9 gennaio 2012 Sergio CASTELLUCCI

Pio XII Un grande Papa in un contesto storico difficile.



Pio XII. Papa Pacelli. Nacque a Roma il 02 Marzo 1876. Fu ordinato sacerdote nel 1899: fece carriera diplomatica ed ordinato cardinale nel 1929. Fu eletto papa nel 1939 in un periodo attraversato da momenti difficili con cui dovette confrontarsi. Prima di tutto la seconda guerra mondiale.


Famoso è rimasto il suo richiamo al mondo intero: “nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra”.Pio XII si trovò a convivere e a combattere contro le due ideologie che funestarono il ventesimo secolo: il nazismo prima e il comunismo dopo. Ancora non è completamente risolta la questione riguardante gli ebrei che la chiesa cercò in tutti i modi di proteggere ma l’accusa, per molti ingiusta, è che il papa avrebbe taciuto sull’olocausto.

Dotato di grandissima cultura Pio XII pose le basi della nuova bioetica ed attraverso incontri con medici, ostetriche e scienziati di tutto il mondo espresse in maniera chiara e moderna le regole riguardanti il nascere, il vivere ed il morire dell’uomo.

Famosi furono i suoi radiomessaggi.

Morì a Castel Gandolfo il 09 Ottobre 1958 all’ètà di 82 anni. Paolo sesto aprì nel 1967, il processo di beatificazione ancora in corso. Benedetto XVI nel 2009 attestandone le virtù eroiche, lo ha proclamato venerabile.

19 dicembre 2011 Anna SANTUCCI

LUIGI LANZI (1732-1810) ED I “VASI ETRUSCHI” TRA SETTE E OTTOCENTO

“il vero modo d’illustrare le antiche cose […] non è certamente lavorar sistemi, come il Passeri fece rispetto a’ vasi”








(lezione rinviata)

15 dicembre 2011 Gabriele BARUCCA

ANCONA - MOLE VANVITELLIANA
VISITA GUIDATA ALLA MOSTRA
"Alla mensa del Signore. Capolavori dell'arte europea da Raffaello a Tiepolo"


Nella storia ormai più che centenaria dei Congressi Eucaristici Nazionali non sono mai mancate le attività culturali. Ben 120 anni separano il Congresso di Ancona dal primo Congresso tenutosi a Napoli nel 1891.
Soprattutto negli ultimi anni la celebrazione dei Congressi Eucaristici è stata sempre accompagnata da importanti manifestazioni espositive di carattere artistico. A Siena, nel 1994, rimasero aperte nella settima edizione del Congresso ben undici mostre documentarie; a Bologna nel 1997 furono organizzate due grandi mostre d’arte e a Bari nel 2005, fu dato spazio ad una esposizione, centrata sul materiale storico-artistico conservato nella Puglia sul tema eucaristico.
Oggi, ad Ancona, al fine di anticipare e accompagnare lo svolgimento del XXV Congresso Eucaristico Nazionale è stato predisposto un articolato programma espositivo, culturale e artistico.
La più significativa e rappresentativa rassegna, che sarà aperta al pubblico dal 3 settembre 2011 all’8 gennaio 2012 nella Mole Vanvitelliana, è la straordinaria esposizione Alla mensa del Signore. Capolavori dell’arte europea da Raffaello a Tiepolo, organizzata in collaborazione con la Soprintendenza di Urbino.
Il percorso espositivo è composto da una serie di opere, dipinti, sculture e arazzi di grandi maestri dell’arte, dal Cinquecento al Settecento ed oltre, sul tema dell’Ultima Cena, nell’interpretazione degli artisti che del tema hanno spesso raffigurato i due momenti distinti, l’Istituzione dell’Eucaristia e la Comunionedegli Apostoli.
Fra le opere in mostra si citano
- La carità, parte della predella della Deposizione Baglione di Raffaello, proveniente dai Musei Vaticani;
- l’Ultima Cena e altre scenedi Luca Signorelli, proveniente dalle Gallerie degli Uffizi;
- l’Arazzo con l’Istituzione dell’Eucaristia di Rubens, proveniente da Ancona;
- l’Ultima cena del Tiziano, proveniente dalla Galleria Nazionale di Urbino;
- la Comunionedi Santa Lucia del Tiepolo, proveniente da Venezia;
- l’Ultima cena del Tintoretto, proveniente dalla chiesa di S. Trovaso in Venezia;
- l’Istituzione dell’Eucaristia e Comunione degli Apostoli di Federico Barocci, provenienti da Urbino e da Roma;
- l’Ultima Cena dell’Empoli, proveniente da Firenze;
- l’Ultima Cena di Simon Vouet, proveniente da Loreto;
- la Comunionedegli Apostoli di Marco Palmezzano, proveniente da Forlì
- la Processionedel SS. Sacramento di Guido Cagnacci, proveniente da Saludecio.
L’esposizione è ordinata in undici sezioni: Anteprima, Nozze di Cana, Istituzione, dell’Eucaristia, Ultima Cena, Ricordo del Cenacolo, Comunione degli Apostoli, Cena in Emmaus, Processione dell’Eucaristia, Custodia dell’Eucaristia, Allegorie eucaristiche, Eucaristia nell’arte del Novecento.
Nella sezione d’apertura, le Nozze di Cana, verranno presentate due immense tele, (335 x 935 e 450 x 750) le Nozze di Cana del Padovanino, proveniente dalle Gallerie dell’Accademia e l’altrettanto maestoso dipinto con lo stesso soggetto di Nicola Maria Rossi, proveniente dalla Chiesa dell’Annunziata di Piedimonte Matese. Non è comune trovare in mostre opere di tali dimensioni ma i grandi spazi della Mole Vanvitelliana hanno permesso l’allestimento di questi monumentali capolavori.
La sezione di chiusura è dedicata alle allegorie eucaristiche dove accanto alla celebre Visione di san Bernardo del Grechetto, proveniente dalla chiesa di S. Maria della Cella di Sanpierdarena, farà bella mostra di sé il Miracolo del corporale di Andrea Sacchi, proveniente dalla cattedrale di Macerata, tela (impropriamente detta cartone) preparata dal pittore romano per la trasposizione dell’opera in mosaico per l’altare di San Pietro.
L’esposizione renderà omaggio a Leonardo ed al suo Cenacolo con tre opere straordinarie. La prima è costituita dall’antico complesso scultoreo in legno dipinto realizzato negli anni 1528-1532 da Andrea da Milano e Alberto da Lodi e composto da tredici figure, Cristo e gli Apostoli. L’opera, che prende a modello proprio l’affresco del refettorio delle Grazie, viene esposta per la prima volta fuori sede, le sculture che provengono dal Santuario della Beata Vergine dei Miracoli di Saronno sono state generosamente prestate nell’occasione della loro delocazione per importanti lavori di restauro nella cappella dove sono abitualmente conservate. Le altre due opere che fanno da cornice al magnifico e maestoso gruppo scultoreo sono altresì importanti, si tratta della copia settecentesca del grande arazzo vaticano raffigurante il Cenacolo di Leonardo, proveniente dagli appartamenti vaticani, e la tela di Cesare Magni raffigurante l’Ultima Cena leonardesca, proveniente dalla Pinacoteca di Brera.
Quale completamento della prestigiosa rassegna per la parte antica sarà ordinata nel percorso espositivo una ricca raccolta del vasto tesoro di oggetti liturgici conservati nelle diocesi marchigiane. La raccolta, selezionata da Gabriele Barucca della Soprintendenza di Urbino, presenta, fra i tanti e preziosi oggetti spesso inviati dai Papi alle chiese marchigiane, il sontuoso e solenne ciborio cinquecentesco in bronzo dorato e argento, già appartenuto ad una chiesa delle Marche e ora in collezione privata.
Al fine di rendere esauriente il tema proposto dalla mostra, la stessa si conclude con un’esaustiva sezione di opere di Maestri del XX secolo. Nella selezione, assai significativa, appaiono, fra gli altri, la Portadi Tabernacolo di Georges Rouault dei Musei Vaticani; la Cenain Emmaus di Ardengo Soffici dei Musei Vaticani; Ultima Cena di Aligi Sassu, Cartone con Angelo eucaristico di Carlo Mattioli, ed Emmaus di Franco Gentilini, proveniente da Assisi.

12 DICEMBRE 2011 Maria LENTI

Maria Lenti presenta in venti righe i suoi racconti







Giardini d’ariaPostfazione di Enrico CapodoglioMarte, San Benedetto del Tronto, 2011Racconti
Una bambina, una donna si racconta, da piccola a grande, da ieri a oggi. Le vicende sue dentro le vicende della vita, che fluisce anche dal contesto.
Scrive Enrico Capodaglio nella “Postfazione”: «In un volume di racconti si cerca in genere un’unità di sguardo, tanto più essendo i personaggi discordi. Si guadagna così una persona, una maschera letteraria incarnata nel volto invisibile dell’autore. Questo libro imbocca un’altra strada: lascia che si mostri e si sfaccetti nel corso del tempo (si va dal 1949 al 2010) una personalità imprevedibile, una donna con la sua ambivalenza tra la memoria, risalente a un’infanzia ferita, e l’attualità della vita. Il presente è smemorato, ma vivo, vivissimo. E il passato, realtà parallela, è impressionante, perché caldo di un bisogno di verità inappagabile.»

Una donna, una bambina, Margherita o Magì, è la protagonista di questi miei racconti, scritti dal 1998 al 2010.
Autobiografici? Autobiografici in alcuni tratti, che - almeno nelle mie intenzioni - vengono assorbiti nelle e dalle vicende in cui sono inseriti e che si snodano dal lontano 1949 ai giorni d’oggi. Il più delle volte, infatti, la narrazione è calata nel tempo (verbale) presente, vivo di immagini, di fatti, di vissuto.
Una bambina, una donna ritaglia eventi, incontri, “esterni”, e li passa al vaglio del suo vivere interiore, quasi a volerne da un lato catturare l’essenza e dall’altro guardare dentro l’essenza che eventi e incontri sempre rilasciano, in luoghi non espressamente connotati, ma riconoscibili come luoghi in cui ci si perde e ci si ritrova, da cui ci si allontana e in cui si torna. Luoghi e spazi condivisi on i co-protagonisti, introiettati, non delimitati, ma resi in-finiti.
Magì-Margherita vi diventa, per la forza delle cose - e tutta sua in esse -, consapevole: con l’incoscienza della innocenza, con l’allegria del distacco, con l’ironia sul perduto, con il sentimento della gioia e del dolore. E con l’attenzione al suo sé, all’altro/a da sé, alla storia, anche minima, passata nei suoi giorni.





