dire capire anche quei condizionamenti, che mi impediscono di essere veramente me stesso o me stessa.


Poi altra risposta: 24,22 Alcune donne poi ci hanno stupiti, Luca ha già detto 24,11 che l’annuncio delle donne che hanno visto il Cristo risorto e che erano corse dagli apostoli, è stato preso per vaneggiamento: vaneggiamento di donne, allora come è possibile vedere il Risorto se non accogliamo e ascoltiamo e non ci lasciamo provocare da chi dice cose diverse dalle nostre? Se non ascoltiamo chi dice cose diverse da quelle che noi vorremmo dicesse? Troppo spesso la nostra pretesa di giudizio supera la capacità di ascolto. Quante volte dico che ascoltare è l’arte più difficile che ci sia, perché mentre la persona che mi sta di fronte mi si dice, mi si consegna, io non la sto accogliendo, io sto pensando: dunque lei mi dice così perché probabilmente dietro chi sa che cosa c’è. Io non la sto accogliendo, non la sto ascoltando, ma la sto interpretando, cioè vorrei che fosse come voglio io. Allora diventiamo incapaci di metterci silenziosamente accanto all’uomo o alla donna che si interrogano e rischiamo di giustificarci, definendo vaneggiamenti quegli interrogativi. Soltanto un autentico ascolto della parola di Dio può aiutarci a uscire da un simile inganno. Alla fine Gesù parla quando si sono detti, e lì hanno incominciato a capire, perché finalmente hanno detto che cosa avevano dentro di loro. Gesù glielo ha fatto dire con le loro parole:  24,25 O stolti e tardi di cuore a credere a quanto i profeti hanno annunciato. 27 E incominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegava loro in tutte le Scritture ciò che lo riguardava. Adesso che finalmente vi siete guardati dentro, avete smesso di litigare, avete incominciato a guardarvi dentro e a tirarvi fuori, adesso potete incominciare a capire. Perciò Egli allora si fa chiave di lettura, Egli è la chiave di lettura delle Scritture, Lui parola incarnata rende comprensibile esistenzialmente, cioè vitalmente, tutta la Parola scritta che in Lui ha trovato il suo eschaton, compimento, che non è la fine del mondo ma è il compimento in Cristo, Cristo è il nostro compimento.


Il Risorto si fa pellegrino, si fa esodo con l’uomo e l’adam, l’uomo e la donna nel proprio esodo viene fatto capace di comprendere se stesso e poi di cogliere la sua presenza. Alla sua nuova provocazione fece finta di proseguire, (queste sue provocazioni straordinarie), li provoca, li rimprovera = stolti e tardi di cuore non avete ancora capito,  poi fa finta di andare avanti, badate che era già sorta la stella di Sirio e non si poteva camminare oltre, secondo la legge mosaica. Lui fece finta, provocazione straordinaria, ed essi sentono il bisogno della sua misteriosa compagnia, è un bisogno vago, ancora impacciato, ma desideroso di capire di più, resta con noi è già sorta la stella, non trovano altra scusa, è la Legge che impedisce di andare avanti, non si rendono conto che hanno davanti il totalmente libero dalla Legge. Poi diranno 24,32 Ma non ci ardeva forse il cuore mentre ci parlava? 24,29 Ed Egli - le parole hanno un peso…, sono pietre - entrò per restare con loro. Non entrò per mangiare, ma entrò per restare con loro. Ormai la sua dimora è tra gli uomini, ormai gli uomini sono il luogo della sua presenza. Giustamente in una relazione che avevo chiesto per un incontro a suor Francesca Chiara delle Clarisse di Fabriano, cominciò proprio dicendo: Dio non si trova nei santuari, Dio si trova tra gli uomini e le donne.


