30 gennaio 2012 Lorenzo FATI

Per il mondo grazie a una passione.











La prima volta che mi sono posto il problema della relazione tra mummie e papiri, è stato quando ho cominciato a lavorare alla mia tesi di laurea triennale. Infatti, prima non mi rendevo conto di quanto sia importante conoscere la mummia di provenienza di un papiro estratto da cartonnage.
Il mio problema era il seguente. Ero rimasto folgorato sulla via di Urbino da un corso tenuto dalla Prof. M. R. Falivene su un gruppo di papiri datati al II sec.a.C. e concernenti un funzionario corrotto – figura quanto mai attuale – di nome Exakon. Per la tesi mi sarebbe piaciuto occuparmi di un gruppo di papiri analogo. All’epoca la Prof. M. R. Falivene lavorava ai papiri rinvenuti ad El-Hibeh e mi suggerì di scegliere tra questi un gruppo di documenti di cui occuparmi. Allora ho controllato sul manuale di O. Montevecchi[1] se, tra i papiri rinvenuti ad El-Hibeh, ci fossero nuclei d’archivio già individuati. Ho scoperto che ce ne erano diversi e tra essi figuravano le carte di un funzionario amministrativo di nome Leodamas. Non so perché, ma questo nome mi piacque e scelsi quasi subito di occuparmi di lui. Non potevo certo immaginare che avrei parlato di Leodamas a un convegno negli USA e all’Università di Genova. A posteriori, posso dire che fu una scelta felice. Inoltre, attraverso la lista dei Papyrus Archives in Graeco-Roman Egypt redatta dall’Università di Leuven – oggi disponibile sul sito http://www.trismegistos.org/ – verificai che le carte di Leodamas non erano mai state studiate, dunque potevo muovermi su un terreno non battuto. Una condizione che è ideale, ma può spaventare.
Prima che cominciassi a lavorare, le raccomandazioni più pressanti del mio relatore furono due:
1) controllare da quale mummia/quali mummie fossero stati estratti i documenti concernenti Leodamas;
2) leggere con attenzione l’introduzione di Grenfell e Hunt al primo volume degli Hibeh Papyri.
Verificai che tutti i documenti riconducibili a Leodamas provenivano da una mummia denominata A 16,[2] tranne uno,[3] proveniente da una non meglio precisata Mummia A. Ora si trattava di capire cosa significassero le denominazioni Mummia A e A 16 e vedere in che modo tali informazioni potevano essere utili alla mia ricerca.
Gli Hibeh Papyri, pubblicati in due volumi,[4] giunsero in possesso di Grenfell e Hunt in modi e tempi diversi tra il 1896 e il 1906. Quando si studiano papiri estratti da cartonnage, è fondamentale distinguere tra provenienza – il luogo in cui un testo è stato ritrovato – e origine – il luogo in cui un testo fu redatto e/o conservato prima essere gettato via come carta straccia.[5] La provenienza delle carte di Leodamas, dunque, è la necropoli di El-Hibeh, villaggio identificato da F. Bilabel con l’antica Ancyronpolis del distretto Eracleopolite meridionale, in base ad alcuni documenti greci menzionanti questo toponimo, che lui e la sua equipe hanno ritrovato tra le rovine delle case del periodo romano.[6]
La loro origine, però, è diversa. Infatti, tutti i toponimi che ricorrono nelle missive di Leodamas appartengono al distretto Ossirinchite settentrionale, il che suggerisce che in quel territorio Leodamas esercitava la propria carica di funzionario. Dal momento che l’Ossirinchite settentrionale confinava con l’Eracleopolite meridionale, il distretto a cui in epoca tolemaica Ancyronpolis faceva capo, le carte di Leodamas devono aver subito la seguente sorte. Sino ad un certo punto, tali documenti saranno stati conservati in un fondo d’archivio nel distretto Ossirinchite settentrionale. Nel momento in cui non servirono più, furono trasferiti ad un’altra località – probabilmente la stessa Ancyronpolis del confinante distretto Eracleopolite meridionale, nella cui necropoli sono stati rinvenuti più di duemila anni dopo[7] – dove vennero riciclati come cartonnage di mummia.
Le carte di Leodamas non rappresentano un’eccezione tra gli Hibeh Papyri, ma la norma. Nella maggior parte dei casi, infatti, i testi confluiti ad El-Hibeh – sia documentari che letterari – furono scartati da differenti fondi d’archivio/fondi librari dell’Eracleopolite meridionale e dell’Ossirinchite centro-settentrionale. Solo casualmente finirono nei cartonnages di mummie sepolte nella stessa necropoli: l’unità che si è venuta a creare nella necropoli tra i testi ivi rinvenuti è, nella maggior parte dei casi, del tutto fittizia in ragione delle loro separate vite precedenti.

Oltre ai testi pubblicati nei già citati due volumi degli Hibeh Papyri, ce ne sono molti che, pur avendo la medesima provenienza, attraverso il mercato antiquario si sono sparpagliati in numerose collezioni europee e non. Ripercorrere, seppur a grandi linee, le complesse vicende di questi documenti provenienti da El-Hibeh permetterà anche di chiarire l’esatto significato della denominazione “Mummia A 16” attribuita da Grenfell e Hunt al cartonnage da cui i papiri dell’archivio di Leodamas sono stati estratti.

Grenfell e Hunt non furono i primi a scavare ad El-Hibeh e sono proprio i due papirologi inglesi a dare notizia degli scavi condotti “principalmente”[8] nell’anno 1895-1896 da un mercante arabo di nome Shek Hassan. Egli scavò la necropoli su larga scala ricavando un ottimo bottino in termini di oggetti e suppellettili varie (amuleti, scarabei, statuette, vasi in ceramica e alabastro ecc.) e rinvenendo anche un gran numero di mummie di età tolemaica, con i relativi cartonnages costituiti di papiri coevi, che purtroppo vennero in parte distrutte come cose prive di valore.[9] Solo in parte perché un lotto di frammenti papiracei rinvenuti da Shek Hassan raggiunse il mercato antiquario del Cairo dove, nel 1896, Grenfell e Hunt li acquistarono per conto di vari acquirenti.[10] Come vedremo, qualche anno dopo, nel 1902, scopriranno che essi provenivano da El-Hibeh.
Il più delle volte, e ancor più ai tempi pionieristici della papirologia di Grenfell e Hunt, coloro i quali operano acquisti sul mercato antiquario danno la caccia a papiri letterari e infatti i papiri acquistati dai due papirologi inglesi nel 1896 al Cairo e pubblicati l’anno successivo come P. Grenf. II 1-8 sono tutti frammenti letterari greci.
Come non furono gli unici a scavare ad Hibeh, Grenfell e Hunt non furono gli unici nemmeno ad acquistare sul mercato antiquario i papiri provenienti dalla sua necropoli. In quegli anni, infatti, prima delle campagne di scavo autorizzate condotte da Grenfell e Hunt, molto del cartonnage proveniente da questo sito venne venduto anche ad altri compratori, in particolare tedeschi. Non a caso, più o meno contemporaneamente al primo acquisto effettuato da Grenfell e Hunt, C. Reinhardt dei papiri che costituiranno il fondo antico dell’università di Heidelberg, per conto della quale egli operava come intermediario.[11] Fino al 1901 a Hibeh continuarono ad essere effettuati scavi clandestini e parallelamente venivano fatti acquisti sul mercato antiquario. Uno dei più rilevanti fu quello di Lord Crawford che, ancora al Cairo, mise le mani su alcuni rotoli di papiro demotici che poi donerà alla John Rylands Library di Manchester[12].
Nel Febbraio-Marzo del 1902 Grenfell e Hunt, mentre stavano ultimando le loro campagne di scavo nel Fayum, ricevettero la visita di un mercante che aveva viaggiato nell’Alto Egitto e che recava con se un’ingente quantità di papiri estratti da cartonnage, tra i quali notarono la presenza di numerosi frammenti letterari databili al III sec. a.C.[13] Dal momento che nel Fayum i siti adatti alla scoperta di papiri di epoca tolemaica stavano esaurendosi ed erano ansiosi di cogliere al volo l’opportunità di trovare altri cartonnage di mummia tolemaici in un differente distretto, Grenfell e Hunt “con qualche difficoltà”[14] riuscirono ad appurare che la provenienza dei papiri pervenuti nelle loro mani era El-Hibeh. Immediatamente chiesero l’autorizzazione al Direttore generale delle Antichità per poter svolgere scavi nel sito da cui avevano appreso provenire i papiri appena acquistati e già il 24 Marzo furono in grado di cominciare le operazioni; lo scavo si concluse l’11 Aprile. I due papirologi inglesi tornarono anche l’anno successivo, il 1903, scavando nel periodo di Gennaio- Febbraio.
Dunque, fu questo secondo acquisto sul mercato antiquario operato nel Fayum che consentì a Grenfell e Hunt di condurre le prime due campagne di scavo sistematiche nel territorio dell’antica Ancyronpolis. Inoltre, nel corso dello scavo, essi si accorsero che alcuni dei frammenti letterari che avevano man mano rinvenuto erano in realtà parti di alcuni dei papiri da loro acquistati nel 1896 al Cairo, anch’essi estratti da cartonnage e databili al III sec. a.C., riuscendo quindi a determinare la loro provenienza, che fino a quel momento era sconosciuta[15].

Come abbiamo visto, i papiri estratti dal cartonnage delle mummie della necropoli di El-Hibeh hanno subito, nel corso della loro più che bimillenaria vita, almeno due dispersioni. La più recente e documentata è quella dovuta agli scavi clandestini, che hanno fatto arrivare sul mercato antiquario un gran numero di questi papiri, che poi sono stati acquistati da vari compratori (gli stessi Grenfell e Hunt, C. Reinhardt ecc.) finendo a Oxford, Manchester, nella collezione di Strasburgo, nella collezione Grandewitz (poi venduta all’università Fuad I del Cairo), ad Amburgo, Heidelberg, Berlino e in altre collezioni tedesche di minor importanza.[16]
Tuttavia, non bisogna dimenticare la prima dispersione, che si verificò nel momento in cui i papiri, che oggi si presentano ai nostri occhi sotto forma di pezzi di cartonnage di mummia, vennero scartati come carta straccia da uno o più fondi d’archivio, nel caso di documenti, o da uno o più fondi librari, nel caso di testi letterari.
Una cosa quanto mai utile sarebbe quella di effettuare un censimento dei papiri riconducibili ad El-Hibeh in modo da ricostituire virtualmente i fondi librari o d’archivio cui appartennero nella loro vita precedente.[17] L’utilità di una tale operazione è evidente e, per quanto riguarda la ricostituzione di fondi d’archivio, ho potuto rendermene conto “sul campo” svolgendo la mia attività di ricerca. Infatti “un documento acquista ben altro spessore se è ricondotto ad una serie, in quanto consente una precisa conoscenza delle persone coinvolte in una transazione e dei funzionari che la registrano, dei luoghi e delle circostanze in cui essa si svolge.”[18]
Riconoscere i papiri documentari provenienti da El-Hibeh che non vennero in possesso di Grenfell e Hunt, ma finirono in altre collezioni è relativamente semplice (di sicuro più facile che per i papiri letterari) anche quando le notizie relative al tempo e al modo dell’acquisizione siano scarse o del tutto assenti. M. R. Falivene[19] ha fissato tre criteri fondamentali, la combinazione dei quali consente di avere la quasi certezza che un documento estratto da cartonnage abbia come provenienza El-Hibeh:

1) Datazione al III sec. a.C.;
2) riferimento a località dell’Eracleopolite meridionale o dell’Ossirinchite centro settentrionale;
3) riferimenti a nomi di persona (particolarmente quelli dei funzionari e amministratori) che ricorrono più volte nei documenti di Al-Hiba.