Maria Lenti è nata a Urbino. Vive tra questa città e Roma. Docente di lettere nelle superiori fino all’elezione alla camera dei deputati (1994-2001) per rifondazione comunista.
Studiosa di letteratura e di arte, ha pubblicato poesie [Un altro tempo (1972), Albero e foglia (1982), Sinopia per appunti (1997), Versi alfabetici (2004), Il gatto nell’armadio (2004), Cambio di luci (2009]), racconti [Passi variati (2003), Due ritmi una voce (2005), il recentissimo Giardini d’aria], la monografia-studio Amore del Cinema e della Resistenza (2009). In uscita i saggi Neodialettali romagnoli e altri dialettali.
Suoi saggi e studi si trovano in volumi collettanei, nelle riviste e nei quotidiani a cui collabora. Ha curato, con Gualtiero De Santi e Roberto Rossini, il volume Perché Pasolini (1978). Sulla sua poesia il regista Lucilio Santoni ha realizzato nel 2002 il video A lungo ragionarne insieme. Un viaggio con Maria Lenti.
Ulteriori informazioni sulla sua attività in
http://www.marialenti.it/

5 dicembre 2011 Giovanni MARTINES AUGUSTI

IL NOVECENTO: IL SECOLO LUNGO DELLA COMUNICAZIONE.


(PAGINA IN COSTRUZIONE)

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Il prof. Giovanni Martines Augusti, giornalista, imprenditore culturale attraverso il Centro Studi Antonelli di cui è fondatore e presidente, destinatario di importanti riconoscimenti come il premio Imprenditori Italiani nel mondo “ Protagonista della Vita - 2006” ed il premio Città Cartoceto “ Nazionale di cultura Camillo Marcolini – 2006” , insignito dall’Istituto Biografico Americano “the Man of the Year – 2005” per la Cultura, già docente di storia della comunicazione dal 2002 presso l’Università La Sapienza di Roma, note le sue dimissioni a seguito della mancata presenza all’inaugurazione dell’ anno accademico del Santo Padre.E’ ideatore, organizzatore e conduttore del “Grand Tour”, primo corso in Italia di educazione all’arte che si svolge a Brugnetto di Ripe nella sede del Centro Studi Antonelli.Dopo la laurea in Giurisprudenza all’ateneo bolognese, Martines Augusti ottiene la specializzazione in Giornalismo all’Università della Luiss di Roma.Ha iniziato a lavorare come giornalista presso la redazione dei quotidiani “La Nuova Venezia”, “Il Resto del Carlino” di Bologna, “Il Mattino di Padova” e “Il Resto del Carlino” (redazione di Macerata). Ha collaborato inoltre con le riviste della Camera di Commercio di Bologna: il quindicinale “Bologna Economica” e il trimestrale “La Mercanzia”.Segue una parentesi calcistica nelle giovanili del Bologna, insieme con Mancini, e a ventidue anni inizia la carriera di giornalista televisivo. Parte dalle emittenti televisive private Telesanterno e Telecentro del gruppo Odeon, quale autore e conduttore di programmi radiofonici e televisivi, tra i quali “Dalla parte dei Tifosi”, “Interviste esclusive” e “Controcampo”, per arrivare nel 1998 alla Rai alla “corte” di Sergio Zavoli con cui firma le ultime tre grandi inchieste del padre del giornalismo televisivo italiano. “ Viaggio nel calcio”, “Viaggio nella scuola”, “Diario di un cronista”.Nel 2004 è opinionista nei programmi di Rai 1 e Rai 2 Notte.A lui si devono, inoltre, i seguenti programmi e format culturali: dal 1995 al 1998 “Campioni nella Vita”, una serie di incontri e interviste con le maggiori personalità della società in vari teatri italiani. Nel 1997 – 98 “Attenti a quei due” programma radiofonico di tipo satirico e ironico a carattere sportivo, sociale e culturale con Antonio Cabrini. Nel 2000 “Il Grand Tour” e nel 2005 “Vivere il 900: un viaggio lungo un secolo” per la provincia di Ancona e per la regione Veneto.Nel 1997 è professore a contratto di “Legislazione e direttive comunitarie sugli alimenti” presso la Facoltà di Medicina dell’Università Gabriele D’Annunzio di Pescara. Nel 2000/2001 è docente di “Storia della Comunicazione” presso l’Università della Terza Età dei comuni di Pergola, Ostra Vetere e SenigalliaDal 2002 al 2007 è stato professore a contratto e cultore della materia presso la facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di Roma per la cattedra di Teoria e Tecnica del linguaggio giornalistico, dimessosi, come già detto, a seguito della mancata presenza all’inaugurazione dell’ anno accademico del Santo Padre.Giovanni Martines Augusti dagli anni novanta ha ripristinato l’antico insediamento del Palazzo Antonelli Castracani Augusti (il Palazzo delle 100 finestre), sulle colline di Senigallia, come cenacolo destinato all’arte, alla letteratura e alla cultura tramite il Centro Studi Antonelli che opera secondo l’antica tradizioneIl centro studi ha per oggetto la formazione professionale universitaria e post universitaria anche mediante l’organizzazione di congressi, meeting, incontri, seminari, workshop per tutte le aree culturali e della ricerca e la pubblicazione di atti congressuali, dispense universitarie, monografie, libri di testo, volumi e video. Inoltre la produzione, diffusione e valorizzazione di iniziative culturali, formative, di ricerca e artistiche anche mediante l’ideazione e la realizzazione di programmi radiotelevisivi e cinematografici. Il restauro di opere d’arte nonché l’organizzazione di corsi d’arte.

28 novembre 2011 Roberto FIORANI

Aspetti meno noti dei protagonisti del Risorgimento italiano: Mazzini, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II.


GIUSEPPE MAZZINI (Pippo) (Genova, 1805-Pisa, 1872)












LA FAMIGLIA.
Il padre Giacomo, di formazione giacobina, è un medico destinato alla carriera presso l'Università di Genova. Avrà la cattedra di Patologia e Igiene nel 1823 e quella di Anatomia e Fisiologia nel 1830. La madre. Maria Drago, è una casalinga, di buona cultura personale. Ha due sorelle maggiori: Rosa (1797) e Antonietta (1803), una sorella minore. Francesca (1808). E' quindi l'unico maschio della famiglia. Da piccolo è di salute cagionevole e viene istruito in casa da due precettori, Luca Agostino De Scalzi e Stefano De Gregori, sacerdoti giansenisti. “Pippo” sviluppa un forte legame con la madre, mentre i rapporti con il padre si fanno più difficili. Crescendo impara il gioco degli scacchi e a suonare la chitarra, diventa amante del caffè e del sigaro, abitudini che lo accompagneranno per tutta la vita. (Per il sigaro sarà più volte sgridato dal padre). Prerogative caratteriali: ostinazione e testardaggine. Anche queste lo accompagneranno per tutta la vita.
FORMAZIONE GIOVANILE.
A 14 anni (1819) s'iscrive all'Università di Genova, prima a giurisprudenza, poi passa a medicina, per tornare poco dopo a giurisprudenza. I requisiti principali di allora per accedere all'Università: certificati di buona condotta, rilasciati dalla polizia, e certificati di osservanza religiosa. rilasciati da sacerdoti e vescovi. Il 21.06.1820 viene arrestato, per poche ore, per “condotta disordínata”. Il reato: piccola baruffa e un po' di spintoni tra ragazzi per accaparrarsi dei posti a sedere in chiesa nella festa di San Luigi, patrono dei giovani! L'episodio, sia pure di poca rilevanza, gli procura notorietà e fama, almeno in ambiente universitario.
Nel 1821, in occasione dei moti carbonari, l'Università viene chiusa per due anni. In segno di lutto e per protesta contro la repressione Mazzini inizia a vestirsi di nero, altra abitudine che conserverà per tutta la vita. A Università chiusa si dedica a studi di letteratura (in particolare su Dante), poi riprende il corso regolare e si laurea in giurisprudenza nel 1827, a 22 anni. Subito dopo la laurea inizia la collaborazione con alcuni giornali locali: “Indicatore genovese”, “Indicatore livornese”, “Antologia” di Firenze. Quindi aderisce alla Carboneria, società segreta.
LA SVOLTA.
Il 13.11.1830. a 25 anni, viene arrestato per cospirazione. Finisce in carcere prima a Genova e poi a Savona. Poco più di due mesi dopo viene raggiunto dal decreto reale, del Regno di Sardegna. di “espatrio” o “confino”.
ESILIO IN FRANCIA, 1831-1833.
Mazzini sceglie l'esilio in Francia con passaporto legale. Lione, Marsiglia, Corsica, ancora Marsiglia sono le principali tappe francesi, mantenuto dai genitori (soldi del padre, inviati dalla madre).
Nell'estate del 1831 nasce la "Giovino Italia”, associazione-movimento rivoluzionario, sostenuta l'anno dopo dall'omonimo giornale, e che raggiungerà i 50-60 mila aderenti nel 1833.
Sempre nel 1831, conosce Giuditta Bollono Sidoli. giovane vedova con 4 figli. Dalla relazione con Giuditta nascerà, nel 1832. l'unico figlio (maschio) di Mazzini. sempre accudito dalla madre e morto a 3 anni.
Giudizio di Metternich, Cancelliere austriaco: “Mazzini, l'uomo più pericoloso d'Europa!”.
ESILIO IN SVIZZERA, 1833-1836.
Con tale patente di pericolosità, Mazzini decide di cambiare aria e si trasferisce in Svizzera, a Ginevra.
Spedizione in Savoia e fallita insurrezione di Genova, 1833.
Una specie di “manovra a tenaglia" contro il Regno di Sardegna. In Savoia riesce a radunare poche centinaia di volontari, comandati da un ex-ufficiale italiano, Gerolamo Ramorino. La spedizione si esaurisce in breve, dopo alcuni scontri a fuoco alla dogana di confine, con la diserzione dei volontari e la fuga di Ramorìno. Non va meglio a Genova. dove non si verifica alcuna insurrezione popolare e il marinaio Garibaldi, in servizio di leva. è costretto a una rocambolesca fuga perché, definito "bandito di primo catalogo” è pure condannato a morte ignominiosa
Nascita della “Giovine Europa” a Berna, il 15.04.1834.
ESILIO IN INGHILTERRA, 1837-1848.
Nel gennaio 1837 raggiunge Londra, dove riceve i primi aiuti materiali da ebrei di origine italiana, residenti in città. Aiuto costante della madre con invio di £ 3.000 ogni tre mesi, tramite il consolato piemontese, quindi un vitalizio di £ 5.000, sempre a cadenza trimestrale.
Importatore di prodotti italiani. Le raccomandazioni pratiche e concrete del padre Giacomo lo convincono per un po' a occuparsi di olio d’oliva, salumi, formaggi, vino, tartufi, pasta, oggetti d’antiquariato. Difficoltà di trasporto dei generi, negazione di Mazzini per il commercio.
Articoli per la stampa francese e inglese, libera scuola per i lavoratori italiani emigrati nel 1841. Mazzini segue la sua vera vocazione.
Sostegno alla spedizione dei fratelli Bandiera, 1844. Contribuisce a convincere i due ufficiali della Marina Austriaca a dirigersi in Calabria, con soli 19 compagni, sulla base di informazioni fasulle che davano per certo lo scoppio di una rivolta contro il regime borbonico. La vicenda finì tragicamente davanti a un plotone di esecuzione, perché Attilio ed Emilio, catturati dalle truppe napoletane, furono fucilati il 25.07.1844 insieme a sette dei loro compagni, tra i quali Ricciotti (altro idolo di Garibaldi).
IL RIENTRO IN ITALIA, 1848.
Partecipa agli eventi di Milano. dove incontra per la prima volta Garibaldi. Muore il padre Giacomo (nel 1852 morirà la madre, Maria Drago). E’ protagonista della breve stagione della Repubblica Romana. al fallimento della quale riparte da Civitavecchia il 13.07.1849, con passaporto americano intestato a George Muore. Destinazione Ginevra e poi Londra.
ALTRI INSUCCESSI.
Fallita insurrezione di Milano, febbraio 1853. Si contano 11 soldati e 4 civili morti. La polizia austriaca provvede a 400 arresti e, per pareggiare i conti, dispone 15 esecuzioni.
Appoggio alla spedizione di Carlo Pisacane, 1857. Spedizione di volontari armati per galvanizzare il malcontento popolare contro il regime borbonico a Napoli. Partenza da Genova in piroscafo, sbarco a Sapri, nella costa settentrionale della Calabria. Inseguiti dai soldati borbonici e dai contadini, la maggior parte dei volontari viene uccisa o fatta prigioniera. Pisacane provvede al suicidio. Mazzini, mandante morale, viene condannato a morte in contumacia dal Regno di Napoli.
PROSCRITTO DELLA MONARCHIA
A pieno titolo co-fondatore della Nazione, resta "nemico'' dello Stato perché rifiuta di chiedere la grazia a Vittorio Emanuele II, pur disposto a concederla. E proprio il 17 marzo 1861, mentre a Torino viene proclamata l'unità nazionale, Mazzini firma con Cattaneo il contratto per l'edizione completa dei suoi scritti politici e letterari. “Dei doveri dell'uomo” è la sua opera più famosa: in circa 100 anni raggiungerà 1 milione di copie!
VENEZIA E ROMA.
Contrasti tra Mazzini e Garibaldi sul completamento dell'unità nazionale. Disperazione dell'avvocato (Mazzini) per il ferimento del generale (Garibaldi) all'Aspromonte, 1862. L'avvocato parla di “azione extra-legale” del governo italiano!
Il “brindisi” di Londra. aprile 1864.
Perplessità di Mazzini sulla III guerra d'indipendenza, 1866.
Breccia di Porta Pia, 20 settembre 1870. Mazzini si trova in prigione a Gaeta, dopo essere stato arrestato in agosto a Palermo. Sarà liberato per amnistia il 13 ottobre 1870. Proteste dell'avvocato e viaggio in treno per Roma. Livorno e Genova, poi Lugano e Londra.
LA MORTE A PISA. 1872.
Mazzini rientra in Italia nel 1871, sotto falsa identità: Gorge Brown. Di volta in volta si presenta come gentiluomo inglese in pensione, turista tedesco o mercante ebreo. Ma con articoli pubblicati ne “La Roma del popolo” non smette di lanciare invettive contro il governo italiano e il socialismo di Marx. E' ospite a Pisa in casa di Janet Nathan Rosselli, ebrea. (Nella discendenza famigliare ci saranno i fratelli Carlo e Nello Rosselli, vittime dei fascisti in Francia).
Muore a Pisa il 10 marzo 1872. a 67 anni.
Il Dr. Giovanni Rossini, che l'assiste, parla di broncopolmonite come causa del decesso, ma non può escludere il tumore polmonare, vista l'abitudine tabagica. Immediatamente prima della morte la famiglia Rosselli respinge una richiesta di visita dell'arcivescovo di Pisa.
Il geologo Paolo Gorini provvede a un tentativo d'imbalsamazione, piuttosto approssimativo, quindi la salma viene spedita in treno a Genova. Alla stazione ferroviaria viene allestita la camera ardente. Garibaldi invia lo stendardo tricolore dei Mille ma non partecipa al funerale.
La salma di Mazzini riposa nel cimitero di Stagliene presso Genova, sua città natale.