Ormai gli uomini sono il luogo della sua presenza, il lento cammino di fede del singolo e della comunità si va compiendo e allo spezzare del pane 24, 30- 31 egli può scomparire dai loro sguardi, perché ormai hanno compreso che Lui è nello spezzare il pane, cioè è nell’accoglienza conviviale e totale dell’altro, accoglienza che nello spezzare il pane trova la sue espressione più vera, più alta, più significante, tanto da divenire segno eminente, addirittura sacramentale. Quando due si incontrano [nel mio nome], Io sto con loro, segno sacramentale della sua presenza. Dovremmo stare qui in ginocchio, uno davanti all’altro perché Lui è qui, perché siamo noi qui in nome suo. Già san Paolo nella prima lettera ai Corinzi, cap. 11, aveva scritto ( ha scritto molto prima di Luca, almeno una trentina d’anni prima), quanto fosse inscindibile nella Cena o nella Mensa del Signore, il rapporto tra la comunità e il Corpo e Sangue del Signore, affermando essere reo di quel Corpo e di quel Sangue chiunque si radunasse senza badare alle condizioni altrui. Badate, noi abbiamo trasformato quel pane consacrato e quel vino consacrato dallo Spirito Santo che è l’Eucarestia, in alibi religioso. Fare la comunione vuol dire mangiare quell’ostia, è uno degli alibi più terribili perché io mi nutro del Corpo e del Sangue di Cristo per diventare parte di quel corpo e fare comunione con i fratelli e le sorelle. Fare la comunione non vuol dire mangiare un’ostia, fare comunione vuol dire nutrirmi del Cristo e diventare carne e sangue di Cristo per fare comunione con i fratelli e le sorelle. Ma le devozioni sono tante volte degli alibi … Posso fare tutte le comunioni che voglio e non accorgermi di chi mi sta accanto, e san Paolo dice non solo non c’è Eucarestia, ma siete rei del corpo e sangue di Cristo. Così finalmente risorti i due discepoli possono ritornare a Gerusalemme, dalla quale si erano allontanati perché custodiva la sepoltura dei loro progetti e a Gerusalemme ritornano ora, annunciando con tutta la comunità ritrovata, l’adempimento del progetto divino, grazie al quale questo giorno è diventato l’apertura dell’oggi eterno, un’apertura alla progettazione inarrestabile della nuova Gerusalemme. Da questo giorno parte l’annuncio salvifico che da Gerusalemme raggiungerà Roma, cioè la città che era considerata allora il cuore e dunque la manifestazione delle genti. In questa pagina Luca fissa l’identità del destino della Chiesa, che è la comunità dei credenti che sono testimoni del Signore risorto e dunque sono i conoscitori della sua pedagogia salvifica. È così che il Padre ci ama e ci salva, grazie al magistero, alla sua pedagogia rivelata in Gesù di Nazzaret.


DOMANDA: Nella parabola di Luca del Figliol prodigo …., volevo sapere perché respingiamo Gesù e non siamo capaci di amarlo? Qual è il problema? 

SALVATORE: Ma forse perché non lo conosciamo sufficientemente, perché l’amore è conoscenza, perché l’amore è esperienza esistenziale, l’amore non è un’idea, è una vita, è un modo di condividere le vite. Io credo che noi abbiamo una grossa responsabilità, quella di avere messo nel cassetto per ottocento anni la Sacra Scrittura, la sua Parola, Lui che è parola incarnata. L’abbiamo messa nel cassetto e l’abbiamo sostituita con le nostre teologie e le nostre filosofie, siamo arrivati a dare, con il Concilio di Trento, con Bellarmino, una definizione di Chiesa veramente eretica in senso molto serio. Bellarmino afferma che la Chiesa è “societas perfecta sine macula” società perfetta senza Peccato, che non può sbagliare. Il che vuol dire che si è messa in proprio, non aveva più bisogno di Dio, era perfetta.  Dio è diventato solo uno strumento di potere clericale e quindi la paura di Dio perché noi potessimo sottostare alla precettistica morale della Chiesa. Oggi tutto questo, grazie al Concilio Vaticano II che sta forse ora riemergendo grazie a Francesco e che ci ha riconsegnato la Scrittura, ma quanto ci vorrà per fare della Scrittura il nostro “accadere”, perché finché rimane nel libro, rimane lì è un libro, la Parola diventa Parola quando io la faccio “accadere”. Il debar ebraico significa accadimento, noi parliamo di “verbum” latino o di “logos” greco che non traducono affatto il “debar” ebraico. Per noi la parola è un modo di comunicare, un “flatus vocis” un’espressione, un segno fonetico, mentre invece il “debar” ebraico è un accadere! Io parlo facendo accadere, cioè la mia parola è un atto compiuto, il mio atto compiuto è la parola detta, accaduta, quando non c’è questa assoluta coincidenza tra la parola e il gesto, Gesù dice c’è ipocrisia.