Per quanto riguarda i documenti pubblicati nei due volumi degli Hibeh Papyri, il lavoro del di ricostruzione di fondi d’archivio – come nel caso delle carte di Leodamas – è molto agevolato dall’accortezza di Grenfell e Hunt, i quali avevano capito che:

“To know which papyri belonged to which mummy is often a matter of importance in determining the place where they were written, the identity of individuals with the same names, and the range of undated pieces, since the papyri from a particular mummy tend to form a group written in the same district, often concerning the same persons, and as a rule not widely separated in date; and in the case of a number of mummies found together, parts of the same papyrus are sometimes obtained from more than one of them.”[20]

Coerentemente a questa loro tesi metodologica, nel I volume degli Hibeh Papyri Grenfell e Hunt (e ovviamente anche Turner nel II volume) premettono alle trascrizioni dei testi una tabella con i numeri delle mummie, grazie alla quale riusciamo a sapere quali papiri sono stati estratti dal medesimo cartonnage. Mentre per i papiri rinvenuti nel corso delle due campagne di scavo del 1902 e del 1903 gli editori non ebbero problemi e li ordinarono in base ai numeri di mummia che vanno dal 5 al 126, l'applicazione di questo metodo ai papiri acquistati sul mercato antiquario, ma che certamente provenivano da Al-Hiba, era limitata dal numero di informazioni relative ad essi cui i due editori potevano accedere. Infatti, quando Grenfell e Hunt vennero in possesso di pezzi di cartonnage (certamente provenienti da Al-Hiba) che contenevano più papiri ancora da smontare, una volta estratti, li classificarono con la lettera A più un numero (da A 1 ad A 17), e tra questi rientrano anche i papiri dell'archivio di Leodamas. Quando invece i frammenti di cartonnage erano troppo piccoli e, come per molti altri papiri provenienti da Al-Hiba acquistati sul mercato antiquario e ora dispersi in varie collezioni europee, era impossibile dire da quale particolare involucro di mummia fossero stati estratti, adottarono la designazione collettiva "Mummia A."
È evidente che i papiri dell’archivio di Leodamas, essendo classificati come mummia A 16, erano parte o dei papiri acquistati da Grenfell e Hunt sul mercato antiquario nel 1896 al Cairo o del lotto da loro acquisito nel 1902 nel Fayum.[21]

Sin qui in relazione ai papiri estratti dalla mummia A 16 ho parlato di documenti dell’”archivio” di Leodamas ed è opportuno che spieghi cosa si intende, in ambito papirologico, con questo termine.
Man mano che gli studi progredivano, i papirologi si sono accorti che si possono ottenere molte più informazioni da un testo se si riesce ad inserirlo in un nucleo di papiri che abbiano la stessa provenienza e in cui ricorrano gli stessi personaggi, ed è a questi nuclei di papiri che essi, mutuandolo dagli archivisti, hanno applicato il termine archivio.[22] Il significato che ad esso attribuiscono i papirologi è però più ampio di quello originario: gli archivisti, infatti, attribuiscono tale qualifica solo a gruppi di documenti d’interesse pubblico,[23] mentre in papirologia col termine archivio si indicano tutti i gruppi di papiri che sono stati assemblati nell’antichità per uno scopo ben preciso, indipendentemente dal loro essere documenti a carattere pubblico o privato[24].
Gli archivi privati, in particolar modo in età tolemaica, erano composti generalmente da documenti concernenti le proprietà di famiglia: documenti legali comprovanti il diritto di proprietà della famiglia o di uno dei suoi membri. Gli archivi privati più tardi sono generalmente appartenuti a persone che esercitavano una qualche funzione pubblica e spesso comprendevano anche documenti ufficiali[25].
Per quanto concerne i documenti a carattere pubblico, essi sono generalmente ciò che resta di più grandi fondi d’archivio antichi, che potevano essere conservati nella demosia bibliotheke[26], negli uffici di funzionari locali e simili. I cartonnages di mummia spesso ne conservano nuclei consistenti ed omogenei perché gli atelier che fabbricavano le mummie si procuravano ingenti quantità di carta dagli uffici della pubblica amministrazione, che, ciclicamente, si liberavano dei documenti che non servivano più.
Questa deve essere stata la sorte anche dei papiri dell’archivio di Leodamas, il quale ha carattere pubblico in quanto tutte le lettere che lo compongono riguardano materie ufficiali (soprattutto ordini che Leodamas, un ufficiale connesso con le entrate fiscali in natura e in moneta, impartiva ai suoi sottoposti).
Dal momento che sono tutte lettere “in uscita”, cioè scritte da Leodamas e non a Leodamas, è presumibile che fossero copie che egli conservava in un archivio personale nel proprio ufficio. Egli, a un certo punto, si liberò di tali carte, cedendole ad un fabbricante di mummie che ne fece del cartonnage. Sfortunatamente, come ho già avuto modo di dire, a causa di ritrovamenti casuali, di ricerche fatte senza metodo da indigeni e vendite effettuate sul mercato antiquario a vari acquirenti, è capitato sovente che gruppi di papiri che nell’antichità costituivano un unico fondo d’archivio, e magari sono anche stati estratti dalla medesima mummia come queste lettere di Leodamas, siano stati smembrati e dispersi in molteplici collezioni in tutto il mondo.
Di archivio si parla in relazione a documenti, ma un concetto del tutto simile si applica anche ai papiri letterari. Infatti, quando si suppone che più frammenti letterari appartenessero in origine alla stessa persona, o comunque facessero parte dello stesso fondo librario, si parla di biblioteca. La biblioteca più famosa è senz’altro quella della Villa dei Pisoni (meglio conosciuta come Villa dei Papiri) di Ercolano che, sepolta sotto la cenere del Vesuvio, ha restituito migliaia di rotoli carbonizzati, contenenti soprattutto opere di filosofia epicurea.

In chiusura, vorrei sottoporre un quesito. Prima ho detto che ci sono tre criteri, la combinazione dei quali ci dà la quasi certezza che un papiro provenga da El-Hibeh. In questi anni, però, mi sono imbattuto nella classica eccezione che conferma la regola. Nel corso dello studio che ho dedicato all’archivio di Leodamas, verificando le attestazioni di località che compaiono nella corrispondenza di questo funzionario o comunque situate nel distretto in cui egli sembra aver esercitato la propria autorità, la mia attenzione è stata attirata da un piccolo gruppo di Tebtynis Papyri di III sec. a.C. – P. Tebt. 744-749 e 937-939 – alcuni dei quali menzionano località dell’Ossirinchite (per la precisione P. Tebt. 745, 4, dove ricorre il villaggio di Takona; P. Tebt. 748, 4-5 e P. Tebt. 749, 5, dove invece si fa riferimento ad Ossirinco).
La figura al centro di questi documenti, verosimilmente colui che li deteneva prima che venissero considerati carta straccia, è Patron, che con ogni probabilità va identificato con l’omonimo capo delle guardie della toparchia settentrionale dell’Ossirinchite (Pros.Ptol. 4592+add. = 4711+add.) menzionato in diversi papiri provenienti da El-Hibeh: P. Hib. 34, 1, 7, 10; 73, 1; 111, 13 (?); 236, 4; P. Yale 35, 1 (=P. Hib. 56).
Se le carte di Patron non fossero state pubblicate tra i Tebtynis Papyri, diremmo senz’altro che si tratta di papiri estratti dai cartonnages di mummia rinvenuti ad El-Hibeh. Esse infatti ne presentano tutte le caratteristiche:
1) Sono papiri ottenuti da cartonnage che rivestiva mummie umane
2) Si datano al III sec. a.C.
3) Fanno riferimento a località dell’Ossirinchite settentrionale, per di più in associazione con il nome di un funzionario, Patron, che (come attestato da altri Hibeh Papyri) era capo delle guardie nel villaggio di Takona. È
Le carte di Patron sono state ottenute da due sole mummie, 9 e 97. La mummia 97 ha restituito esclusivamente lettere indirizzate a Patron; la mummia 9, invece, oltre a corrispondenza di Patron in entrata e (un'unica missiva) in uscita, ha restituito anche numerosi documenti più tardi di circa un secolo e concernenti il nomo Arsinoite. È piuttosto singolare che ci sia una tale distanza cronologica tra testi ottenuti dal medesimo cartonnage. Inoltre, come ho potuto verificare, le carte di Patron presentano un’ulteriore peculiarità: sono gli unici testi tra i Tebtynis Papyri aventi per origine l’Ossirinchite. La loro presenza in questa collezione è dunque ancora più strana, visto che i fabbricanti di mummie acquistavano carta straccia in grossi lotti. Come è possibile che le carte di Patron, aventi come origine l’Ossirinchite, siano finite riciclate nel distretto Arsinoite a più di un secolo di distanza dalla loro redazione? Quali strategie si potrebbero adottare per sanare questa aporia?