GIUSEPPE MARIA GARIBALDI ("Peppino") (Nizza, 04.07.1807-Caprera, 02.06.1882)







LA FAMIGLIA.
Originaria di Chiavari. Nasce da Domenico e Rosa Raimondo. Atto di nascita redatto in francese. Due sorelle morte nella prima infanzia, tre fratelli: Angelo, Michele e Felice.
Il padre, capitano marittimo, è proprietario di una piccola barca per la pesca e il piccolo commercio. Peppino segue le orme paterne studiando da capitano marittimo.
Di carattere forte, indipendente, coraggioso, è più amico del divertimento che dello studio. Diventa eccellente nuotatore. Cultura da autodidatta, imparerà a conoscere diverse lingue: francese, spagnolo, inglese, tedesco.
Altezza 166 cm, capelli biondi, occhi chiari, piace alle donne.
IL MARINAIO, 1823-1833.
Mozzo a 16 anni sul brigantino "Costanza", per dieci anni fa il marinaio sulle rotte del Mediterraneo (Crimea e Turchia). Permanenza di tre anni a Istambul.
Nel 1833 incontro sulla nave "Clorinda" con un gruppo di esuli, seguaci di Saint-Simon, diretti in Turchia. Colloqui durante il viaggio con Emile Barrault: entusiasmo per la lotta d'indipendenza dei popoli. Scoperta delle idee e attività di Mazzini per l'indipendenza italiana. Servizio militare nella Marina da Guerra del Regno di Sardegna (leva di 5 anni).
Partecipa, sempre nel 1833, alla fallita insurrezione di Genova, contemporanea alla fallimentare spedizione in Savoia, organizzata da Mazzini.
LA SVOLTA, 1833-1835.
Fuga rocambolesca da Genova verso Nizza e Marsiglia. Da militare diventa disertore. Definito dal Regno di Sardegna "bandito di primo catalogo", viene condannato a "morte ignominiosa".
ESILIO IN BRASILE, 1835-1841.
Nell'agosto 1835, da Marsiglia s'imbarca per il Brasile sul brigantino francese "Nantonnier". A Rio de Janeiro, nel primo anno, incontra alcuni esuli di fede mazziniana e si dedica a piccoli commerci marittimi con la barca "Mazzini". Il Brasile, allora colonia portoghese, era una monarchia costituzionale, poi diventata impero. Nel 1836 inizia una lunga "guerra civile", che terminerà nel febbraio 1845, dovuta alla ribellione contro l'impero centrale di due Province meridionali: Rio Grande do Sul e Santa Catarina. Garibaldi accetta l'invito del Governatore provvisorio, Bento Goncalves da Silva, arma la "Mazzini" e con la " patente de corso" n. 6, inizia la "guerra corsara" contro le navi mercantili brasiliane.
Lo scontro di Maldonado. Nel porto uruguagio, contro i Brasiliani che lo inseguivano, riporta una grave ferita alla nuca. Una pallottola, entrata sotto l'orecchio sn, sarà estratta sotto l'orecchio dx.
Perdita di coscienza, fuga dell'imbarcazione, lunga prigionia e perfino tortura da parte degli Argentini. Durante la prigionia-convalescenza impara lo spagnolo e a cavalcare dai "gauchos" argentini.
Porto Alegre e la "Lagna dos patos" (Laguna delle anatre).
Battaglia del "Galpon de Xarqueada".
Fallito tentativo di un commando di 150 uomini scelti dell'impero brasiliano, incaricati di catturare Garibaldi. Tattica dello scontro. Relazione del ministro della guerra al parlamento brasiliano. Resoconto nel giornale "O Povo".
Trasporto di navi "via terra".
"Fuga" di 2 lance dalla laguna, trasportate "via terra", e successivo naufragio di una delle imbarcazioni in Atlantico con morte di metà dell'equipaggio (16 uomini).
Conquista (e perdita) di Laguna.
Porto della Provincia di Santa Catarina. Anita. Fuga dei repubblicani verso l'interno e battaglie terrestri con poche centinaia di uomini da una parte e dall'altra.
Attacco (fallito) a San Josè do Norte. Porto brasiliano che controlla l'imbocco della laguna delle anatre.
Nel 1841, dopo aver perso alcuni tra gli amici più cari (Carniglia, Mutru, Rossetti), Garibaldi lascia il Rio Grande do Sul per Montevideo.
Per i servizi resi alla repubblica ribelle riceve in compenso 1.000 capi di bovini. Marcia di 50 gg per raggiungere Montevideo. Circa 400 bovini annegano nel passaggio del Rio Negro, alcuni vengono macellati per strada, altri venduti di frodo, altri ancora muoiono di stenti. Alla fine Garibaldi arriva a Montevideo soltanto con 300 "pelli".
ANITA.
Anina Ribeiro da Silva. Giovane brasiliana di origini portoghesi e umili condizioni, gia' sposa a 15 anni di un calzolaio, Manuel Duarte, più anziano di lei, arruolato tra gli imperiali nella guerra civile. Garibaldi la conosce e se ne innamora durante la conquista di Laguna.
Darà a Garibaldi 4 figli, 2 maschi e 2 femmine. 1840, Domenico (come il nonno paterno, ma sarà chiamato Menotti in onore del "martire" modenese Ciro) 1843, Rosa. 1845, Teresita. 1847, Ricciotti, in onore di un altro "martire" della spedizione dei f Ili Bandiera.
Garibaldi sposa Anita con rito religioso il 26 marzo 1842 a Montevideo, nella chiesa di S. Francesco d'Assisi. Muore nei pressi di Comacchio, di nuovo incinta, nel 1849, durante la spedizione di Garibaldi da Roma verso Venezia. Dapprima sepolta in Italia, nel 1859 Garibaldi la trasferisce a Nizza, vicino alla madre. Nel 1932 sarà riportata in Italia e ora riposa a Roma sul Gianicolo.
ESILIO IN URUGUAY, 1841-1848.
Montevideo era allora una piccola città di circa 42.000 abitanti, a carattere cosmopolita, con molti europei ed esuli italiani di fede mazziniana (Cuneo).
Appena arrivato, Garibaldi fa il sensale mercantile e l'insegnante di matematica e lingue. Ma l'Uruguay è in guerra con l'Argentina, per terra e per fiumi, e ben presto Garibaldi finisce arruolato nella marina militare uruguagia, col grado di "colonnello". Partecipa a diverse spedizioni fluviali sui fiumi Paranà e Uruguay, con poche e piccole imbarcazioni ed equipaggi raccogliticci: marinai stranieri, disertori, avventurieri e condannati per reati comuni.
Le tuniche rosse. Nella difesa di Montevideo gli esuli italiani, poche centinaia, si organizzano in legione. Per la divisa si fa ricorso a tuniche rosse di lana, rimaste stoccate in deposito, perché destinate in realtà ai "saladeros" argentini (macellai) di Buenos Aires.
San Antonio del Salto, 8 febbraio 1846. E' la prima piccola vittoria terrestre degli uruguagi contro gli argentini. Garibaldi, al comando di 286 uomini, pur contando 30 morti e 53 feriti, riesce a sottrarsi a un'imboscata degli argentini, superiori per numero. Lo scontro suscita grande e impressione a Montevideo e il Governo Uruguagio esalta in modo clamoroso l'impresa con iscrizione nella bandiera e lapide nel palazzo ( del governo): "Atto di valore dell'8 febbraio, compiuto dalla legione italiana agli ordini di Garibaldi".
IL RIENTRO IN PATRIA, 1848.
Garibaldi è già famoso. Ne parlano male i giornali argentini: "bandito genovese", "il pirata italiano". Ne parlano bene i giornali uruguagi, francesi e inglesi. Lo esaltano gli esuli italiani e Mazzini comincia a contattarlo già dal 1842. In attesa del rientro, si apre la sottoscrizione italiana per la "spada d'onore".
A gennaio 1848 parte Anita con i figli, ad aprile Garibaldi con 63 legionari. 68 i gg di viaggio da Montevideo a Nizza (23 giugno 1848). Conosce di persona il Re di Sardegna Carlo Alberto ("bandito di primo catalogo", "condanna a morte ignominiosa") e Giuseppe Mazzini a Milano. Resterà deluso da entrambi. In compenso riceverà la nomina a "generale" da parte del governo provvisorio di Milano. (In Uruguay era soltanto "colonnello").
FUGA DA ROMA E MORTE DI ANITA, 1849.
Dopo la sconfitta, subita dai francesi, autorizzato dall'Assemblea Cittadina della Repubblica Romana, organizza i circa 5.000 volontari che gli sono rimasti per continuare la lotta nel resto d'Italia. Si trova contro tutti: francesi, austriaci, napoletani, papalini. Itinerario tortuoso: Lazio, Umbria, Toscana, Marche; San Marino. Difficoltà: mancanza di viveri, diserzioni, tradimento del maggiore Muller, fuga notturna del colonnello Bueno, con la cassa, per tornare in sud America. A San Marino scioglie ufficialmente la spedizione. Imbarco a Cesenatico con direzione Venezia, scontro in Adriatico con la marina austriaca, naufragio, sbarco di fortuna a Comacchio. Anita, incinta, muore di stenti. Incursione del "passatore", Stefano Felloni, nella fattoria dei Ravaglia, alla ricerca di un inesistente "tesoro". Garibaldi rinuncia a Venezia, si dirige in Toscana e di qui raggiunge la Liguria.
SECONDO ESILIO, 1849-1854.
Nel settembre 1849 Garibaldi fa visita a Nizza ai famigliari. Incontra la madre, che non rivedrà più, e i figli Menotti, Teresita e Ricciotti. Con le vicende del 1848-49 è cresciuta in Italia e in Europa la fama di Garibaldi che, però, rimane persona "non gradita" per il Regno di Sardegna. Riceve sulla nave il saluto del generale La Marmora, un sussidio di £ 300 mensili dal governo piemontese e parte per Tunisi.
Ritorno a Cagliari, sosta di 1 mese alla Maddalena, poi destinazione Gibilterra e Tangeri. Comincia a scrivere l'autobiografia.
Nel 4850, via Liverpool, raggiunge New York, dove incontra anche Antonio Meucci, l'inventore del telefono. Onoranze dei giornali americani: "l'uomo di fama mondiale, l'eroe di Montevideo e difensore di Roma", "onore al campione della libertà in entrambi gli emisferi". Crociera nei Carabi. Viaggio con un amico, Carpaneto, attraverso il Nicaragua, verso il Perù.
Nel 1852, al comando della nave "Carmen", trasporta un carico di guano in Cina, a Canton.
Nel 1853, con un carico di rame dal Cile, circumnaviga l'America meridionale e risale in Atlantico fino a Boston.
Ritorno a New York e insorgenza di divergenze sui suoi compensi di capitano con gli armatori. Nel gennaio 1854 ritorna a Londra, incontra Mazzini e riparte per Genova. Poi torna a Nizza, dove rivede i figli, ma non la madre, morta nel 1852.
Soffre di dolori reumatici (artrite reumatoide).
ACQUISTO DI CAPRERA, 29 dicembre 1855.
Dopo un nuovo viaggio in Sardegna con alcune dame inglesi, Emma Roberts, sua figlia e la giovane giornalista Jessie Meriton White, nell'autunno del 1854, matura la decisione di acquistare metà dell'isola di Caprera, 16 kmq, per l'altra metà proprietà dei coniugi inglesi Collins.
L'acquisto viene formalizzato nel dicembre 1855, grazie all'eredità di £ 35.000, lasciatagli dal fratello Felice. Nel frattempo si dedica a traffici commerciali tra Genova, Nizza e Marsiglia.