 Non a caso Gesù lancia questo monito al sistema religioso: voi siete ipocriti, dite e non fate. Gesù non dice mai (dobbiamo dirlo così con il nostro linguaggio): dite! La verità è un dire ciò che fa accadere, la verità è accadimento. Non a caso Luca nel suo vangelo dice: e accadde che…, i pastori nel vangelo di Luca dicono in greco (perché la traduzione banalizza sempre): andiamo a vedere questa parola che è accaduta. Vedere una parola che accade, è una parola che si vede perché accade, la parola che si vede a noi fa pensare al fumetto, mentre invece è una parola che si vede perché accade, è accaduta. Il bambino di Betlemme è l’accadimento totale della parola di Dio che poi sulla croce si rivelerà, in quel modo. Tutto questo dimenticando le Scritture, noi abbiamo dimenticato l’esistenzialità della nostra fede e abbiamo fatto della religione una ideologia, mentre invece la fede è una esistenzialità, è una persona, Gesù di Nazzaret.  Ed è una persona nella quale accade tutta la realtà divina: chi vede me, vede il Padre, non chi sente, chi vede. Infatti san Giovanni nella sua prima lettera dice: colui che i nostri occhi hanno contemplato, che le nostre mani hanno palpato, che i nostri orecchi hanno ascoltato, noi lo consegnamo a voi. È una consegna di uno che è visibile, ascoltabile e palpabile; ma in che modo è palpabile? È palpabile ormai nei fratelli e nelle sorelle. Quando due si incontrano io sono lì; questo spezzare il pane (compagno viene da cum pane), nel momento in cui si spezza il pane Luca 24,31 dice: scompare. Sì, adesso avete capito che io sono nella convivialità vostra. Con la Scolastica noi abbiamo ridotto la realtà sacramentale che è tutta la nostra vita, grazie al battesimo, a sette momenti, i sette sacramenti. Sette momenti.La nostra vita è grazie al battesimo, sacramento di Cristo nella storia, tutto ciò che noi facciamo dovrebbe essere sacramento, cioè visualizzazione dell’azione di Dio nella storia. San Gregorio Magno dice che essere comunità significa essere il luogo naturale della rivelazione dello Spirito Santo.

Pensate quale dignità ci è data da Dio, quando io sento i giovani dire: ma che senso ha la vita? Ma se noi fossimo veramente comunità cristiana noi metteremmo costantemente il senso della vita sotto la palpazione dei nostri giovani. È una fatica da scoprire continuamente, perché noi non siamo perfetti siamo sempre perfettibili, non saremmo mai perfetti. La Chiesa perfetta non esiste, solo nella testa di Bellarmino e di chi poi è venuto dopo di lui. La Chiesa non è mai perfetta, è sempre perfettibile, perché la Chiesa siamo noi. Noi pensiamo che la Chiesa sia il papa, i vescovi, i preti  e poi i laici, ma la Chiesa siamo noi! Su questo papa Francesco sta insistendo molto, io sono come voi, io non sono al di sopra di voi, io sono con voi e si è fatto benedire dal popolo di Roma quando è comparso alla loggia. Si è fatto benedire! È stato un segno straordinario, ma molto rivoluzionario per la struttura attuale; il fatto di aver detto che il conclave ha il compito di eleggere il vescovo di Roma, non ha detto il papa, il papa è papa in quanto è vescovo di Roma e non viceversa. Il papa è un servizio non è un ordine, il papa è papa in quanto è vescovo di Roma, ma niente di più. Raztingher è cardinale, non è più papa Benedetto, anche se continua a mascherarsi da papa, ma non lo è più, perché il papato è un servizio. I cinque papi che hanno dato le dimissioni prima di lui lungo la storia, sono tornati a fare quello che facevano prima, i vescovi di comunità, di città. Ecco Francesco dice che il compito del conclave è eleggere il vescovo di Roma. Noi dobbiamo renderci conto di quanto abbiamo bisogno di interrogarci e rivedere il modo con cui la Chiesa si pone di fronte alla parola di Dio. Non basta leggere la bibbia per dire sono a posto, perché se la leggo e non la vivo, non diventa Parola, diventa semplicemente segno grafico scritto. Più mi metto in rapporto con questa Parola più scopro Cristo e più soprattutto scopro di essere amato da Cristo. Questo è il problema, scoprire, capire e avvertire, badate non avvertire a livello emotivo sensoriale, ma a livello di consapevolezza. Gesù non parla di sentimenti, parla di esperienza, consapevolezza. La nostra fede non è sensazione, è consapevolezza: sapendo queste cose sarete beati, ripete nel capitolo 13  Giovanni. La consapevolezza di essere amato anche quando sono nel caos, nei guai, quando le mie ghiandole e i miei nervi non hanno nessuna possibilità di avvertire emozioni o sono emozioni completamente contrarie, ma io so - non sento - so di essere amato. È una consapevolezza profonda. È quello per cui in mezzo alle tempeste il fondo del mare è tranquillo; è una consapevolezza che mi dà la forza di andare avanti anche nelle tempeste più dure, più pesanti.