[1] La papirologia (Milano 1988), p. 249.[2] P. Hib. 45, 46, 47, 49, 50, 249, 250, 251, 252.[3] P. Hib. 48. Già Grenfell e Hunt, comunque, osservavano che, con ogni probabilità, anche questo documento – apparentemente distinto e isolato – in origine doveva appartenere alla Mummia A 16. Poi, per motivi non precisabili (ad esempio è possibile che la mummia sia stata spezzata durante scavi clandestini), se ne era distaccato e fu rinvenuto separatamente.[4] B. P. Grenfell and A.S. Hunt, The Hibeh Papyri. Part I (Londra 1906); E.G. Turner, The Hibeh Papyri. Part II (Londra 1955).[5] Terminologia mutuata da M.R. Falivene, “Il censimento dei papiri provenienti da Al-Hiba: principi metodologici, con qualche esempio”, in Atti del XXII Congresso Internazionale di Papirologia (Firenze 1998) Vol. I, pp. 411–420.[6] Si veda F. Bilabel, “Der griechische Name der Stadt El-Hibeh”, Philologus 77 (1921), pp. 422-425.[7] Ipotesi avanzata per prima da M. R. Falivene, “The literary Papyri from Al-Hiba: a new approach”, in Akten des 21. Internationalen Papyrologenkongresses, Berlin, 1995, pp. 273-280[8] P. Hib. I, Introduzione, p. 2. L’uso di questo avverbio suggerisce che Grenfell e Hunt fossero a conoscenza di altri scavi clandestini svoltisi a Hibeh, probabilmente sia prima che dopo quelli condotti da Shek Hassan. A fornire loro informazioni sugli scavi clandestini del 1895-1896 fu un abitante di Hibeh che aveva operato al servizio di Shek Hassan in qualità di reis, una sorta di “capo scavo”.[9] Cfr. P. Hib. I, Introduzione, p. 2: “This is the usual fate of cartonnage found in the Nile valley proper, where, except at one or two place, native tomb-diggers until quite recently attached no value to papyrus apart from large rolls.”[10] Cfr. Ibid., p. 2.[11] Si veda Die Septuaginta Papyri und andere altchristliche Texte, herausgegeben von Adolf Deissmann, Heidelberg 1905, p. VII; M. R. Falivene, “Il censimento dei papiri provenienti da Al-Hiba”, art. cit., p. 412.[12] Cfr. P. Hib. I, Introduzione, p. 2: “These where bought in Cairo by Lord Crawford, and having passed with rest of his papyri into the possession of the Rylands Library…”[13] Cfr. ibid., p. 1.[14] Ibid., p. 1.[15] Cfr. ibid., p. 5: “...some of literary fragments from this tomb are actually parts of the same papyri as certain literary fragments bought by us in Cairo in 1896, and published in P. Grenf. II... It is clear that the mummies from which these literary fragments were derived had been originally discovered in 1896 in Shek Hassan’s excavations, but that his workmen only took the trouble to remove a few small pieces, the remainder being left behind in the tomb until attention was redirect to in 1902”.[16] Cfr. M. R. Falivene, “The literary Papyri from Al-Hiba”, art. cit., pp. 273-280; ead., “Il censimento dei papiri provenienti da Al-Hiba”, art. cit., pp. 411-420.[17] Tra mille difficoltà, presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” stiamo attualmente cercando di realizzare un censimento di tutti i papiri aventi come provenienza – sicura o presumibile – El-Hibeh.[18] M. R. Falivene, “Il censimento dei papiri provenienti da Al-Hiba”, art. cit., pp. 413-414. Non va comunque dimenticato che il principio è valido anche per i papiri letterari perché è più semplice interpretarli e ricavare da essi informazioni secondarie circa il tempo e il luogo in cui venivano letti se si riesce a dimostrare la loro appartenenza, in origine, ad una biblioteca e ad associarli ad altri testi.[19] Ibid., p. 414.[20] P. Hib. I, Introduzione, p. 11.[21] In realtà il P. Hib. 48 è stato classificato col nome collettivo Mummia A, ma gli stessi Grenfell e Hunt danno quasi per certo, poiché Leodamas compare solo nei documenti ricavati dalla mummia A 16, che anch’esso sia stato estratto dallo stesso cartonnage.[22] Per un quadro esaustivo sugli archivi di papiri cfr. O. Montevecchi, La Papirologia, op. cit., pp. 248-261; E. Turner, Papiri Greci, Clarendon Press 1980, trad. italiana di L. Migliardi Zingale, Papiri Greci, Carocci, 1984, p. 66 e pp. 147-169; P. W. Pestman, The New Papyrological Primer, Leiden, 1994, pp. 50-51; A. Martin, “Archives privée et cachettes documentaires”, in Proceedings of the XX International Congress of Papyrologists, Copenaghen, 1994, pp. 569-577[23] Cfr. A. Martin, “Archives”, art. cit., Copenaghen, 1994, p. 569.[24] Questa è la definizione adottata da P. W. Pestman (vedi The New Papyrological Primer, Leiden, 1994, pag. 51), che, come quella data da O. Montevecchi, La Papirologia, pp. 248-249, non è troppo rigida e a mio avviso è la migliore. Va detto comunque che, in realtà, non c’è accordo nemmeno tra i papirologi sull’esatto significato da attribuire al termine archivio, e sull’argomento, nel corso del tempo, si è venuta a creare una vera e propria questione terminologica. Turner, ad esempio, dava una definizione che si discosta abbastanza da quella di Pestman:
“...archivio, secondo la terminologia usata dal papirologo per designare un gruppo (anche non uniforme) di carte, di documenti e di libri, che si può pensare siano stati trovati tutti insieme e solo in seguito separati e dispersi” (E. Turner, Papiri Greci, Clarendon Press 1980, trad. italiana di M. Manfredi, Papiri Greci, Carocci, 1984, p. 66).
Il contributo più recente, e in assoluto tra i più significativi, alla determinazione di una definizione di archivio universalmente riconosciuta è costituito dall’intervento di Alain Martin al XX Congresso Internazionale di Papirologia (vedi n. 21), nel quale egli ha fissato le due condizioni senza le quali non si può parlare di archivio in senso stretto:
§ I documenti devono essere stai raccolti già nell’antichità.
§ Oltre ad essere stati raccolti, i documenti devono essere stati anche classificati in epoca antica.
Nel caso in cui una di queste due eventualità non sia verificata, ma comunque si riesca a rimettere insieme un gruppo di papiri con la stessa provenienza e che presentino una qualche connessione tra di loro (vi compaiono gli stessi personaggi, gli stessi toponimi ecc.), egli preferisce parlare di dossier.
[25] Cfr. P. W. Pestman, Leiden, 1994, pag. 51. Un esempio di questi archivi “tardi”, a metà strada tra il pubblico e il privato, è costituito dall’archivio di Apollonio, stratega di Apollinopolis – Heptakomia, un nomo creato da Traiano in Tebaide, che visse nella prima metà II secolo d.C..[26]
Nome della conservatoria pubblica che in epoca romana tutti i no/moi dovevano avere; a un certo punto venne divisa in due unità: Biblioqh/kh dhmosi/wn lo/gwn → conservatoria degli atti pubblici e Biblioqh/kh e)gkth/sewn → conservatoria degli atti di proprietà.


Prima di seguire i corsi di papirologia presso l’Università di Urbino non sapevo neanche che in Egitto si fosse mai parlato o scritto in greco. Tanto meno che si conservassero su papiro migliaia di documenti della pubblica amministrazione scritti in greco, oltre a molti testi di opere greche altrimenti perdute. In un primo tempo pensai addirittura che avrei dovuto leggere i geroglifici.
In realtà il greco fu introdotto in Egitto a partire dal 332 a.C., quando Alessandro Magno strappò il controllo del paese ai persiani. L’Egitto era abituato alla dominazione straniera, ma l’occupazione persiana era stata particolarmente dura e quindi Alessandro fu accolto con entusiasmo come un liberatore.
Alessandro e i suoi soldati, comunque non furono i primi greci a giungere in Egitto. Intorno alla metà del VII sec. a.C., la città greca di Mileto aveva fondato la colonia di Naucrati nel delta del Nilo, un emporion che fungeva da centro di scambi commerciali. Dei greci, sempre per scopi commerciali, si insediarono anche a Menfi, capitale dell’Egitto prima di Alessandria. L’Egitto costituì anche una fonte d’interesse culturale per vari scrittori greci. Erodoto, ad esempio, gli dedica l’intero secondo capitolo delle sue “Storie”.
Per quanto riguarda la spedizione di Alessandro Magno, è difficile distinguere la realtà dalla leggenda. Questo perché le sue imprese sono state oggetto di varie opere, i cui autori tendevano a romanzare i fatti per catturare un pubblico più ampio. Due cose sono certe.
La prima è che egli fece visita all’oasi di Siwah per consultarvi l’oracolo di Ammon, celebre in tutto il mondo greco quasi quanto quello di Apollo a Delfi. L’oracolo lo riconobbe come figlio di Ammon, legittimando le sue pretese al trono di fronte agli egiziani.
La seconda cosa fu la fondazione, nel sito dell’oscuro villaggio di Rhakotis, della città che da lui prese il nome: Alessandria. Alcuni storici riportano anche che egli fu solennemente incoronato a Menfi alla presenza dei grandi sacerdoti, il che lo avrebbe collocato decisamente nel solco della tradizione faraonica. Tuttavia, non sono stati ritrovati riscontri archeologici (iscrizioni, papiri ecc.). Sicuramente di carattere mitico la tradizione che voleva Alessandro figlio naturale di Nectanebo II, l’ultimo faraone, con il quale la madre Olimpia avrebbe avuto una relazione.

Malgrado l’entusiasmo degli egiziani, Alessandro non era interessato a diventare un nuovo faraone e già nel 331 se ne andò. L’Egitto non rappresentava che una minima parte di quell’impero che intendeva strappare ai persiani. Pertanto lasciò il governo e l’amministrazione civile del paese ad un viceré con il titolo persiano di “satrapo”. Questo non deve stupire. Infatti Alessandro sfruttò l’efficiente struttura amministrativa introdotta dai persiani, accogliendola in pieno, salvo qualche inevitabile adattamento. Questo permise ai nuovi conquistatori di prendere immediatamente il controllo del paese.
Il primo viceré fu Cleomene di Naucrati, la colonia commerciale fondata da Greci vari secoli prima. I nuovi arrivati, dunque, si affidarono inizialmente ad un greco, la cui famiglia da generazioni viveva in Egitto, in modo che fosse un valido mediatore culturale.
Alla morte di Alessandro il suo grande impero fu smembrato. Uno dei suoi generali, Tolemeo figlio di Lago, pretese per sé la carica ricoperta sino ad allora da Cleomene e il controllo dell’Egitto. Perdicca, che era divenuto custode del sigillo reale di Alessandro, capì ben presto che Tolemeo aveva fatto la propria fortuna accaparrandosi il ricco Egitto. Tentò allora di invadere l’Egitto. Ma nel frattempo Tolemeo aveva compiuto un’abile mossa strategica: si era impossessato delle spoglie di Alessandro e le aveva trasferite in un grande mausoleo ad Alessandria. Quando seppero che Tolemeo si era impadronito delle spoglie di Alessandro, i mercenari assoldati da Perdicca si ritirarono ed egli fu facilmente sconfitto e dato in pasto ai coccodrilli del Nilo insieme ai suoi uomini più fedeli.