GARIBALDI AGRICOLTORE, 1856-1859.
Nel 1856, dopo un viaggio in Inghilterra che vede sfumare i progetti matrimoniali con Emma Roberts, comincia a occuparsi più seriamente di Caprera. Con il figlio Menotti e alcuni amici costruisce la casa, a un solo piano, con il tetto a terrazza, secondo lo stile sudamericano. Importa animali, semi e piante fino a farne una vera fattoria.
Il piccolo naufragio con l'imbarcazione "Emma", che trasportava calce, sancisce la fine della carriera marinara di Garibaldi.
Dissenso con Mazzini. Garibaldi è repubblicano, ma anche realista e ritiene utile, nella lotta per la liberazione dell'Italia, la forza dell'esercito regolare piemontese.
Primo incontro con Cavour. Agosto 1856, cortese e cordiale.
Primo incontro con Vittorio Emanuele 11. Agosto 1859, la presentazione al re è opera di Cavour. Dal feeling con il re nasce il corpo dei volontari "Cacciatori delle Alpi", circa 30.000 volontari, in divisa piemontese.
Altre donne. La baronessa Maria Esperance von Schwartz nel 1857. Battistina Raveo, la domestica di Caprera, originaria di Nizza, di estrazione contadina e analfabeta: gli darà una figlia, Anna Maria Imeni, chiamata Anita, nel 1859. La Marchesina, diciasettenne, Giuseppina Raimondi di Fino (CO), che sposerà, per pochi giorni, nel gennaio 1860, e dalla quale riuscirà a divorziare soltanto nel 1880.
EPOPEA DEI MILLE, 1860.
Quanti erano i Mille? A Genova partono in 1.162, a Talamone, dopo lo scalo per il rifornimento, diventano 1.089, che saranno i Mille di Marsala, secondo l'elenco ufficiale, redatto però nel 1878. Di tutti questi a Napoli ne arriveranno soltanto 426.
Chi erano i Mille? Circa 250 avvocati, 100 medici, 100 commercianti o artigiani, 100 sudditi borbonici della più varia estrazione sociale, 59 carabinieri genovesi, 50 ingegneri, 50 capitani di mare, 20 farmacisti, 10 artisti, qualche prete e 1 donna, Rosalia Montmasson, moglie di Crispi, vestita di abiti maschili.
Lombardia e Liguria le Regioni più rappresentate. Il più anziano Tommaso Parodi, genovese, 69 aa. Il più giovane Giuseppe Marchetta, di Chioggia, 11 aa, in compagnia del padre.
Solo 150 hanno la camicia rossa.
L'incontro di Teano, 26 ottobre 1860. Bivio di Taverna Catena. Testimonianza di Alberto Mario (marito della giornalista inglese Jessie Meriton White).
-...Di sotto al cappellino Garibaldi s'era acconciato il fazzoletto di seta, annodandoselo al mento per proteggere le orecchie e la tempia dalla mattutina umidità. All'arrivo del Re, cavatosi il cappellino, rimase il fazzoletto. Il Re gli stese la mano dicendo: "Oh, vi saluto, mio caro Garibaldi, come state?" E Garibaldi: "Bene, Maestà. E Lei?" "Benone!" Garibaldi, alzando la voce e girando gli occhi come chi parla alle turbe, gridò: "Ecco il Re d'Italia!" E i circostanti: "Viva il Re!"...-Dopo l'incontro il re andò a pranzo a Teano e Garibaldi, con pochi intimi, si fermò in un casolare a mangiare pane e formaggio, "a due passi dalla coda del cavallo".
Compensi reali per la spedizione dei Mille, 8 novembre 1860: collare dell'Annunziata, un titolo nobiliare, la promozione a generale d'armata, un castello, una nave, una tenuta per Menotti, una dote per Teresita, la nomina di Ricciotti ad aiutante di campo del re.
Garibaldi rifiuta tutto e il giorno dopo, 9 novembre 1860, parte da Napoli per Caprera con: qualche centinaio di lire, messe da parte, a sua insaputa, dal segretario Giovanni Basso; alcuni pacchi di caffè e di zucchero; un sacco di legumi; un sacco di sementi; una balla di merluzzo secco.
LA "PRIMA" DI GARIBALDI ALLA CAMERA, Torino, 18 aprile 1861.
Eletto deputato nel gennaio 1861, (senza necessità di alcuna campagna elettorale!), Garibaldi fa il suo ingresso alla Camera di Torino il 18 aprile.
Testimonianza di Henry d'Ideville, conte e diplomatico francese:
"...Apparve vestito del costume tradizionale; l'immortale camicia rossa, coperta da una specie di mantello grigio, in forma di pianeta o di poncho sudamericano, gli conferiva l'aspetto di un profeta, o, meglio ancora, d'un vecchio attore..."
Lunghissima ovazione del pubblico. Molti dei presenti lo vedono per la prima volta di persona. Prima di prendere la parola, presta il giuramento di rito. Sul dualismo tra esercito regolare e corpi dei volontari scoppia il battibecco con Cavour e il conseguente tumulto in aula. Sospensione della seduta. Dopo 2 gg Vittorio Emanuele II (capo dello stato) convoca i due litiganti: Cavour e Garibaldi si parlano freddamente senza stringersi la mano. E, dopo nemmeno 2 mesi, Cavour morirà prematuramente di malaria.
L'ASPROMONTE, 29 agosto 1862.
Nello scontro si contarono 7 morti e 14 feriti nell'esercito regio, 5 morti e 20 feriti tra i volontari garibaldini. Mutamento di situazione rispetto a 2 anni prima: Bixio, Medici, Coseni, Sirtori (ex-ufficiali garibaldini dei Mille di Marsala), erano diventati generali dell'esercito regio. Raduno dei volontari in Sicilia, (circa 2.000), inesperti, malmessi e peggio armati. Passaggio in Calabria, con direzione Roma, per liberarla dal dominio pontificio. "Roma o morte!". Ordine perentorio all'esercito di fermare il generale a tutti i costi. Il bersagliere Luigi Ferrari, con due pallottole, ferisce Garibaldi alla coscia sn, di striscio, e alla caviglia dx, pallottola ritenuta. Soccorsi difficili per l'impervietà dei luoghi e trasferimento di Garibaldi a La Spezia. Pallottola identificata da Auguste Nélaton ed estratta dal chirurgo fiorentino Ferdinando Zanetti a Pisa. Guarigione, con postumi permanenti, dopo circa 1 anno.
IL TRIONFO DI LONDRA, 1864.
Viaggio in Inghilterra, dove ritrova Mazzini. Trionfo a Londra, acclamato da circa 500.000 persone. Conferimento della "cittadinanza onoraria" il 20 aprile 1864. "Brindisi" con Mazzini. Solo 2 persone rifiutano d'incontrarlo: Carl Marx, per i noti dissidi con Mazzini, e la Regina Vittoria, che, nel diario, annota: "Onesto, disinteressato e coraggioso, Garibaldi lo è certamente, ma è un capo rivoluzionario!"
BEZZECCA, 1866.
Unico scontro vittorioso sul campo contro gli Austriaci nella III guerra d'indipendenza.
Garibaldi comanda circa 30.000 volontari in camicia rossa nel Trentino. L'esercito regolare viene sconfitto a Custoza, mentre la marina militare perde a Lissa. Il celebre "obbedisco" in risposta all'ordine di La Marmora di ritirata. "Conquista" del Veneto.
MENTANA, 1867.
Sconfitta di Garibaldi da parte dei Francesi, dovuta ai fucili di nuovo tipo (Chassepots), a retrocarica e lunga gittata. Garibaldi: "Venite a morire con me!". Il genero Canzio, marito di Teresita, lo ferma (e lo salva) prendendo il cavallo per le briglie. Arresto di Garibaldi a Figline.
BRECCIA DI PORTA PIA, 20 settembre 1870.
La sconfitta di Napoleone III a Sedan, contro la Prussia (2 settembre) priva Roma della protezione francese. Subito ne approfitta l'esercito italiano per conquistare la città.
Garibaldi, confinato a Caprera, è sorvegliato dalla marina militare. Mazzini è in carcere a Gaeta.
DIGIONE, gennaio 1871.
Garibaldi combatte a fianco dei Francesi contro i Prussiani (Tedeschi). Comanda circa 19.500 volontari di varia nazionalità europea.
E' l'ultima impresa militare (ha 63 anni).
GIUDIZI "LAPIDARI" DI GARIBALDI, (mini-intervista postuma).
Esercito prussiano: "l'attacco fu formidabile: io vidi in quel giorno soldati nemici, come mai avevo veduto migliori".
La Repubblica: "il sistema della gente onesta, sistema normale voluto dai più, e per conseguenza non imposto colla violenza e coll'impostura".
Suffragio universale (voto): "diritto incontestabile dei popoli liberi, cioè: poter mandare al governo della nazione i suoi veri rappresentanti e non gli uomini del privilegio".
Comunismo: "consiste nel rendere ricchi i poveri e impoverire i ricchi".
Mazzini: "uomo che non perdona a chi tocca all'infallibilità sua".
Se medesimo: "chi sia io, lo sanno i miei concittadini: un composto di bene e di male come tanti altri, assuefatto però a dire il vero a qualunque costo, e professarlo: quindi repubblicano, nemico del dispotismo e dell'impostura, che signoreggiano il mondo a dispetto delle generali millanterie di libertà e civilizzazione".
L'ULTIMO DECENNIO, (trascorso in prevalenza a Caprera, ma non solo).
Dal 1865 Francesca Armosino, astigiana, è collaboratrice domestica della figlia Teresita, alle prese con ben 9 figli. Darà a Garibaldi 3 figli: Clelia (1867), Rosa (1869), Manlio (1873). Matrimonio solo il 26 gennaio 1880, dopo l'annullamento di quello precedente con la contessina Raimondi.
Nel 1872 completa le Memorie.
Dal 1873 cammina con le stampelle, nel 1880 è costretto in carrozzina.
Ipoteca su Caprera per affari andati male di Menotti (figlio) e Canzio (genero).
Dal 1 gennaio 1875 riceve una pensione di £ 50.000 annue che accetta, tra le polemiche, nel 1876. "pensionato della monarchia!"
Nel 1875 incontro a Roma con Re Vittorio Emanuele II, non rivisto dal 1866. Questa volta, a differenza di Teano, il re è in piedi, a capo scoperto; Garibaldi seduto, per l'artrite, col caratteristico cappellino in testa. Colloquio di circa 20 minuti.
Nella primavera 1882, pochi mesi prima della morte, viaggio in treno al sud, da Napoli a Palermo, con percorso inverso a quello della spedizione dei Mille e acclamazioni di folle.
Muore a Caprera il 2 giugno 1882, alle ore 18.22, per bronchite. Manca di poco il 75° compleanno.
Delibera della Camera (Roma): lutto per 2 mesi, sospensione delle sedute per 10 gg,pensione nazionale alla vedova e ai figli, funerali di Stato, monumento a Roma.
Esplicita richiesta di cremazione non rispettata, funerale tradizionale a Caprera 1'8 giugno 1882, tumulazione della salma accanto alle tombe delle piccole Anita e Rosa, copertura esterna con un blocco di granito con sopra scritto: Garibaldi.
Solenni onoranze funebri a Roma, la domenica successiva, alla presenza di un grande busto dell'eroe.
Rassegna stampa: universali attestati di grandezza e simpatia.
Francesca Armosino e la figlia Clelia resteranno sull'isola fino alla morte (1923 e 1959).
Estratto da “Camici bianchi in camicia rossa”
prefazione di Giuliano Crisalli, Edizione Red@zione. Genova