DOMANDA: Perché deve esistere un Cristo divino e umano e non solo un Cristo umano? Perché si è sposata, attraverso i millenni, questa teoria?

SALVATORE: Quando lo vedremo glielo chiederemo. San Giovanni nella sua lettera dice: noi sappiamo che saremo come Lui, lo sapremo quando ci saremo. Io ho una certezza del fatto che è risorto, perché l’hanno testimoniato con la vita gli apostoli. Io mi fido della testimonianza degli apostoli che hanno vissuto quello shock terribile che li ha sconvolti, li ha rivoltati come calzini. Dio sa che cosa hanno provato quei ragazzi quando hanno vissuto quell’esperienza, sconvolgimento totale e loro hanno dato anche la vita per trasmetterci questo. Io ho la convinzione che Cristo è l’uomo di Nazzaret, la cui esperienza di Dio è stata un’esperienza unica di figliolanza, cioè si sentiva fortemente legato al Dio d’Israele, al Padre. Padre è un termine che nel Primo Testamento (il termine padre nei confronti del Kadosh, il Santo) ritorna solo 5 volte sempre legato a Padre-Creatore e Signore. Nei vangeli ritorna oltre 270 volte, perché è il modo nuovo con cui Gesù ce lo  ha presentato, cioè Gesù ha cambiato il volto di Dio, indubbiamente, è diventato colui che non fa distinzione di persone, colui che fa piovere sul giusto e sull’ingiusto, che fa sorgere il sole sul buono e sul cattivo, che non giudica e non condanna nessuno. È un Dio totalmente altro dal Dio delle religioni, totalmente altro....

È vissuto in questa dimensione senz’altro, e di questo ne sono convinto e non solo io, sono convinto perché i vangeli sono scritti tutti dopo la resurrezione, quando i discepoli hanno incominciato a capire chi era. Perché mentre stavano con Lui, quante volte si chiedono: ma chi è costui? Ma chi è? Ma perché fa queste cose? Ma come mai dice queste cose? Avevano desiderio che prima o poi diventasse il discendente di Davide e non capivano perché si comportasse in quel modo. Lui è vissuto in una solitudine incredibile, indubbiamente, perché nessuno lo capiva e Lui era preso totalmente da un amore liberante del Padre. Questa è la sua enorme novità, il Padre come amore, come agape, come dono totale di sé agli altri. Non credo che abbia avuto la percezione di essere Figlio di Dio nel senso divino, perché Paolo dice: pur essendo di natura divina non la considerò una rapina da difendere, da custodire gelosamente, ma la svuotò, assumendo la forma di uomo, di schiavo, fino alla morte e dico alla morte di croce, cioè l’assurdità più totale. Io sono sempre più convinto che Gesù durante la vita non ha assolutamente avuto la percezione di essere Figlio di Dio nel senso divino, ma Figlio di Dio come uomo amato da Dio. Soltanto la resurrezione ha rivelato a Lui la sua appartenenza alla divinità .