Tolemeo mantenne nominalmente la carica di “satrapo”, prima per conto del fratellastro di Alessandro, Filippo Arrideo, poi di suo figlio Alessandro IV, sino al 305 a.C. In quell’anno si proclamò ufficialmente sovrano di un regno indipendente con il nome di Tolemeo I Sotere. Tuttavia, già nella cosiddetta “stele del satrapo”, iscritta in geroglifici e datata 311, egli si presentava come nuovo sovrano d’Egitto. Sottolineava infatti il proprio ruolo nel sottrarre il paese agli odiati persiani, dichiarandosi erede del misterioso Khabbash, un uomo che nel 338 si era messo a capo di una rivolta contro i persiani, della quale però sappiamo poco o nulla.
La dinastia inaugurata da Tolemeo I regnò sull’Egitto sino al 30 a.C., quando morì Cleopatra, l’ultima discendente.
Tra tutti i regni sorti dallo smembramento dell’impero di Alessandro Magno, l’Egitto fu senz’altro il più ricco. Questo grazie alla grande produzione ed esportazione di grano – le piene del Nilo infatti rendevano fertili ampie zone di territorio – e grazie ai tributi che i Tolemei incassavano dai propri possedimenti al di fuori dell’Egitto come Cipro e diverse città dell’Asia Minore.
Questa ricchezza permise all’Egitto anche di diventare una forte potenza militare, tanto che fu l’ultimo regno a cadere sotto il dominio romano. Mercenari arrivavano da tutto il Mediterraneo per mettersi al servizio dei ricchi Tolemei. Questi non versavano ai soldati alti salari, ma assegnavano loro appezzamenti di terreno (la cui ampiezza era direttamente proporzionale al grado ricoperto nell’esercito). Questi terreni, poi, potevano essere subaffittati a coltivatori egiziani, che versavano all’assegnatario un canone più una parte del raccolto.
I Tolemei destinarono una parte consistente delle loro ricchezze anche allo sviluppo culturale dell’Egitto. Con la fondazione della Biblioteca e del Museo da parte di Tolemeo II Filadelfo (285-246 a.C.), Alessandria divenne un polo d’attrazione per scienziati e letterati provenienti da tutto il Mediterraneo. Alcuni hanno addirittura ipotizzato che la crisi economica che colpì l’Egitto a partire dalla fine del regno di Tolemeo III (ultimo quarto del III sec. a.C.) sia da imputare proprio al mantenimento della biblioteca – che vantava continue nuove acquisizioni – e della corte di letterati e scienziati di cui i Tolemei si circondavano. Ma non vi è dubbio che le spese militari superassero di gran lunga quelle “culturali”.

Il segreto della durata e del successo della dinastia tolemaica sta probabilmente nel sistema di governo che adottarono, perfezionando notevolmente quello persiano. Lo Stato tolemaico fu una delle burocrazie più efficienti e rigidamente gerarchizzate della storia. Per sfruttare al meglio le risorse naturali ed umane del paese, misero in piedi una macchina amministrativa che aveva come fine primario l’arricchimento delle casse reali, attraverso un’economia organizzata nei minimi dettagli e sottoposta ad un rigido controllo. Quasi tutte le produzioni erano oggetto di monopolio da parte dello Stato: quella del papiro, dell’olio, della birra ecc. Lo Stato regolava anche i raccolti e verificava che la produzione effettiva corrispondesse a quella prevista.
Un esercito di funzionari e burocrati registravano e regolavano diritti (pochi) e doveri (molti) dei sudditi. Ad esempio, tutti gli individui di sesso maschile erano obbligati ad effettuare, a titolo gratuito, lavori di manutenzione dei canali d’irrigazione. Questo perché non venivano ammessi ammanchi nella produzione.
I cittadini erano tenuti a pagare anche numerose tasse, riscosse da appositi esattori.
La terra era tutta di proprietà del sovrano – fatta eccezione per quella dei templi – che la distribuiva in appezzamenti più o meno grandi a chi gli garantiva i propri servigi.
In ogni caso, non bisogna pensare all’Egitto tolemaico come ad una società fondata su un’economia di sussistenza per i sudditi a tutto vantaggio delle casse reali. Proprio dai papiri apprendiamo che esisteva una forte diversificazione delle attività economiche, nelle città e nei villaggi. Il livello di monetarizzazione era piuttosto elevato, la rete dei commerci e dei trasporti era molto sviluppata e molto diffuse erano anche le manifatture per la trasformazione delle materie prime in beni.

Un’amministrazione così complessa produceva una grande quantità di documenti, conservati in archivi presso gli uffici di funzionari. Alcuni di questi archivi sono giunti a noi e costituiscono l’oggetto dei miei studi. Infatti, quando i documenti non servivano più, non erano semplicemente buttati via – quantomeno non sempre – ma venivano trasferiti, dall’archivio in cui erano conservati, ad ateliers di fabbricanti di mummie. Esistevano due tipi di mummificazione. Una, più ricca, che prevedeva l’uso di bende di lino. Una, più economica, che prevedeva l’uso dei papiri. I papiri venivano incollati l’uno sull’altro sopra al corpo del defunto, sino a costituire un involucro di carta pesta. All’altezza del volto poi si dipingeva il ritratto del defunto.
I papiri di epoca tolemaica che io studio sono stati ottenuti, nella maggior parte dei casi, da involucri di mummie umane che sono stati smontati, strato per strato. L’operazione è abbastanza semplice, si usa il vapore. L’inchiostro egiziano – realizzato su base vegetale anche se non conosciamo gli ingredienti esatti – ha poi il vantaggio di non scolorire facilmente. I testi dunque sono in genere perfettamente leggibili anche dopo il trattamento “a vapore”.
I papiri non sono stati restituite solo da mummie umane. Infatti in Egitto c’erano vari animali sacri che, dopo la morte, non potevano essere semplicemente sepolti, ma andavano mummificati. Si realizzavano mummie di gatto, di ibis, ma, soprattutto, di coccodrillo. In genere, le mummie di ibis e gatto, date le piccole dimensioni, non hanno restituito frammenti papiracei significativi.
Nei coccodrilli, invece, a differenza dei corpi umani, i papiri non costituivano l’involucro esterno. Venivano usati come ripieno per evitare che la mummia, con il peso della terra, collassasse.
Che i coccodrilli potessero contenere papiri è stato scoperto per caso nel Febbraio del 1900. Due archeologi e papirologi inglesi stavano scavando a Tebtunis, nel Medio Egitto, alla ricerca di mummie umane. Gli operai ricevevano un premio quando trovavano mummie umane. Ma continuavano a trovare mummie di coccodrillo. Ad un certo punto, qualcuno, al rinvenimento dell’ennesimo coccodrillo, perse le staffe e lo colpì con un calcio, frantumandolo. Scoprì che era pieno di papiri.
Nelle zone più desertiche, i papiri possono essere anche ritrovati tra le rovine di antichi insediamenti. Si tratta soprattutto di documenti di epoca imperiale e bizantina perché quelli di epoca tolemaica si trovavano in strati troppo bassi del terreno e sono andati perduti per via dell’umidità. Ma, eccezione che conferma la regola, il più grande gruppo di documenti di epoca tolemaica – il cosiddetto archivio di Zenone – è stato rinvenuto sotto terra. La sua conservazione è stata possibile perché i documenti erano custoditi in una cassetta di legno in una buca. Per qualche motivo nella buca ha preso fuoco la cassetta, ma, finito l’ossigeno, le fiamme si sono arrestate e i papiri si sono conservati quasi tutti intatti. All’inizio del ‘900 un coltivatore egiziano scoprì i papiri e li rivendette a varie collezioni europee. Alcuni di essi sono conservati all’Istituto Papirologico Vitelli di Firenze.
Zenone, colui che raccolse queste carte, immigrò in Egitto dalla Caria ed ebbe il non facile compito di gestire l’immenso appezzamento di terreno donato nel Fayum da Tolemeo II ad Apollonios, suo ministro delle finanze. Queste carte coprono un arco di oltre venti anni, dal 260 a dopo il 240 a.C., e rappresentano una possibilità unica per capire come funzionava quotidianamente un’antica grande azienda agricola.

Il primo papiro a raggiungere l’Europa fu la cosiddetta “carta Borgiana”. Il testo fu inviato in dono al cardinale Stefano Borgia nel 1778 e fu pubblicato 10 anni dopo dal danese Niels Schow. Da Schow apprendiamo che il papiro fu offerto insieme ad altri 40-50 rotoli ad uno sconosciuto mercante. Gli fu detto che i rotoli erano stati ritrovati all’interno di una cassetta di sicomoro, sepolta nei dintorni di Gizah. Il commerciante ne acquistò solo uno, mentre il resto sarebbe finito in mano a dei turchi che li avrebbero usati al posto del tabacco per il loro profumo aromatico. Questa parte del racconto è probabilmente inventata. Infatti all’inizio del ’900 due papirologi inglesi, Grenfell e Hunt, provarono a fumare dei papiri privi di scrittura, ma rimasero inorriditi. La “carta Borgiana” è uno dei rotoli più grandi in nostro possesso, dal momento che misura 3,5 m, ed è un documento molto importante. Infatti riporta una lista completa di tutti gli uomini del villaggio di Ptolemais Hormou, che nel 192 d.C. dovevano sostenere dei lavori nel vicino villaggio di Tebtunis. Al momento della pubblicazione, tuttavia, il contenuto ottenne scarsa attenzione da parte degli studiosi, più interessati a recuperare opere letterarie.

In realtà, prima ancora del papiro del cardinale Borgia, in Italia la “Villa dei Papiri” – altrimenti nota come “Villa dei Pisoni” – restituì una biblioteca di circa mille papiri carbonizzati oltre a splendide sculture in bronzo e marmo. Tra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero non erano rare le grandi ville dotate di grandi biblioteche e collezioni d’arte. Si pensi per esempio alla villa di Cicerone a Tuscolo o alla villa Adriana a Tivoli.
La villa è sepolta da 30 m di materiale vulcanico: fango lavico indurito dell’eruzione del 79 d.C. e lava basaltica dell’eruzione del 1631. Il primo scavo fu condotto per pozzi e cunicoli sotto Carlo di Borbone dal 1750 al 1761, quando difficoltà finanziarie e logistiche imposero la sospensione dei lavori con interramento di pozzi e cunicoli. Malgrado la scarsa scientificità dello scavo, conosciamo gran parte delle strutture architettoniche e la loro ubicazione grazie alla pianta redatta dall’ingegnere svizzero Weber, che diresse lo scavo. La domus era situata a breve distanza dal mare e si estendeva in lunghezza per ben 253 m.
Per quanto concerne il proprietario della villa, l’ipotesi a tutt’oggi più plausibile è che si trattasse di Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare, console nel 58 a.C. e nemico di Cicerone. Questa ipotesi, proposta da Comparetti nel 1883, poggia soprattutto sul contenuto della biblioteca. Essa infatti è costituita, nella quasi totalità, da testi greci di filosofia epicurea, soprattutto di Filodemo di Gadara, amico di Pisone Cesonino e divulgatore, alla metà del I sec a.C., delle dottrine del filosofo ateniese Epicureo (342-271/270 a.C.).