Garibaldi e il dott. Auguste Nélaton




Due anni dopo lo sbar­co dei Mille a Marsala (1860), al grido di "O Roma o Morte!" Giu­seppe Garibaldi è partito dalla costa sicula per risali­re il meridione e "liberare" Roma dal dominio pontifi­cio: è al comando di volon­tari più o meno malmessi e ancor peggio armati. Ma il Governo italiano (piemon­tese), per evitare complica­zioni internazionali, decide di fermarlo: nel sud l'Italia dispone di truppe scelte im­pegnate nella repressione del brigantaggio; le organizza al­lora contro i "garibaldesi" e spedisce, nella punta estre­ma della Calabria, un contingente di 3500 uomini (tra i fanti e bersaglieri) comandato dal colonnello Pallavi­cini con l'ordine "di cercare Garibaldi e di distruggerlo". Nel frattempo, l’ ”Eroe dei i due mondi" è sbarcato a Mèlito, sulla costa calabra; ma, costretto dal fuoco di una nave, si è avventurato sulle pendici dell'Aspro­monte, ove il mattino del 29 agosto 1862 viene a contat­to con i Piemontesi.
Alle 15, senza tanti compli­menti i bersaglieri sparano (100 contro 10) con il clas­sico "fuoco avanzando" con­tro i garibaldini attestati ai margini di un bosco. Ma Garibaldi non vuole scontri fratricidi e dà ordine di non rispondere al fuoco, correndo su e giù per far tacere co­loro che per non soccombe­re hanno invece cominciato a sparare.
"All'improvviso – annota Enrico Cairoli (un volonta­rio pavese studente in Me­dicina) – Garibaldi si ferma portandosi una coscia. Fece due o tre passi, ma non po­té più reggersi". Si saprà poi che Garibaldi è stato colpi­to da due pallottole (del ber­sagliere Luigi Ferraci!): una "stanca" alla coscia sinistra e una che penetra invece nel piede destro fratturando il malleolo interno: la pallot­tola si è fermata sulla faccia dorsale del collo dell'astra­galo, vicino allo scafoide e al cuboide. Il ferito viene allora trasportato a braccia verso il bosco e sistemato sot­to un albero. E accende bef­fardo un mezzo sigaro. Il dottor Albanese incide con uno dei ferri rimastigli (l'ambulanza è stata la pri­ma ad essere distrutta dai “regi bersaglieri"), il gon­fiore scompare. Pensa allo­ra che la ferita sia stata pro­vocata da una pallottola di rimbalzo. Con dei rami e un cappotto si improvvisa una barella e il ferito viene tra­sportato sino alla costa. Se­gue il mesto corteo, a caval­lo il figlio di Garibaldi, Menotti: è a sua volta ferito al polpaccio sinistro. Oggi è fa­cile immaginare un ferito che viene allontanato dal fronte: autoambulanze, eli­cotteri, flebo, respiratori, una tenda di pronto soccor­so ben attrezzato. Il "pa­ziente" Garibaldi viene in­vece allontanato su di una primitiva barella di rami te­nuta da otto ufficiali che si danno il cambio, tra i sob­balzi causati dalle anfrat­tuosità del terreno, le rocce, gli sterpi, i dirupi. La notte la passerà nella capanna di un pastore, disteso su di un tavolato coperto di paglia. Il giorno seguente, sotto il sole cocente (siamo in pie­no agosto), la mesta caro­vana riprende il cammino si­no a Scilla, ove il ferito vie­ne issato con un paranco sulla pirofregata Duca di Genova, direzione Spezia (non ancora La Spezia). Il medico di bordo, dal poco romantico nome di dottor De Chiappe, sentenzia sen­za remore che "la palla è ri­masta dentro" e vorrebbe estrarla. Ma i medici gari­baldini si oppongono. Due giorni dopo (è il 31 agosto) la pirofregata Duca di Ge­nova attracca al forte S. Ma­ria di Spezia, da dove ven­totto ore dopo il ferito è tra­sportato al Forte Varignano, un ex lazzaretto. Intanto è comparsa una febbre, il pie­de — avvolto in un empiastro di farina di lino — è molto do­lente. Trascorrono un paio di mesi e le condizioni del feri­to si aggravano. E per anco­ra un altro mese (Garibaldi è stato nel frattempo trasfe­rito a Spezia città) c'è chi so­stiene (come l'illustre pro­fessor Patridge, anatomista dell'Università di Londra) che la pallottola è rimbalza­ta via e che è quindi inutile cercarla nel piede, e chi giu­ra invece che è ancora den­tro, come proverebbero al­cuni segni di osteomielite.
Il 28 ottobre (tre mesi dopo la ferita!) il mistero della pal­lottola non è ancora risolto. Dalla Francia arriva il cele­bre chirurgo Auguste Néla­ton, medico di Napoleone III, ideatore del famoso ca­tetere uretrale e di una speciale sonda d'argento per fe­rite, avente all'apice un bot­tone di porcellana dotato del­la proprietà di tingersi in ne­ro al contatto con il piombo. Utilissima quindi per la ri­cerca di metalli nelle ferite profonde.
Affiancato da due medici ga­ribaldini, Nélaton introdu­ce la sua sonda, ed esprime subito la "quasi certezza" che a una profondità di cir­ca tre centimetri "v'è una pallottola". Ma si continua ancora a brancolare nel buio in quanto anche una prova... elettrica eseguita con uno specillo collegato a un galvanometro risulta negativa. Tra i diciotto medici che si avvicendano al letto del fe­rito v'è anche il grande Riz­zoli; e da Pietroburgo giun­ge anche il chirurgo Niko­lai Pirogoff.
Garibaldi viene allora tra­sportato — via mare — sino a Bocche d'Arno, e di là, su zattera — a Pisa, ove il chi­mico Tassinari, dopo aver esaminato il pus che sgor­ga dalla ferita, esclude che vi siano tracce di piombo. La serie di ispezioni e di do­lorosi sondaggi, che l’ “Eroe dei due mondi" sopporta davvero... da eroe, continua ininterrotta, mentre le con­dizioni della ferita peggio­rano di giorno in giorno. Tanto che si comincia a par­lare di amputazione.
Poi tutto si chiarisce d'im­provviso quando dalla feri­ta emerge un frammento os­seo lungo un centimetro. E’ la scheggia che ha costituito l'ostacolo, "il tappo", che ha sinora impedito al proiettile di essere localizzato: e finalmente, la pallina di porcel­lana della sonda di Nélaton, inserita per 4 centimetri, vie­ne a contatto con il piombo e si tinge di nero. Sono le ore 10 del 23 novembre quan­do il professor Zannetti, con una pinza ad anelli riesce ad afferrare ed estrarre la pal­lottola, ritenuta da ben 89 giorni. Riportano le crona­che: "Nessuno intorno a lui aveva gli occhi asciutti...". La ferita stenterà però a chiudersi. E soltanto il 16 gennaio del 1863 Garibaldi comincerà ad alzarsi; ma so­lamente sei mesi dopo potrà cominciare a farei primi pas­si con l'aiuto di grucce. Le abbandonerà alla fine del­l'anno, ma zoppicherà per tutta la vita, aiutandosi con un bastone: una vistosa ci­catrice gli deforma il piede, limitandone per sempre i movimenti.
Per la storia: all'Aspromon­te fu identificato il bersa­gliere che aveva sparato i due colpi di fucile: si chia­mava Luigi Ferrari. Lì per lì fu ricoperto di onori e di gloria, ma presto il suo di­venne un nome scomodo, da dimenticare, ufficialmen­te inviso a repubblicani, so­cialisti, patrioti e… tutti i “benpensanti”.