DOMANDA: Perché esistono discrepanze tra i vangeli apocrifi e i vangeli che chiamiamo ufficiali?

SALVATORE: Dunque il problema degli apocrifi è molto complesso. A parte il vangelo di Tommaso che è una raccolta di detti,  i vangeli non hanno raccolto tutto e tutti i detti e teniamo presente che i vangeli non sono una biografia di Gesù, ma sono una catechesi, sono la riflessione di quattro diverse comunità sul mistero di Gesù di Nazzaret. Si pongono davanti a questo mistero e si interrogano e in base a quanto gli apostoli hanno insegnato dicono: in questa situazione cosa ci dice Gesù, vediamo che cosa gli apostoli ci hanno tramandato. Se noi mettiamo a confronto i quattro racconti della resurrezione sono quattro racconti completamente diversi e noi diciamo: qual è quello giusto? Tutti e quattro, perché sono i quattro modi con cui quattro comunità si pongono di fronte al mistero della resurrezione. L’insieme di tutti quei detti che erano stati raccolti oralmente e scritti dalle comunità dall’insegnamento degli apostoli che erano itineranti, è quello che noi abbiamo definito lungo la storia il codice Q, che non è un libro, non è un codice. Molti di questi detti non ci sono... il vangelo di Giovanni o comunque dello scrittore del quarto vangelo dice che molte sono le cose che dovremmo dire ma non basterebbero tutti i libri, c’erano moltissime cose! Tommaso raccoglie molti di questi detti tanto che Gerolamo lo pensava ispirato, gli altri evangeli sono tutti più tardi. Ai vangeli non interessa dirci come era fatto Gesù, di che colore erano gli occhi, come vestiva, sono cose che non interessano, agli evangelisti interessa il mistero della Pasqua, non  cosa faceva da bambino. A noi interessa che sia morto e risorto e allora gli apocrifi non ci dicono nulla. Luca ha il vangelo dell’infanzia, ma anche quella è una catechesi molto importante. Infatti passato nelle comunità primitive lo shock della resurrezione, esse incominciano a chiedersi: ma allora cosa faceva quand’era bambino? Era monello, non era monello? Nascono dei miti e i vangeli apocrifi sono dei miti che risentono molto delle mitologie greche. Il bambino che delle cose e poi le fa volare, mi sa molto di Ercole che da bambino soffocò i due serpenti. Sono dei miti e negli apocrifi c’è molto mito, mentre nei vangeli c’è catechesi. Nei concili successivi, quando è stato strutturato il canone, sono stati scelti questi quattro perché lì i padri conciliari hanno visto che la preoccupazione era quella dell’investigazione del mistero del Cristo morto e risorto, senza mitologia, liberato dalle mitologia.


DOMANDA: Mi conferma che sono interpretazioni.

SALVATORE: Sono interpretazioni del mistero di Cristo. È il domandarsi, anche se nei vangeli si riconoscono ipsissima verba, così sono chiamate le parole vere di Gesù, che si riconoscono facendo un’analisi letteraria. Gesù non ha scritto niente, da buon rabbino non scriveva niente, ma insegnava e perché ricordassero meglio ciò che diceva (era l’uso normale del sistema rabbinico), lo diceva in modo ritmico. Un ritmo si ricorda molto meglio mnemonicamente, per cui quando nel testo greco troviamo dei tratti che sono esattamente ritmici, diciamo che riportano decisamente il ricordo degli apostoli, la memoria con la quale gli apostoli ricordano ciò che Gesù ha detto. Il lavoro dell’esegesi biblica è molto complesso ed è fatto anche da queste cose, riuscire a distinguere il midrash dall’evento, il midrash o interpretazione del messaggio fatto attraverso l’immagine. Non conta l’immagine, ma il messaggio che l’immagine trasmette e invece il ricordo di avvenimenti che riguardano la persona dell’uomo Gesù.    

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