Il problema delle fonti sulla III Guerra di Siria
Innanzitutto, vorrei illustrare alcuni problemi che ho incontrato lavorando sulle fonti relative al periodo oggetto del mio studio.
Per quanto riguarda l’epoca ellenistica, il principale problema degli storici moderni è la perdita quasi totale, a parte qualche frammento, della storiografia dal III al I sec. a.C., quello che con efficacia C. Preaux
[1] definisce “le naufrage de la littérature historique de l'âge hellénistique”. Di molti autori non conosciamo che il nome o il titolo di un’opera su questo o quel sovrano.[2] Non stupisce dunque che i pochi testi (spesso epitomi) che ci forniscono notizie relative ai Tolemei o ai Seleucidi o ad altre dinastie ellenistiche siano stati redatti fuori dal paese su cui una dinastia regnava e/o dopo che la stessa si era estinta.
A parte i sunti di epoca tarda redatti da Giustino, S. Gerolamo e Ioannes Zonaras,
[3] conosciamo la storia ellenistica in maniera continua e più o meno dettagliata solo per i diadochi e sino al 302 a.C. grazie a Diodoro Siculo. Purtroppo, delle successive sezioni della “Biblioteca” (libri XXI-XL), per le quali Diodoro attingeva agli storici di III e II sec., ci restano soltanto frammenti e quindi tracciare un quadro del regno di Tolemeo III Evergete e ricostruire gli eventi che lo videro protagonista – l’oggetto di questo studio – risulta particolarmente difficile; tanto più che per quest’epoca Polibio non si occupa dell’Egitto che raramente e in maniera sbrigativa.
Certo, è vero che il caso ha fatto sì che sulla III guerra di Siria abbiamo un maggior numero di fonti rispetto ai due precedenti conflitti tra Tolemei e Seleucidi, sia fonti letterarie che documenti coevi:

· Fonti letterarie: Papiro di Gurob (W. Chr. 1 = P. Petrie II 45 + III 144 = FGrHist 160); P. Haun. 6, 14-17 (= FGrHist 161); Polibio V 58, 10-11; Catullo, LXVI, 12, 36/Callim., Fr. 110 Pfeiffer; Iustin., Epit. XXVII 1‑2,2; Val. Max. IX 10, ext. 1; IX 14, ext. 1; Plin., NH VII 53; App., Syr. 65; Poliae., Strat. VIII 50 (II sec. d.C.); Ath. V, 209 a-209 b (II/III sec. d.C.); Porph., FGrHist 260 F 43 = Ieronym., Comm. in Daniel. XI 6-9 (fine IV/inizio V sec. d.C.); Porph., FGrHist 260 F 32, 6-9 (Chronik).
· Documenti coevi: OGIS 54 – Iscr. Adoulis;
Didyma 22 (= IDidyma 493 = OGIS 227 = Welles 22) – Lettera di Seleuco II alla boulé e al demos di Mileto (Datazione: 246 a.C. ca.); FD III 4, 153 (= Rigsby 7 = OGIS 228) – Delfi, Smirne e Seleuco II (Datazione: 246 o, più probabilmente, 242 a.C.); IMag. Sip. 1 (= Staatsverträge 492 = OGIS 229) –Magnesia, Smirne e Seleuco II; TAM II, 1 (= OGIS 55) – La città di Telmessos onora Tolemeo III (Datazione: Febbraio/Marzo del 240 a.C.); OGIS 56 – Decreto di Canopo.

Tuttavia questa abbondanza di fonti non impedisce che vari aspetti della guerra Laodicea risultino oscuri. In primo luogo, per quanto riguarda le fonti letterarie, pur potendo contare su notizie anche molto circostanziate, queste sono spesso contraddittorie o inficiate da elementi palesemente romanzeschi, probabilmente derivati, come nota, da ultimo, A. Primo,
[4] da Filarco.[5] Costui, stando a quanto riferisce Polibio,[6] aveva l’abitudine di sacrificare deliberatamente la verità storica alla ricerca di effetti drammatici, che rendessero più interessante la lettura. È quindi difficile dire quale sia la versione da preferire o quali siano gli elementi da salvare nelle varie narrazioni.[7]
Questa derivazione da Filarco di quasi tutte le fonti letterarie, comporta inoltre che esse ci forniscano una prospettiva distorta sulla III guerra Laodicea, che risulta prettamente filolagide.
[8] Filarco infatti “interpretava quegli eventi – la morte per mano di Laodice di Berenice, seconda moglie di Antioco, e del loro figlioletto; la spedizione di Tolemeo III volta a ottenere vendetta; il ruolo della stessa Laodice nella transizione del regno alla gestione di Seleuco II Callinico – come segni della decadenza morale e politica della dinastia e in particolare come prova della natura malvagia della regina Laodice.”[9] Una lettura, questa, che ha prevalso nella storiografia antica e anche in quella moderna e che, come ha mostrato L. Martinez-Séve[10] “riabilitando” la bistrattata figura di Laodice, sembra da correggere per molti aspetti.
Per quanto riguarda le fonti documentarie, esse presentano pregi e difetti. La loro qualità maggiore rispetto alle fonti letterarie è quella di essere in rapporto diretto tanto con i fatti che riportano quanto con noi che utilizziamo quelle informazioni. Il loro difetto maggiore è che, nella quasi totalità dei casi, ci trasmettono informazioni dal carattere analitico e frammentario e sulla cui veridicità sono talvolta sollevati dubbi.
[11]
Ad esempio, come osservano W. Peremans e E. Van’t Dack,
[12] “la documentation papyrologique ne présente pas les faits dans l’ensemble auquel ils appartiennent. Elle n’indique ni les causes, ni les conséquences, ni le milieu dans lequel ils se produisent. Elle ne relève pas la signification qu’il faut attacher au détail. Les faits sont là, isolés de leur milieu naturel et du passé.” Questo dipende dal fatto che chi redasse i testi documentari giunti sino a noi non avrebbe mai pensato che, a distanza di oltre venti secoli, qualcuno li avrebbe utilizzati come fonte storica. Tali testi erano destinati ad individui in possesso di tutte le informazioni necessarie a comprenderne il contenuto, per questo chi li redasse trascurava di contestualizzarli, impedendoci così, il più delle volte, di afferrarne il senso esatto e/o di afferrarlo a pieno. Sono come dei fermo immagine, estrapolati da un film molto più lungo che non esiste più.
Oltre alle testimonianze papirologiche, un ruolo molto importante nella nostra documentazione è giocato dalle iscrizioni. Ad esempio dall’Iscrizione di Adoulis (OGIS 54), che malgrado la sua magniloquenza non può essere accusata di mendacità,
[13] apprendiamo che Tolemeo III ha effettivamente attraversato l’Eufrate come riporta Porfirio.[14] Ma il fatto che non vi si faccia riferimento ad altri fiumi – per esempio il Tigri – e che si parli in maniera piuttosto vaga di una “sottomissione” delle regioni orientali e niente più,[15] lascia sospettare che egli non penetrò molto oltre in territorio seleucide, forse sino a Babilonia come riferisce Appiano;[16] pertanto Porfirio sembra esagerare quando scrive: “et (Ptolemaeus) obtinuit, intantum ut Syriam caperet, et Ciliciam, superioresque partes trans Euphraten, et propemodum universam Asiam.”[17]
Molto importanti sono anche le numerose iscrizioni provenienti da città dell’Asia Minore come Smirne, Mileto e Telmessos, o da altre località controllate dai Tolemei o dai Seleucidi.
Esse infatti ci forniscono informazioni – per quanto frammentarie e isolate – circa aspetti sostanzialmente ignorati dalle fonti letterarie, come la politica estera e le strategie per il mantenimento del controllo del territorio messe in atto da Tolemeo III e Seleuco II durante e dopo la guerra Laodicea. Ad esempio, dalle iscrizioni risulta evidente che, durante la guerra Laodicea, tanto per Tolemeo III
[18] quanto per Seleuco II[19] la strategia per consolidare vecchie alleanze o stringerne di nuove non poteva prescindere da generose esenzioni fiscali. Forse furono proprio queste esenzioni fiscali uno dei motivi all’origine della crisi economica che si manifesterà in Egitto venti anni più tardi.
Purtroppo, però, anche la documentazione epigrafica presenta degli inconvenienti. Come osserva C. Preaux,
[20] “les rois n’y apparaissent qu’en filigrane et la jonction entre l’épigraphie des cités et l’historiographie des rois, pour fructeuse qu’elle soit parfois, n’en est pas moins discontinue. En sorte qu’il y a une histoire – combien incomplète ! – des villes et une histoire – souvent trop sommaire – des rois, qui ne se rejoignent que fortuitement.”
Un discorso a parte meritano P. Haun. 6 (= FGrHist 161) e il Papiro di Gourob (W. Chr. 1 = P. Petrie II 45 + III 144 = FGrHist 160). Anche se è difficile stabilire la loro natura,
[21] dal punto di vista formale questi due testi possono essere considerati fonti letterarie. Infatti li ritroviamo anche tra i FGrHist di Jakoby. Tuttavia essi presentano caratteristiche proprie della documentazione papiracea: lo stato di conservazione è a dir poco lacunoso e le informazioni che veicolano hanno carattere analitico e/o frammentario. Il loro valore come fonti storiche è indiscutibile. Ad esempio W. Huss,[22] sulla base di P. Haun. 6, 15,[23] ritiene di poter dedurre che la domestica seditio, che nel 245 costrinse Tolemeo III ad un rapido rientro in Egitto dalla campagna di Siria,[24] sia stato un sollevamento della popolazione indigena contro il potere e l’amministrazione tolemaica. In realtà occorre tener presente che il termine Αἰγύπτιοι può designare sia uomini di stirpe egiziana, come nel caso di Πτολεμαῖος ὁ Συμπετῆσις, ὃς ἦν τὸ γένος Αἰγύπτιος,[25] sia persone che abitano in Egitto, senza essere d’origine egiziana, quali Ἀριστόνικος Αἰγύπτιος.[26] Quindi, è possibile che gli Αἰγύπτιοι del P. Haun. 6 siano di stirpe egiziana, ma, come osserva W. Peremans,[27] non disponiamo “d’aucune indication qui nous incite à préférer cette solution à l’autre.”
Il Papiro di Gurob, apparentemente, è un comunicato ufficiale, stilato da Tolemeo III in persona o più probabilmente dal suo entourage, che contiene un resoconto, in più punti lacunoso, di operazioni militari condotte dalle forze armate tolemaiche in territorio seleucide all’inizio della III guerra di Siria. Il documento è dunque una testimonianza eccezionale perché ci mette in contatto diretto con vicende della III guerra di Siria, per di più raccontate dai protagonisti. Tuttavia, come è normale, non viene fornito il contesto in cui si inseriscono i fatti narrati, e la mancanza di una data rende difficile anche una loro collocazione all’interno della cronologia della III guerra di Siria. Pertanto, il Papiro di Gurob non aggiunge molto al bagaglio della nostra conoscenza sulla guerra Laodicea, se non per i fatti che esso riporta.
[28] Anzi, vista la mole di bibliografia esistente su di esso, si può tranquillamente affermare che pone più problemi di quanti non ne risolva. E la stessa cosa vale per P. Haun. 6.[29]