CAMILLO BENSO. Conte di Cavour Torino, 10.08.1810 - 06.06.1861












LA FAMIGLIA.
Il padre Michele, marchese di Cavour, barone dell'Impero al tempo di Napoleone, vicario di polizia (prefetto) a Torino e fedele a Carlo Alberto di Carignano. La madre, Adele de Sellon, di famiglia borghese ginevrina. Tenuta agricola di famiglia a Leri (VC), di circa 900 ettari. Un fratello maggiore, Gustavo(1806), primogenito ed erede designato del patrimonio paterno, cultore di studi filosofico-letterari. Giudizio della madre sul piccolo Camillo: “Gran buontempone, forte, chiassoso e sempre occupato a divertirsi”. Grandi capacità intellettive ma svogliato negli studi.
CARRIERA MILTARE, 1820-1831.
Come cadetto di famiglia. nel 1820 inizia la carriera nella Reale Militare Accademia di Torino e nel 1824, grazie al padre, diventa “paggio” di Carlo Alberto. Nel 1825 è già sottotenente. Nel 1826 risulta primo di tutti gli allievi del corso, con 50/50, e viene promosso a luogotenente nel Reale Corpo del Genio. Nel 1827 “incidente” a Corte. Camillo si lascia sfuggire un commento: non vedeva l'ora di "...poter lasciare finalmente quella livrea da gambero!” (I paggi vestivano di rosso). Annotazione di Carlo Alberto: “Il piccolo Camillo Cavour ha fatto il giacobino e io l'ho messo alla porta: pianti, lamentazioni di tutta la famiglia”.
Passione per il gioco e le belle donne. Nel 1830 riceve un incarico alla Direzione del Genio Militare di Genova e nei salotti cittadini incontra e frequenta la marchesa Anna Giustiniani Schiaffino. Idee liberali poco compatibili con il suo rango militare. Nel 1831, dopo un altro incarico in alta Savoia, rassegna le dimissioni dalla carriera militare.
IMPRENDITORE AGRICOLO, UOMO D'AFFARI, 1832-1848.
Nel 1832 viene nominato, grazie al padre, sindaco di Grinzane, vicino ad Alba (CN), dove le proprietà paterne e famigliari rappresentavano più del 50% dell'intero territorio comunale. Momenti di depressione e soggiorni a Ginevra.
Nel 1835, a 25 anni, intraprende un viaggio in carrozza a Parigi (allora 850.000 abitanti), dove soggiorna per circa 2 mesi, partecipando da spettatore ai lavori del parlamento francese. A maggio (1835) si trasferisce a Londra. Anche nella capitale inglese assiste da spettatore alla Camera dei Comuni, ma visita anche prigioni, ospedali, impianti industriali, le prime ferrovie. Poi visita Inghilterra e Galles. Al ritorno attraversa Belgio, Germania e Svizzera.
Nel 1835 assume in prima persona la gestione della tenuta famigliare di Leri (VC). Coltiva grano, mais, riso. barbabietole da zucchero e vigneti. Alleva suini, bovini e ovini. Allarga la tenuta fino a 1.200 ettari e commercia direttamente i suoi prodotti, disponendo di un centinaio di persone, tra salariati e manovali fissi. Continua a viaggiare in Francia. Svizzera e Inghilterra (1837.1843). A Parigi "scopre” la Borsa (1840), dove, in poco tempo, riesce a perdere la bella cifra di 45.000 franchi.
Nel 1841 Cavour annota: “L'agricoltura è la più piacevole e la più conveniente delle occupazioni di questo secolo”. Cittadino e imprenditore “europeo” soddisfatto. Cofondatore della Società Agraria nel 1842-43, s’interessa anche di macchinari agricoli, compagnie ferroviarie e fondazioni bancarie (Genova e Torino).
Nel 1847 fonda e dirige il giornale “Il Risorgimento” che si batte per ottenere la Costituzione. Dopo pochi mesi. il 27.02.1848. arriverà lo “Statuto Albertino”.
CARRIERA POLITICA, 1848-1861.
Alle prime elezioni “politiche” del Regno di Sardegna, il 27.04.1848, Cavour viene “bocciato” al primo turno. (I votanti erano 56.650, pari al 72,4% degli aventi diritto). Camillo tuttavia si prende la rivincita subito dopo, nel turno suppletivo del 26 giugno (1848), ed entra alla Camera di Palazzo Carignano, seduto nei banchi della Destra. Alle elezioni del 15.07.1849 sarà riconfermato alla Camera con 204 voti di preferenza.
Ministro dell'Agricoltura e del Commercio nell'ottobre 1849.
Presidente del Consiglio il 3 novembre 1852. (Bilancio preventivo del 1854: entrate 125 milioni, uscite 149 milioni, disavanzo 24 milioni).
Guerra in Crimea, 1855. Il Regno di Sardegna partecipa con un contingente di 18.000 soldati. (Votazioni in Parlamento: alla Camera 101 sì e 50 no, al Senato 63 sì e 35 no).
Le dimissioni del 1859, dopo Villafranca. (costo della II guerra d'indipendenza 60 milioni). Ritorno al governo nel gennaio 1860. Prime “elezioni politiche italiane” all'inizio del 1861. (22 milioni gli abitanti).
LA MORTE. 6 giugno 1861.
Cavour accusa un malore improvviso la sera del 29 maggio 1861, dopo la visita a casa di Bianca Ronzavi. (Giovane ungherese, ballerina di professione, conosciuta dal Conte nel 1856, all'età di 28 anni. A lei, nel 1860, aveva regalato una villetta sulla collina torinese).
Puntate febbrili con delirio i sintomi del malore. Già a partire dal 1835, periodicamente, il Conte aveva avuto brevi indisposizioni, della durata di pochi giorni, trattate con salassi. Il medico curante. Francesco Rossi, questa volta però decide un consulto con altri illustri colleghi: il dr. Angelo Maffoni, il senatore Riberi, medico del re , e il senatore Farini, anche lui medico. Nel sospetto di malaria vengono prescritte forti dosi di chinino. Purtroppo la repentina perdita del riflesso di deglutizione pregiudica l'adeguatezza della terapia. Era malaria, quasi certamente contratta nelle risaie di Leri (VC). Fallito il tentativo terapeutico dei medici, si fa avanti il prete della Madonna degli Angeli. fra' Giacomo da Poirino, il quale, tra il 5 e il 6 giugno, provvede alla somministrazione dei Sacramenti. Il Vaticano, che non ha alcuna simpatia per l'empio ed eretico Cavour, già scomunicato il 26 marzo 1860, provvederà poi alla scomunica anche del prete. Testimonianza dell'amico Michelangelo Castelli a Massimo D'Azeglio, il giorno successivo alla morte, sulle ultime parole di Cavour: “L'Italia è fatta, tutto è salvo".
Ai fini di successione il patrimonio personale del Conte fu denunciato per £ 1.459.114.
GIUDIZI "A CALDO”.
Civiltà Cattolica. rivista dei Gesuiti: la morte del Conte era una “vendetta celeste”!
Cattaneo: era morto un “furbo”.
Mazzini: la morte di Cavour era “vantaggiosa”.
Garibaldi: nessun commento ufficiale, non disse una parola. (violento alterco in parlamento appena due mesi prima, tra Cavour e Garibaldi).
Vittorio Emanuele II: vietò che i Principi di Casa Savoia partecipassero ai funerali. In una confidenza a Hudson, diplomatico inglese, disse: “Senza Cavour avremmo potuto raggiungere lo stesso scopo con minore fatica e senza allarmare tutta l'Europa".
VITTORIO EMANUELE II Il “re galantuomo"- Torino, 1820-Roma, 1876.
Ultimo re di Sardegna. 1849-1861. Primo re d'Italia, 1861-1878.






LA "LEGGENDA" DI MASSIMO D'AZEGLIO. Il vero Vittorio Emanuele sarebbe morto a Firenze, bruciato nella culla, all'età di 2 anni e sostituito segretamente dal coetaneo figlio del macellaio fiorentino Tanaca. In realtà l'incendio della culla c'era stato, ma a morire, per le ustioni riportate nel tentativo di spegnerlo, fu la sua nutrice. Ad alimentare la leggenda fu soprattutto la scarsa somiglianza, fisica e morale, tra padre e figlio. Il padre, Carlo Alberto, longilineo ed esile, chiuso, malinconico, introverso. indeciso (“re tentenna”). Il figlio, tracagnotto, sanguigno, esuberante, sicuro di sé fino alla spavalderia.
IL PARERE DELLA MADRE, regina Maria Teresa.
In una lettera indirizzata al padre. Granduca di Toscana, a proposito della vivacità del piccolo Vittorio, la regina scrive: “...io non so veramente di dove sia uscito codesto ragazzo! Non assomiglia a nessuno di noi e si direbbe venuto per farci disperare tutti quanti”.
EDUCAZIONE E GIOVENTU’.
Dei quattro grandi protagonisti del Risorgimento è il meno conosciuto, anche per la relativa carenza di documenti d'archivio, finiti all'estero nel 1946 con l’ultimo re d'Italia, Umberto II, il “re di maggio". Educazione rigida e formale di Casa Savoia. Vittorio mostra scarsa propensione allo studio, come dimostrano gli errori di grammatica e sintassi degli scritti e dei discorsi. A 11 anni viene nominato Duca di Savoia. Manifesta invece grande passione per i cavalli e la caccia, fino a diventare un ottimo cavaliere. Per le direttive del padre rimase estraneo a tutti gli affari di stato, fino alla successione. Nel 1842, a 22 anni, gli procurarono una moglie. Maria Adelaide, sua cugina di I grado, perché figlia della sorella di Carlo Alberto e dell'Arciduca Ranieri, vicerè del Lombardo-Veneto. Nonostante i 7 figli legittimi avuti da Maria Adelaide, Vittorio non disdegnava relazioni e avventure extra-coniugali. Tra le più note: una “storia breve" con l'attrice di teatro Laura Bon e una “storia lunga” con Rosa Vercellana. la “bella Rosina”.
ROSA TERESA VERCELLANA GUERRIERI, CONTESSA DI MIRAFIORI. (Moncalvo. AT, 1833-Pisa. 1885). Di estrazione popolare, conosce il re, allora principe ereditario. nel 1847, a soli 14 anni, in occasione della presentazione di una supplica in favore del fratello, militare nell'esercito piemontese. Vittorio s’innamora di lei, iniziando una relazione duratura, rallegrata da 2 figli: Vittoria (1850-1905) ed Emanuele Alberto (1851-1894). Testimonianza di Henry d'Ideville, conte e diplomatico francese. Un giorno la regina Maria Adelaide, nel castello di Stupinigi, incontrò uno dei figli della Rosina (e di Vittorio) che correva, giocando: lo prese tra le braccia, con le lacrime agli occhi, ma non disse una parola. Più ciarliero invece era il re che spesso, a proposito dei figli illegittimi, ripeteva ai presenti: “Guardate che bei prodotti si ottengono quando si mescola il nostro sangue a quello del popolo"!
Ma il re fu infedele anche alla Rosina. Però le rimase sempre affezionato perché lei gli consentiva di sottrarsi all'etichetta di corte e, inoltre, apprezzava molto la sua cucina popolare. Nel 1859, rimasto vedovo, il re la nominò contessa di Mirafiori e di Fontanafredda. Nel 1869 celebrò con lei il matrimonio religioso e nel 1877, poco prima di morire, il matrimonio morganatico. Ma per tutti i piemontesi la contessa era e rimase la “bella Rosina”.
LA DIFFICILE SUCCESSIONE AL TRONO DI SARDEGNA, 1849.
Dopo la sconfitta di Novara, che conclude malamente la I guerra d'indipendenza contro gli Austriaci. il re Carlo Alberto abdica all'improvviso e fugge nella notte verso Torino e poi verso l'esilio in Spagna e Portogallo: All'armistizio di Vignale, 1849, si presenta il giovane Vittorio, allora ventinovenne, sempre escluso in precedenza, per volere del padre, dagli affari di stato. Lapidario è il commento dell'anziano maresciallo Radetzky: "Povero ragazzo”! Durissime le condizioni degli Austriaci. Solo per i danni di guerra c'è sul tavolo una richiesta di risarcimento di ben 200 milioni di franchi.
IL TRASLOCO A FIRENZE. 1865.
Quando gli comunicarono il trasferimento della capitale da Torino a Firenze, il re andò su tutte le furie! Nemmeno i torinesi la presero bene. Ci furono dimostrazioni e tumulti di piazza. Alla fine si contarono 30 morti e più di 100 feriti. Difficoltà di collocazione dei ministeri in palazzi nobiliari ed ex-conventi. Problemi urbanistici di Firenze per accogliere la burocrazia ministeriale. Soluzione adottata: governo all'attuale Galleria degli Uffizi, il re a Palazzo Pitti.
IL TRASLOCO A ROMA, 1870.
Alla proposta d'ingresso solenne sul Campidoglio con l'elmo di Scipio, il re rispose che, per lui, l'elmo di Scipio era “buono solo per cuocervi la pastasciutta”. Poco sensibile, per cultura, al fascino di Roma. A disagio, per convinzioni religiose, nei confronti del Papa. La prima volta che entrò al Quirinale, fino al 20 settembre 1870 residenza dei papi, scendendo dalla carrozza, al generale La Marmora, che l'accompagnava, disse: “Finalmente ci siamo!” (in dialetto piemontese). A esprimere più soddisfazione per la fine del viaggio che per la meta raggiunta.
ULTIMI ISTANTI, 1878.
Il re Vittorio muore a Roma, a soli 58 anni, per broncopolmonite. Sul letto di morte passa in rassegna i dignitari di corte, salutandoli con un cenno del capo. Poco prima della fine fa entrare Umberto, erede al trono, e Margherita, ma anche Emanuele Alberto di Mirafiori. il figlio avuto dalla Rosina. Fino a quel momento Umberto non aveva mai accettato d'incontrare Emanuele.
RASSEGNA STAMPA (di allora).
Giornali italiani: cordoglio unanime e grande rammarico per la perdita del “re galantuomo”.
Stampa austriaca: 1- “Nessun Principe fu più fortunato di lui, ch’ebbe in regalo una metà del suo Regno dagli alleati, l'altra metà dai sudditi”. 2- "Qui giace un Re, cui tutto tornò vantaggioso, anche le disfatte”.
“L'Ossenvatore Romano'", giornale di papa Pio IX: “Il Re ha ricevuto i Santi Sacramenti dichiarando di domandare perdono al Papa dei torti di cui si era reso responsabile”. Ne seguirono polemiche roventi. La Corte avrebbe preferito la tumulazione della salma a Superga ma Crispi, capo del governo. sentenziò: “Il Pantheon" E così avvenne.
IL VITTORIANO.
E' il più celebre monumento a re Vittorio. Occupa il lato sud di Piazza Venezia a Roma e rappresenta la scenografia finale di Via del Corso. Iniziato nel 1885. fu inaugurato nel 1911, primo cinquantenario dell'unità d'Italia. Al primo piano ospita l'altare della patria, con la tomba del milite ignoto della I guerra mondiale dal 1921. Al secondo piano è collocata la statua equestre di Vittorio Emanuele II. Al terzo piano si sviluppa l'imponente colonnato.









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Il DR. ROBERTO FIORANI è nato a Fermignano (PU) il 18.10.1951 e risiede ad Acqualagna (PU). Fino al 2011 Dirigente medico di I livello, Unità Operativa Chirurgia Cagli, Zona Territoriale 2 Urbino, A.S.U.R. Marche, è laureato in Medicina e Chirurgia dal 14.12.1977, presso l'Università di Bologna, con punti 110 su 110 e lode. Specializzato in Chirurgia il 22.10.1983, presso l'Università di Modena, è membro della Società Italiana di Chirurgia dal 1984. Assistente Chirurgo incaricato presso la Chirurgia di Cagli dal 1979 al 1981. Assistente Chirurgo in Ruolo, per pubblico concorso, presso la Chirurgia di Cagli, dal 1981 al 1987. Aiuto Chirurgo in Ruolo, per concorso, presso la Chirurgia di Cagli dal 1987. Dal 1994 utilizza anche la tecnica della Chirurgia Videolaparoscopica. Dal 1995 partecipa con continuità all' attività di Chirurgia Urologia, open ed endoscopica, di Cagli. Dal 1979 al 2011 ha svolto regolarmente turni di servizio ( diurni e notturni, feriali e festivi) al Pronto Soccorso di Cagli ( ora P .P .I. ). Dal 1995 al 2002, Presidente della Furlo Duemila, Società per la riqualificazione territoriale. Dal 2004 Membro del Collegio Docenti U .N .I.L.I. T ., collegata all'Università di Urbino, Sezione di Cagli. Buona conoscenza della lingua francese. E’ Autore di 15 Pubblicazioni, edite a stampa, di argomenti medico-chirurgici. E' Autore di 6 Libri di Storia e Ambiente locale.

24 novembre 2011 Valentino AMBROSINI

Percorso delle stampe di Carlo Migani
fino a…Cecilia.
(Leonardo chi?)


(PAGINA IN COSTRUZIONE)






























1 dicembre 2011 Alberto MAZZACCHERA

VISITA GUIDATA ALLA MOSTRA
"MIRKO. NEL TEMPO E NEL MITO"
A PALAZZO BERARDI MOCHI-ZAMPEROLI


Lungo l‟itinerario d‟artista di Mirko Basaldella (1910-1969) grandeggia l‟ombra delle monumentali cancellate del sacrario dei martiri delle Fosse Ardeatine: straordinaria e sentita prova artistica all‟indomani della Liberazione.Al dolore ancora così vivo dei parenti e dei compagni di lotta politica delle vittime dell‟eccidio, Mirko sa infondere l‟energia immortale di uno straziante e altissimo urlo cristallizzato nell‟arte.
Noto soprattutto quale scultore Mirko Basaldella è stato un artista ben più complesso e questa sua più ampia vena di disegnatore e pittore da qualche anno è emersa affrancandosi dalla maggiore fama della sua opera plastica, conferendo alla sua attività un più completo e sfaccettato ruolo artistico.