Obiettivo della ricerca
L’obiettivo di questo studio non è fornire un nuovo resoconto della III guerra di Siria; non credo infatti si possa andare molto oltre quanto già fatto da E. Will
[30] e H. Hauben,[31] in mancanza di nuove fonti o nuovi dati.
Quello che intendo fare – per la prima volta – è raccontare la guerra Laodicea e gli anni successivi al conflitto dal punto di vista della popolazione, nativa ed immigrata, della χώρα egiziana. Per fare ciò intendo sfruttare l’ampia documentazione papiracea, proveniente dalla χώρα egiziana e soprattutto dal Fayum, che abbiamo a disposizione per la parte finale del regno di Tolemeo II e per il regno di Tolemeo III.
[32]
Come già rilevato, le informazioni che ricaviamo dalla documentazione papiracea, per quanto importanti, hanno carattere analitico e frammentario e dunque da sole non sono sufficienti per scrivere la storia. Per poter ricostruire il passato i dati che ci forniscono i papiri dovranno essere integrati con le informazioni offerte da altre fonti coeve: letterarie, epigrafiche, archeologiche e numismatiche.
[33] Particolarmente importante, per provare a limitare il rischio di autoreferenzialità, sarà poi confrontare le informazioni relative alla χώρα con quelle concernenti altre parti d’Egitto o possedimenti tolemaici al di fuori dell’Egitto. Un compito non facile da assolvere dal momento che non si conserva quasi nulla della documentazione prodotta nelle regioni umide e fertili d’Egitto;[34] quasi nulla, ad eccezione della documentazione epigrafica, per le località controllate dai Tolemei in Asia Minore, nelle Cicladi, in Siria e nella Cirenaica, che contribuirono in maniera significativa all’economia lagide.[35]
Il punto d’arrivo deve essere una sintesi tra il quadro dell’“Egypte des pauvres, celle que les Grecs dédaignaient et exploitaient, celle des rouages qui grincent, celle des champs et des villages à l’humble labeur monoton”
[36] – che ricaviamo dalla documentazione papiracea – e l’immagine dell’epoca ellenistica che ci forniscono gli storici antichi.[37]
Certo, quando si passa dalla documentazione papiracea ad altre fonti si è in prima istanza disorientati dal cambiamento di contesto, di prospettiva e di scala. Il gioco dei sincronismi fa ben emergere l’apparente impermeabilità dei papiri rispetto ad altre fonti. Si prenda, ad esempio, P. Tebt. 746, documento datato 28 Maggio 243 a.C. che contiene corrispondenza relativa alla imminente riscossione delle imposte in natura sui βασιλικοὶ κλῆροι, in cui si specifica il diverso trattamento fiscale da riservare agli εἰς τὰ βασιλικὰ ἡμικλήρια
[38]e ai τοῖς ἱππεῦσι ἡμικλήρια. Apparentemente questo testo non ha alcun rapporto con le vicende della III guerra di Siria che nel 243 si stava ancora combattendo. Ma se noi accostiamo questo testo ad altri dello stesso tipo, coevi anteriori o posteriori,[39] possiamo appurare se il trattamento fiscale riservato a kleroi e hemikleria in P. Tebt. 746 fosse normale o dettato dalle necessità imposte dallo stato di guerra.
Quindi, al di là dei rari contributi diretti che i documenti papiracei possono fornire alla ricostruzione storica, tra tali fonti e la storia generale del mondo ellenistico esistono connessioni indirette. E sono queste connessioni indirette che il presente studio intende far emergere.
[40]
In ultima istanza, i nuovi dati acquisiti permetteranno di stabilire se e in quale modo le conseguenze – sociali, politiche ed economiche – della III guerra di Siria siano alla base del progressivo impoverimento dell’Egitto e della conseguente crisi economica manifestatasi apertamente dalla fine del regno di Tolemeo III.
Rispetto all’originario programma, data la mole di documentazione da esaminare e la difficoltà di operare una sintesi, ho deciso di restringere lo spettro della mia ricerca. Questa non riguarderà i documenti relativi a tutto il regno di Tolemeo III (246-221 a.C.), ma soltanto quelli relativi al decennio 246-236 a.C.

Il problema degli alloggi



Come detto, in questo studio intendo raccontare la III Guerra di Siria dal punto di vista degli abitanti della χώρα egiziana. Uno dei problemi che attanagliarono sempre la popolazione egiziana fu la scarsità di alloggi. Questo problema si acuiva in periodo di guerra. Infatti, quando un esercito attraversava un luogo o vi si installava a presidio, venivano requisiti alloggi per i militari – gli σταθμοί – presso le case della popolazione locale. Queste, in genere, erano requisizioni temporanee. Ma potevano diventare anche definitive. Questa seconda circostanza si verificava quando civili – in genere nativi egiziani – erano costretti ad accogliere in casa propria coloni militari (i κάτοικοι). Queste convivenze forzate fra civili e militari erano il più delle volte così difficili che l’esenzione dalla requisizione dell’alloggio era considerato un grande privilegio. Addirittura delle città nella loro totalità cercavano di evitare la requisizione di alloggi. Ad esempio, quando Taso nel 202 si consegnò a Filippo V, chiese che non fosse posta una guarnigione sulla propria acropoli e che non fossero installati soldati presso case di civili. In un primo tempo il sovrano macedone sembrò accogliere le richieste, ma poi non mantenne la parola.[41] Per quanto riguarda i territori controllati dai Tolemei, è interessante il caso di Soloi in Cilicia. Ci è giunta parzialmente un’iscrizione[42] contenente una lettera di un sovrano Lagide – probabilmente Tolemeo IV – che faceva seguito ad una missiva degli abitanti di Soloi. Questi si erano lamentati che militari erano stati insediati nei sobborghi di Soloi e dentro le mura, laddove la città non era mai stata sottoposta a requisizioni di alloggi, nemmeno ai tempi di Alessandro. Il re accolse le richieste e ordinò di rimediare agli abusi commessi.
Particolarmente gravoso risultava ospitare un cavaliere. Infatti occorreva provvedere anche al vitto e all’alloggio dei destrieri dei soldati. La difficoltà di ospitare un cavaliere è celebrata anche da Callimaco nell’Epigramma 24.

Ἡρως Αἰετίωνος ἐπίσταθμος Ἀμφιπολίτεω
ἵδρυμαι μικρῶι μικρὸς ἐπὶ προθύρωι,
λοξὸν ὄφιν καὶ μοῦνον ἔχων ξίφος: ἀνδρὶ δὲ ἱππεῖ
θυμωθεὶς πεζὸν κἀμὲ παρῳκίσατο.


“(Io) Heros, alloggiato presso Eezione di Anfipoli, sono posto, piccolo (piccolo), presso un piccolo vestibolo, avendo (la compagnia di) un serpente ritorto e soltanto una spada; (infatti,) poiché (Eezione) si era adirato con un cavaliere, preferì porre anche me appiedato ad abitare presso di lui.”


La critica ha a lungo dibattuto sulla l. 3 di questo epigramma. Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff,
[43] stampava ἀνδρὶ † ιπειωι. W. Mair[44] sanava la corruttela con ἀνδρὶ δ’Ἐπειῷ. Sino ad allora il senso dell’epigramma rimase oscuro. La corretta interpretazione del testo fu data, più o meno contemporaneamente, da due diversi studiosi: M. Roussel[45] e C. C. Edgar.[46] Tale interpretazione è derivata dall’aver compreso, grazie ai papiri documentari, il significato che il termine tecnico ἐπίσταθμος (l. 1) aveva all’epoca di Callimaco. Gli ἐπιστάθμοι erano militari che, in caso di necessità, venivano alloggiati presso privati, gli σταθμοῦχοι. Eezione, dunque, aveva sofferto così tanto la forzata convivenza con un cavaliere da voler appiedare anche la statuina di Heros, posto a protezione del vestibolo.
Per quanto riguarda gli anni della III guerra di Siria (246-240 a.C.), abbiamo vari documenti che ci testimoniano problemi legati all’alloggiamento di soldati. P. Petrie III 20 (= SB VI 9556 + 9454), datato al 245 a.C., costituisce la più ampia documentazione in nostro possesso in materia di stathmoi. Le prime tre colonne di testo del recto fanno riferimento ad una controversia sulla quale è chiamato a pronunciarsi il tribunale dei χρηματισταί (giudici di zona). L’ultima colonna del recto e le quattro colonne del verso contengono invece sei ordinanze
[47] di Tolemeo II che regolavano l’assegnazione degli alloggi ai soldati e i rapporti tra epistathmoi e stathmouchoi. Le sei ordinanze furono raccolte a sostegno delle rivendicazioni di un nativo, Phames figlio di Petenouris, contro un funzionario greco di nome Demetrios. Quest’ultimo aveva preso alloggio in casa di Phames, senza averne diritto o almeno un’autorizzazione. Pertanto, Phames chiedeva che Demetrios fosse cacciato da casa sua e che gli pagasse l’affitto per il tempo ivi trascorso. Phames chiedeva inoltre che, malgrado Demetrios fosse momentaneamente assente per un viaggio ad Alessandria, la giustizia facesse il suo corso. Dalla terza colonna apprendiamo che le speranze di Phames non furono tradite. Di ritorno da Alessandria Demetrios non fu in grado di giustificare l’occupazione dell’alloggio di Phames e la sentenza dei chrematistai ristabilì l’ordine.
Qui di seguito riporto tre di queste sei ordinanze

C. Ord. Ptol. 9

βασιλεύοντο[ς] Πτ̣ολεμαίο̣υ̣ τ̣[ο]ῦ̣ Π[το]λ̣ε̣μ̣[α]ίου Σω̣τ̣ῆρ̣[ο]ς̣ (ἔτους) ια μηνὸς
Δίου̣·
τῶν σταθμῶν καὶ τῶν περιβόλων τὰ μὲν
[ἡ]μίση τοὺς ἐπιστάθμους ἔχειν, τὰ δὲ ἡμίση
τοὺς κυρίους· ἐὰν δέ τις ἀποβιάσηται, ἀποτει-
5 σάτω ὁ ἀποβιασάμενος τοῦ οἰκήματος ἑκά-
σ̣τοῦ τοῦ μηνὸς (δραχμὰς) λ, τοῦ δὲ περιβόλου [(δραχμὰς)] ξ.