La vasta esposizione cagliese (dopo la tappa romana al Casino dei Principi di Villa Torlonia lo scorso marzo che era invece composta da una stringata selezione di 120 opere) è tesa a ben rappresentare in tutta la sua complessità un artista come Mirko che sempre spinge la sua ricerca plastica e pittorica instancabilmente verso molteplici direzioni. Un artista che peraltro fin dalle esperienze giovanili manifesta un deciso interesse per l‟arte orafa alla quale è stato non a caso ora in mostra a Cagli dedicato un giusto spazio.


In questa retrospettiva è stato evidenziato il fecondo sodalizio con Corrado Cagli (1910-1975): un legame che solo in certi momenti sembra far trasparire un‟eco dell‟influsso di Cagli su Mirko che, peraltro, sono legati dalla stessa costante curiosità necessariamente onnivora verso nuovi linguaggi e tecniche da sperimentare senza però dimenticare la grande tradizione.





Anche quando si muove in aula ingenti memoriae non fa mai un'operazione di tipo archeologico poiché egli agisce nel tempo ritrovato, per "premunire il futuro" scriveva Vigorelli a proposito di Corrado Cagli. Concetto che trova piena rispondenza anche per l‟instancabile spirito indagatore di Mirko.
Mirko si è mosso entro differenti e articolati orizzonti sempre coerente alle sue idee sulla teoria e specializzazioni dell‟arte e sulla poetica alla quale (attingendo direbbe Mirko "a motivi più profondi e remoti, mossi da impulsi dell‟essere primordiale inconscio") è riservato il compito sostanziale di far vibrare artisticamente le creazioni degli uomini, di farle entrare nell‟eterno olimpo dell‟arte.


A ridosso del centenario della nascita dell‟artista, avvenuta il 28 settembre del 1910 ad Udine, alla mostra "Mirko. Nel tempo e nel mito" -a Cagli dal 24 settembre 2011 al 08 gennaio 2012 a Palazzo Berardi Mochi Zamperoli dopo la tappa romana– è assegnato il compito di celebrare questo importante anniversario offrendo al pubblico la visione della notevole ricchezza di quasi 260 opere: sculture, dipinti, disegni e arte orafa.



L‟esposizione, posta sotto il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Cultruali, è curata da Arnaldo Romani Brizzi e Alberto Mazzacchera, ed è promossa dall‟Assessorato Beni e Attività Culturali del Comune di Cagli in sinergia con il Comune di Roma la Regione Marche, la Provincia di Pesaro e Urbino e l‟Archivio Cagli in Roma. Prestiti fondamentali delle opere sono concessi dalla Galleria Nazionale d‟Arte Moderna di Roma (Edipo, del 1940, e la Chimera, dello stesso anno) e da enti e prestigiose collezioni private. La mostra, inoltre, documenta con alcune piccole sculture l‟intensa attività didattica condotta da Mirko alla Harvard University, Cambridge (Massachusetts, USA) per dodici anni, dal 1957 all‟anno della morte, il 1969.




Mirko si forma a Venezia, all'Accademia di Belle Arti di Firenze e alla Scuola di Arti Applicate di Monza, sotto la guida di Arturo Martini. Espone per la prima volta a Udine nel 1928, insieme con i due fratelli Afro e Dino, e nel 1934 si trasferisce a Roma avvicinandosi a Corrado Cagli e agli artisti e letterati della galleria della Cometa, luogo in cui tiene la prima esposizione personale nel 1936.







La collaborazione con Corrado Cagli, e il contatto con gli artisti della Scuola Romana, è certo un passaggio fondamentale per il percorso artistico di Mirko che negli anni romani subisce una straordinaria rilevante accelerazione.




Nelle prime sculture in bronzo, la sua tecnica già matura unisce la ricca vena fantastica alla trascrizione del mito alla luce del presente, assecondando le nuove tendenze di ambiente romano. Nella seconda metà degli anni „30 espone alla III Quadriennale il David (1937-38) bronzo in cui l'espressionismo degli esordi matura in maggiore eleganza e compiutezza formale. Ora sul finire degli anni Trenta il dinamismo plastico tende a placarsi a favore della ricerca di nuove eleganze formali desunte dalla scultura toscana.





Il percorso espositivo pone in particolare evidenza il rigore civile ed etico della creazione artistica di Mirko, pur con l‟inevitabile assenza in mostra della sua opera più nota e celebrata: i tre cancelli in bronzo realizzati a Roma per il Mausoleo delle Fosse Ardeatine, che ovviamente possono essere presentati solo tramite suggestivi bozzetti o documentazione fotografica.




Questo lavoro, realizzato tra il 1949 e il 1951, ha contribuito notevolmente all‟evoluzione della tecnica dell‟artista indirizzandolo verso l‟uso di strutture e materiali non tradizionali, quali il cemento, il metallo e le materie plastiche. Una ricerca e una scelta di nuovi materiali, anche poveri o poverissimi, per soluzioni di concettualità più elaborata.






Artista curioso e determinato ad affrontare le sfide innovative della tecnica scultorea e pittorica, Mirko è stato capace di sperimentalismi e di «ribellioni» alle linee e alle imposizioni dettate dalle teorie del momento.



Sempre aperto alle evoluzioni artistiche, la sua opera è stata sensibile a suggestioni cubiste o post-cubiste (1946-47) - con la realizzazione di pitture e sculture policrome e polimateriche - alla cultura orientale e alle arti etniche, con la produzione, nel periodo tra il 1953 e il 1960 della serie delle Chimere e l‟uso di lamine di rame e di ottone. Si potranno osservare, in questa sede, Oratore e Guerriero, entrambe del 1958.




La ricerca incessante lo porta ad aprirsi con esiti significativi alle suggestioni totemiche. Attinge così all‟immaginario collettivo per rappresentare nuovi idoli, maschere, stregoni e per interpretare emozioni e incubi.





Nonostante la sua costante ricerca innovativa, Mirko Basaldella è stato tuttavia fedele nel tempo alla figurazione rigorosa degli anni della sua giovinezza, costanza evidenziata in mostra da un dipinto importante e poco conosciuto La vita nei campi – Transumanza, del 1967, opera che preannuncia, con venti anni di anticipo, future sperimentazioni, da parte di artisti di generazioni successive. A tal proposito vanno citate due importanti opere pittoriche, quali Danza di Arlecchino, del 1958, e Genesi, del 1967.






Tra il 1948 e il 1952 espone in numerose mostre personali a New York, Roma, Milano e nel 1957 è nominato direttore del Desing Workshop alla Harvard University in Massachusetts, dove crea sculture monumentali per collezioni pubbliche e private. Dal 1957 ed il 1969 insegna e lavora negli USA alternando soggiorni estivi a Roma e Forte dei Marmi. Scompare il 24 settembre del 1969 a Cambridge, Massachusetts.

21 novembre 2011 Bonita CLERI e Marco DROGHINI

CAGLI E CANTIANO. EDIFICI E OPERE D'ARTE MOBILI DOPO IL DECRETO VALERIO









Il fenomeno dell’arte confiscata è stato illustrato nel corso di un precedente incontro per cui in questa occasione si illustrerà il concetto del bene culturale come fenomeno unitario e di identità nazionale.
Ogni regione infatti ha voluto portare in dote al nuovo stato le personalità più illustri e le produzioni artistiche che le caratterizzavano attraverso le Mostre d’arte regionali e la grande esposizione allestita a Roma nel 1911 in occasione della celebrazione del cinquantenario dell’Unità d’Italia.
Verrà illustrata inoltre la costituzione dei musei civici sorti in occasione della confisca dei dipinti.




Bonita Cleri





Riassunto confische Cagli


A Cagli la soppressione degli enti ecclesiastici interessò in particolare i seguenti edifici sacri: convento e chiesa (S. Domenico) dei Domenicani, convento e chiesa (S. Nicolò) delle Domenicane, convento e chiesa (S. Pietro) delle Benedettine, convento e chiesa (S. Chiara) delle Clarisse, convento e chiesa (S. Francesco) dei Minori Conventuali, convento e chiesa (S. Geronzio) dei Cappuccini, convento e chiesa (S. Andrea) degli Zoccolanti.
Le vicende relative sono ben ricostruibili grazie soprattutto alle numerosissime delibere comunali di consiglio e di giunta dedicate all’argomento, cui devono aggiungersi, tra le altre cose, documenti reperiti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma. Proprio da quest’ultima documentazione romana evinciamo che, all’epoca dei fatti, l’opera d’arte cagliese che ha suscitato maggiore interesse è stata la celebre Sacra Conversazione di Raffaellino del Colle ancora oggi conservata in S. Francesco e sulla quale, presso l’archivio dell’istituto urbinate di Belle Arti, esiste un ampio carteggio (anni 1868-70) relativo al mancato trasferimento della stessa tela presso l’allora costituenda Galleria dell’Istituto di Belle Arti di Urbino (nucleo fondante della Galleria Nazionale delle Marche).
Attraverso i documenti si chiarisce anche la spinosa questione della biblioteca dei Cappuccini di Cantiano che, nel 1872, fu devoluta al comune di Cagli.

Marco Droghini



Bonita Cleri è ricercatore e docente di Storia dell’arte moderna e Storia dell’arte marchigiana all’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”. I suoi studi hanno indagato situazioni figurative di epoca rinascimentale e manierista.
Tra le monografie annovera quella su Sebastiano Ceccarini, Il Maestro di Staffolo, Antonio da Fabriano, Francesco Mancini, etc.
Ha curato diverse mostre e convegni su artisti quali Fra’ Carnevale, Timoteo Viti, Federico Zuccari, etc. e su particolari situazioni culturali (Homo viator nella fede, nella storia nell’arte; Adriatico, un mare di arte, di storia, di cultura); si è interessata della tracciabilità del patrimonio marchigiano curando recentemente i volumi L’arte conquistata (spoliazioni napoleoniche) e L’arte confiscata (leggi ‘eversive’ del neonato stato italiano).
Fa parte della redazione della rivista dell’Istituto di Storia dell’arte dell’Università “Carlo Bo” di Urbino «Notizie da Palazzo Albani», del comitato scientifico della Società di Studi Storici Pesaresi; è Presidente del Centro Studi «G. Mazzini» dirigendone le collane editoriali «La valle dorata» e «La via lattea»; fa parte del corpo docente del Dottorato in Studi Interculturali Europei alla facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università degli Studi “Carlo Bo” di Urbino.



Marco Droghini nasce a Roma nel 1974. Nel 1999, con una tesi monografica sul pittore Raffaellino del Colle, si laurea in Storia dell’Arte Moderna nell’ambito della cattedra del prof. Maurizio Calvesi dell’Università di Roma “La Sapienza”. Presso lo stesso ateneo consegue il diploma di specializzazione in Storia dell’Arte nel 2003. Suoi principali interessi riguardano l’arte, in particolare la pittura, prodotta nel territorio tosco-umbro-marchigiano nel XVI secolo. A tal riguardo si segnalano numerose pubblicazioni scientifiche