“Sotto il regno di Tolemeo (II), figlio di Tolemeo Soter, anno XI, mese di Dios.
[48] La metà degli alloggi e degli edifici annessi venga occupata dagli individui acquartierati, l’altra metà la occupino i proprietari; qualora uno (dei due occupanti) cacci con la violenza (l’altro), paghi 30 dracme al mese se ha espulso (l’altro) dalla casa, 60 dracme se invece lo ha espulso dai locali annessi.”
C. Ord. Ptol. 5

Θέωνος ἀναγγείλαντος
παρὰ Σωστράτου
βασιλέα προστάξαι τοὺς σταθμοὺς [τῶ]ν̣ ἀφῃρημένων
ἢ ἐπὶ τὴν γῆν ἐπιλελεγμένων ἀπὸ μη[νὸ]ς̣ Περιτίου
5 τοῦ ἐν τῶι ιϛ (ἔτει) μηθένα αἰτεῖ[σθ]αι μ̣ηδὲ̣ παραλαμ-
βάνειν παρευ[ρέσει μηδε]μιᾶι ἕως ἂν ὁ [β]ασιλεὺς π[ερὶ]
τούτων ἐπισκ̣[έψηται· ἐὰ]ν δέ τινες [αἰ]τήσωντα̣[ι]
ἢ κατὰ παραχώρησιν̣ [λάβ]ω̣σιν ἢ ἄλλως πως οἰκονομή-
σωνται τρόπωι ὡιτ̣[ιν]ι̣οῦν, αἱ οἰκονομίαι̣ αὐτοῖς ἄκυρα[ι]
10 ἔστωσαν καὶ προσαπ[οτει]σ̣άτωσαν τὰ ἐν[ο]ίκια παντὸς
το[ῦ] χρόνου οὗ ἂν̣ [ἐ]λ̣εγχ̣[θ]ῶ̣σιν κατὰ [τ]ὸ̣ τ̣ο̣ῦ̣ β̣[α]σ̣ιλέως
πρόσταγμα.


“Theon
[49] ha reso noto, a nome di Sostratos,[50] che il re ha disposto che nessuno, tra coloro i quali sono stati privati degli alloggi o sono stati selezionati per la terra,[51] a partire dal mese di Peritios dell’anno XVI (del regno di Tolemeo II),[52] rivendichi tali alloggi né li occupi con alcun pretesto, sino a che il re non abbia preso una decisione riguardo a questi. Qualora qualcuno li rivendichi, o ne prenda possesso per abbandono (del legittimo occupante), o in qualche altro modo sia giunto ad un qualsivoglia accordo (con il legittimo occupante), i loro contratti non saranno validi e pagheranno inoltre gli affitti relativi a tutto il periodo (di occupazione dell’alloggio) per il quale siano giudicati colpevoli, in base all’ordinanza del re.”
C. Ord. Ptol. 7

ὅσοι ἔχου[σι σ]τ[αθ]μοὺς ἐκ τοῦ βασιλικοῦ ἢ ἄλλως πως
ἐπισταθ[μεύου]σ̣ι̣ν̣ μ̣ηθένα ἀργύριον λαμβάνειν
τοῦ στα[θμοῦ ± 10 ]η[ ± 12 ] τῶι
τοῦ στα[θμοῦ ]
[53] ὁ δὲ παραλαμ-
5 βάνων ε[ἰσπ]ρ̣[α]χ[θ]ή̣σεται ἐπίτιμο̣ν εἰς τὸ
βασιλικ[ὸ]ν ὃ ἂ[ν] λ̣ά̣βηι πε̣νταπλοῦν· εἰ δέ τινε[ς]
δεδώκ̣[α]σιν ἐν τοῖς ἔνπροσθεν χρόνοις, κομιζέ-
σθωσα[ν] παρὰ̣ [τῶν] εἰληφότων τὸ ἀργύριον [ ̣ ̣ ̣]ω̣σ ̣ ̣το· (ἔτους) ι [Δίου] ιε.


“Fra quanti occupano alloggi (forniti) dal tesoro reale o sono acquartierati in qualche altro modo, nessuno ricavi denaro dal (proprio) alloggio [...]. Colui che ne ricavi denaro pagherà al tesoro reale, a titolo di pena, cinque volte quanto avrà ricevuto. Se qualcuno, in precedenza, ha versato del denaro, lo recupererà da quelli che lo hanno ricevuto. Anno X (del regno di Tolemeo II), giorno 15 del mese di Dios.
[54]
Già da questi tre esempi risulta evidente un un principio d’ordine generale: gli stathmoi erano di proprietà del re e tali ordinanze erano redatte in maniera da tutelare gli interessi della corona. Una delle poche salvaguardie per i proprietari degli alloggi era la proibizione per chi vi veniva ospitato di ricavare da essi del denaro. In questo modo si evitava che gli immobili fossero venduti, affittati o ipotecati.
La documentazione successiva ci mostra come la rigida legislazione di Tolemeo II in materia di stathmoi non rimase in vigore molto a lungo. Gli abusi da parte degli epistathmoi erano così frequenti e numerosi che, nell’impossibilità di intervenire, le autorità divennero più tolleranti nei loro confronti, ovviamente a scapito dei proprietari.
L’unico espediente grazie al quale un proprietario poteva impedire che il proprio alloggio fosse requisito ci viene illustrato da P. Petrie II 12 (1) (ll. 1-7) + W. Chrest. 449 (ll. 8-17). Si tratta di un rapporto datato 242 a.C., inviato al proprio superiore da Andronikos, un funzionario incaricato di insediare a Krokodilopolis degli ἐπιστάται τῶν ἔργων (“sovrintendenti dei lavori”). Andronikos aveva constatato molti proprietari di case precedentemente requisite avevano demolito i tetti e ostruito gli ingressi con degli altari, che non potevano essere abbattuti. Andronikos, per adempiere al proprio incarico ebbe un’idea. Costringere i proprietari non ad abbattere gli altari, ma a spostarli sui tetti, dove “risulteranno più visibili e meglio collocati.” Non è da escludere che anche queste forme di resistenza all’alloggiamento dei soldati rientrino nei disordini della domestica seditio che costrinse Tolemeo III a ritirarsi dalla campagna contro Seleuco II. Infatti P. Petrie II 12 (1) (ll. 1-7) + W. Chrest. 449 (ll. 8-17) è coevo a P. Hib. 198, che presenta misure particolarmente dure nei confronti di marinai regi (basilikoi nautai) accusati di diserzione. Nei loro confronti era prevista anche la pena di morte, qualora qualora fossero stati catturati. avrebbero dovuto essere trattati con la spietatezza riservata ai briganti.
[55]




[1] “Sur le naufrage de la littérature historique de l'âge hellénistique”, Miscellanea in honorem Josephi Vergote = OLP 6-7 (1975-1976) pp. 455-462.[2] I frammenti degli storici dei diadochi, dei Tolemei, dei Seleucidi, etc. sono stati riuniti da Jakoby, FGrHist 154-199.[3] Cronista bizantino vissuto tra XI e XII sec., noto soprattutto per la sua ἘπιτομὴἹστοριῶν dalla creazione del mondo alla morte di Alessio I, per la quale potè avvalersi di numerose fonti poi andate perdute.[4] La storiografia sui Seleucidi da Megastene a Eusebio di Cesarea, Pisa-Roma, 2009, pp. 35-36. Cfr. L. Martinez-Séve, “Laodice, femme d’Antiochos II: du roman à la reconstruction historique”, REG 116 (2003), pp. 690-693; P. Pedech (Trois historiens méconnus: Théopompe, Duris, Phylarque, Paris, 1989, pp. 404-405 e 423-426), il quale ritiene che Filarco sia stato la fonte, per il tramite di Pompeo Trogo, di Plinio, Valerio Massimo, Polieno ed ovviamente Giustino; A. Mastrocinque (Manipolazione della storia in età ellenistica: i Seleucidi a Roma, Roma, 1983, pp. 44-46), che vede in Filarco la fonte di Plinio, Valeri Massimo e Porfirio.[5] FGrHist 81. Su questo storico si veda ora anche A. Primo, La storiografia sui Seleucidi, op. cit., pp. 118-125, dove viene fornita anche un’ampia bibliografia.[6] II, 56.[7] Cfr. il commento di J. G. Smyly a P. Petrie III 144, p. 337: “our knowledge of the origin and conduct of the third Syrian War is obtained by combining the vague and unsatisfactory references and anecdotes found in Polybius, v. 58; Valerius Maximus, ix. 10, extr. 1; ix. 14, extr. 1; Pliny, vii. 12; Justin, xxvii. 1; Polyaenus, viii, 50; and Jerome in Dan. xi. 6, 7.”[8] Di fatto, le uniche fonti non connotate a priori negativamente nei confronti di Seleuco II e Laodice sono le iscrizioni che emanano dalla corte Seleucide o dalle località loro alleate.[9] A. Primo, La storiografia sui Seleucidi, op. cit., pp. 35-36.[10] “Laodice”, art. cit., pp. 690-706.[11] Ad esempio, per quanto riguarda “le problème de la véracité de l’information papyrologique”, si veda W. Peremans-E. Van’t Dack, “La Papyrologie et Histoire Ancienne. L’Heuristique et la Critique des Textes sur Papyrus”, in Actes du XVe Congrès International de Papyrologie (Pap.Brux. XVI-XIX), Brussels 1978, pp. 22-24.[12] Ibid., p. 16.[13] Cfr. H. Hauben, “L’expédition de Ptolémée III”, art. cit., p. 31 e n. 19.[14] FGrHist 260 F 43.[15] OGIS 54, 18-20: “τὴν Μεσοποταμίαν καὶ Βαβυλωνίαν καὶ Σουσιανὴν καὶ Περσίδα καὶ Μηδείαν καὶ τὴν λοιπὴν πᾶσαν ἕως Βακτριανῆς ὑφ’ ἑαυτῶι ποιησάμενος”.[16] Syriake, XI, 65: “ἐς Συρίαν ἐνέβαλε καὶ ἐς Βαβυλῶνα ἤλασεν”. Cfr. Cfr. H. Hauben, “L’expédition de Ptolémée III”, art. cit., p. 32 e nn. 22, 23 e 24.[17] FGrHist 260 F 43.[18] Cfr. TAM II, 1 (= OGIS 55).[19] Cfr. Didyma 22 (= IDidyma 493 = OGIS 227 = Welles 22); FD III 4, 153 (= Rigsby 7= OGIS 228).[20] “Sur le naufrage”, art. cit., p. 456.[21] Riguardo al genere d’appartenenza del Papiro di Gurob, G. Schepens (“Les rois Ptolémaiques et l’historiographie”, in Egypt and The Hellenistic World. Proceedings of the international Colloquium, Leuven 1983, p. 367) scrive: “il s’agit là d’une balance difficile entre histoire, mémoirs et autobiographie.” L’annosa questione della natura di P. Haun. 6 è invece ben riassunta da E. Will (Histoire Politique du Monde Hellénistique I², Nancy 1979, p. 237): “il semble s’agir de notes (d’excerpta) prises sur un ouvrage historique, de caractère peut-être biographique, concernant des épisodes de l’histoire des Ptolémées.” Cfr. I. Gallo, Frammenti Biografici, op. cit., pp. 60-65.[22] “Eine Rivolte der Ägypter ”, art. cit., pp. 151-156.[23] ] ̣ον κ(αὶ) εἰ μὴ τότε Αἰγυπτίων ἀπόσ[τασις ἐγένετο.[24] Cfr. Giustino, Epit. XXVII 1, 9: “qui nisi in Aegyptum domestica seditione revocatus esset, totum regnum Seleuci occupasset.”[25] Polyb., XXXI, 18, 6; Pros.Ptol. 15071. Si veda anche BGU 1215, 3-6, dove leggiamo: “[τοὺ]ς̣ φύλα[κ]α̣ς ἐπιθεμένων τῶν Αἰγυ[π]τίων καὶ ἐνεδρ[ε]υ̣σ̣ά̣ν̣τ̣ω̣ν̣ ἐπὶ τὸ φρουρίον...” (“Avendo gli Egiziani molestato le guardie dopo avergli teso un’imboscata dinanzi alla guarnigione...”). Chi ha redatto questo documento – il cui nome è perso in lacuna – era sicuramente un abitante dell’Egitto. Pertanto, il fatto che si riferisca agli aggressori delle guardie con il termine Αἰγύπτιοι significa che intendeva rimarcare che essi appartenevano all’etnia egiziana. Inoltre, così facendo, egli sembra porsi come “altro” rispetto agli Αἰγύπτιοι e dunque, probabilmente, era un immigrato (o discendente di immigrati) in Egitto.[26] Polyb., XXVII, 9, 7-13; Pros.Ptol. 17196.[27] “Sur la Domestica Seditio de Justin (XXVII, 1, 9)”, L’Antiquité Classique 50 (1981), p. 633.[28] Cfr. H. Heinen, “The Syrian –Egyptian Wars and the New Kingdoms of Asia Minor”, in Cambridge Ancient History, Volume VII Part I. The Hellenistic World, Cambridge 1984, p. 420: “unfortunately this fragmentary source tells us nothing about the decisive peripeteia of this war.”[29] Per i problemi storici posti da P. Haun. 6, si veda E. Will, Histoire Politique, op. cit., pp. 234-238. Per quelli posti dal Papiro di Gourob, si veda ibid., pp. 250-253.[30] Histoire Politique, op. cit., pp. 248-261.[31] “L’expédition de Ptolémée III”, art. cit., pp. 29-37.[32] Cfr. C. Preaux, “La Place des Papyrus dans les Sources de l’Histoire Hellénistique”, in Akten des XIII. Internationalen Papyrologenkongresses, Marburg/Lahn, 2-6 August 1971. (Münch. Beitr. 66), Munich 1974, p. 5: “pour Philadelphe et Evergète, ainsi que pour la politique extérieure de leur temps, nous dépendons de sources fragmentaires… Aussi les historiens modernes accueillent – ils comme une aubaine les papyrus qui, sous ces règnes, sont nombreux.”[33] Sulle modalità per ovviare al problema del carattere analitico e frammentario della documentazione papiracea, si veda W. Peremans-E. Van’t Dack, “La Papyrologie et Histoire Ancienne”, art. cit., pp. 16-22.[34] Fanno eccezione quei documenti redatti in regioni lontane, ma finiti, per qualche motivo, per essere riciclati in cartonnages di mummie rinvenute nelle necropoli della χώρα. Questo è il caso, ad esempio, dei documenti alessandrini rinvenuti nella necropoli di Abū Sīr al-Malaq e oggi conservati a Berlino; cfr. M. R. Falivene, The Herakleopolite Nome. A catalogue of the toponyms and a guide (ASP 37), Atlanta 1998, pp. 23-24. Si veda anche W. Schubart, “Alexandrinische Urkunden aus der Zeit des Augustus”, APF 5 (1913), pp. 35-131.[35] Sul problema della concentrazione della documentazione papiracea solo in certe regioni e sulla possibilità o meno di estendere i dati che essa fornisce a regioni che non hanno restituito papiri, si veda C. Preaux, L’Économie Royale des Lagides, New York 1979², pp. 15-23.[36] C. Preaux, “La Place des Papyrus”, art. cit., p. 1.[37] Ibid.: “celle des rois, des vastes armées, des ambassadeurs, des courtisan et des condottieri, qui traînent après eux, avec la guerre et l’opulence, la chance qui passe et s’en va. Un monde qui n’avoue ni le travail ni le commerce.”[38] In base alle evidenze fornite da P. Tebt. 746 e da P. Ent. 55 (datato però 28 Gennaio 222 a.C.) sembra di poter concludere che, in assenza di un klhrou=xoj, l’appezzamento di terreno che gli era stato assegnato veniva diviso in due h(miklh/ria: su un h(miklh/rion il legittimo assegnatario manteneva i suoi diritti; il diritto di sfruttamento dell’altro h(miklh/rion, invece, tornava temporaneamente allo Stato, che poteva affittarlo ed incassare il relativo canone. Quando il klhrou=xoj tornava, il diritto di sfruttamento dello h(miklh/rion da parte dello Stato decadeva.[39] Oltre a P. Ent. 55, a P. Tebt. 746 si possono accostare, come già suggerito da F. Uebel (Die Kleruchen Ägyptens unter den ersten sechs Ptolemäern, Berlin 1968, pp. 19-21), due gruppi di papiri coevi (datati tra 245 e 243 a.C.): P. Petr. III 104-106 e P. Lille 30-38, in cui ricorrono di nuovo appezzamenti di terreno confiscati dallo Stato a klerouchoi.[40] Per alcuni esempi di studi che sono riusciti a far emergere queste connessioni indirette tra documentazione papiracea e storia generale del mondo ellenistico, mettendole a frutto per ampliare il bagaglio delle nostre conoscenze, si veda R. Bagnall, Papiri e Storia Antica, trad. it a cura di M. Capasso, Roma 2007, pp. 135-145.[41] Polyb. XV, 24, 2.[42] Welles 30.[43] Callimachi Hymni et epigrammata, Berlino, 1907.[44] Callimachus and Lycophron, The Loeb Classical Library, Londra, 1921.[45] “Interpretation d’une épigramme de Callimaque”, Revue des Études Grecques XXXIV (1921), 266-274.[46] “A Note on two greek epigrams”, Annales du Service des antiquités de l'Egypte XXII (1922), pp. 78-80.[47] C. Ord. Ptol. 5-10.[48] 18 Settembre-15 Ottobre 275 a.C.[49] Pros. Ptol. 13e+add. Probabilmente un agente di Sostratos; forse lo stesso Theon ricorre anche in C. Ord. Ptol. 15, 33.[50] Pros. Ptol. 13a+add. Probabilmente era un ἐπὶ τῶν προσταγμάτνων. Egli ricorre anche in C. Ord. Ptol. 6, 3; 27, 2 (= P. Mich. Zen. 70); P. Mich. Zen. 6, 1.[51] Non è chiaro quale categoria di persone designi l’espressione ἐπὶ τὴν γῆν ἐπιλελεγμένοι. M. Th. Lenger (C. Ord. Ptol. 5-10, p. 15) osserva: “expression... qui doit en tout cas désigner une catégorie de sujets appelés à une fonction nouvelle et dont la nomination a entraîné le déplacement”[52] 18/19 Gennaio-15/16 Febbraio 269 a.C.[53] E. Seidl (SDHI 18 [1952], pp. 337-338) suggerisce di integrare la lacuna di ll. 3-4 nel modo seguente: τοῦ στα[θμοῦ εἰς ὑποθήκ]η[ν τεθέντος, δέονται ἐπὶ] τῶι τοῦ στα[θμοῦ στερεῖσθαι ἀναποκρίτως· ὁ δ]ὲ. Benché l’integrazione sia conforme allo spirito dell’ordinanza, è stata respinta da M. Th. Lenger (C. Ord. Ptol. 5-10, p. 13) perché “difficilement compatible avec l’état du texte: en particulier, les traces de lettres devant τῶι (l. 3) n’encouragent pas à lire ἐπὶ.”[54] 12 Ottobre 276 a.C.[55] Cfr. R. Bagnall, “Some Notes on P. Hibeh 198”, BASP 6 (1969), pp. 73-118.










Lorenzo Fati, cagliese, classe 1983, si è laureato nel 2009 in Filologia e Letterature dell’Antichità presso l’Universita' degli Studi di ROMA "Tor Vergata" con una tesi in papirologia (coordinatore Prof.ssa Maria Rosaria Falivene) dal titolo “Le carte di Patron: quale via per il Fayum?”, con votazione CENTODIECI / CENTODIECI e dichiarazione di lode.
Precedentemente, dopo la Maturità Classica superata brillantemente nel 2002 presso il Liceo Ginnasio Statale “RAFFAELLO” di Urbino, con votazione NOVANTUNO/CENTESIMI, aveva conseguito, nel 2006, la Laurea Triennale in Lettere (indirizzo Storico-Archeologico) presso l’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, con una tesi in papirologia (coordinatore Prof.ssa Maria Rosaria Falivene) dal titolo “Tra Ossirinchite ed Eracleopolite, tra il 258 e il 254 a.C. Le carte di Leodamas e papiri collegati”, con votazione CENTODIECI / CENTODIECI e dichiarazione di lode.
Dal 2007 ha partecipato a vari seminari, congressi, conferenze di papirologia nazionali ed internazionali e viene chiamato a tenere lezioni di papirologia da varie università.





Attività Scientifica

- Partecipazione al V Seminario Papirologico Fiorentino "Papiri tolemaici inediti delle collezioni fiorentine", organizzato da Istituto Papirologico "G. Vitelli", Biblioteca Medicea Laurenziana,Accademia Fiorentina di Papirologia e di Studi sul Mondo Antico (coordinatori Guido Bastianini, Gabriella Messeri, Rosario Pintaudi) e tenutosi a Firenze dal 12 al 22 settembre 2007.
- Partecipazione alla Quarta Edizione della Scuola Estiva di Papirologia, organizzata dal Centro di Studi Papirologici dell'Università del Salento (Direttore Prof. Mario Capasso), tenutasi a Lecce nei giorni 14-19 luglio 2008.
- Partecipazione al 25th International Congress of Papyrology, tenutosi presso la University of Michigan di Ann Arbor dal 29 Luglio al 4 Agosto 2007, con una comunicazione dal titolo “Tholthis, sede dell’ufficio di Leodamas”.
- Partecipazione alla International Conference Achievements and Problems of modern Egyptology, tenutasi a Mosca dal 29 Settembre al 2 Ottobre 2009, con una comunicazione dal titolo “Patron’s papers: which route to Fayum?”.
- Partecipazione al 26e Congrès International de Papirologie, tenutosi presso l’Université de Genève dal 16 al 21 Agosto 2010, con una comunicazione dal titolo “Una sezione d’archivio concernente le attività di sitologoi della meris di Herakleides”.
- Nel Marzo del 2010 ha tenuto una lezione dal titolo “La Composizione dei Cartonnages Umani Rinvenuti a Tebtynis”, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Genova, nell’ambito dei Seminari del corso di Papirologia tenuto dalla Prof.ssa Livia Migliardi, titolare della cattedra di Diritto Romano, e dal Dott. Marco Rolandi.
- Nel Dicembre 2011 ha tenuto una lezione dal titolo “Ritrovamenti papiracei. L’importanza di conoscere il contesto di ritrovamento di un papiro, con qualche esempio”, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Genova, nell’ambito dei Seminari del corso di Papirologia tenuto dalla Prof.ssa Livia Migliardi, titolare della cattedra di Diritto Romano, e dal Dott. Marco Rolandi.

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