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26 novembre 2012 Valentino AMBROSINI

I tesori dell'UNESCO: Milano, da
Santa Maria delle Grazie al
Cenacolo vinciano.


VISITA VIRTUALE A SANTA MARIA DELLE GRAZIE



Valentino AMBROSINI

E' nato a Penne, in Abruzzo, da famiglia numerosa. Ha qui intrapreso i primi studi assecondando le sue inclinazioni artistiche. Negli anni cinquanta si è trasferito a Firenze per proseguire gli studi e qui, guidato da esimi maestri di pittura e di arti figurative, ha avuto modo di esprimere, giovanissimo, eccellenti doti, ponendo il suo nome nel novero dei più valenti artisti contemporanei. Per i suoi meriti artistici è stato accolto nell’Accademia Tiberina e nell’Accademia Latinitati Excolendae di Roma.

Trasferitosi a Cagli nel 1954 per ricoprire la cattedra di “disegno dal vero” presso la Scuola d’Arte Gaetano Lapis, si è subito inserito nel tessuto cittadino, il suo legame con la città è andato via via crescendo ed è stato sempre più forte il suo senso di appartenenza alla comunità. Numerose iniziative culturali e sociali lo hanno visto protagonista: Presidente di Circoscrizione del Comune di Cagli nel 1977, Presidente del Distretto Scolastico n. 5 dal 1978 al 1989, Presidente del Comitato pro-ospedale “A. Celli” dalla fine degli anni novanta, ideatore, con alcuni amici, ed animatore del Circolo culturale “Il Crivello” agli inizi degli anni ottanta, formatore culturale del nucleo AVULS cagliese, collaboratore con le associazioni Caritas e San Vicenzo de Paoli.
Con l’associazione Pro Loco ha contribuito a promuovere un’intesa culturale tra la Fondazione “Canova” di Possagno Veneto e la Biblioteca Antica di Cagli dove sono conservati gli album di viaggio del grande scultore. Ha collaborato alla rinascita dei Giochi Storici, ha sostenuto ed incoraggiato iniziative quali l’Accademia lirica del Teatro e la Rassegna dei Presepi ed è membro dell’illustre Accademia Raffaello di Urbino.

Per questo incessante operare, raccoglie la fiducia ed il consenso delle istituzioni locali quali il Comune, La Comunità Montana ed il Distretto Sanitario.  “Sempre impegnato in difesa della dignità e del rispetto dei diritti umani, senza guardare a differenze di razza, nazionalità e religione”. Con queste motivazioni, unite a una lunga serie di iniziative dalla grande valenza culturale che hanno arricchito negli anni la città di Cagli, è stato attribuito nel 2008 al professor Valentino Ambrosini “il Premio il Cagliese”.

Coordinatore locale dell’UNILIT dal 2002 al 2016, a lui si riconosce il merito di aver condotto l’UNILIT di Cagli ad un livello organizzativo e culturale tale da farla emergere nettamente almeno in ambito provinciale.

“Non siete un pubblico, ma degli amici con i quali continuare a collaborare per riuscire a ottenere risultati sempre più grandi”, ha commentato in varie occasioni Ambrosini ribadendo l’importanza di un’unione di intenti delle associazioni di volontariato per continuare a crescere e migliorarsi.


24 novembre 2011 Valentino AMBROSINI

Percorso delle stampe di Carlo Migani
fino a…Cecilia.
(Leonardo chi?)


(PAGINA IN COSTRUZIONE)






























11 novembre 2010 VALENTINO AMBROSINI

Anna Magnani


È figlia di Marina Magnani, una sarta originaria di Fano, comune della provincia di Pesaro e Urbino e di padre ignoto. In realtà, effettuando delle ricerche, Anna scoprirà le sue radici calabresi e quello che sarebbe dovuto essere il suo cognome, Del Duce; dirà poi, con la sua consueta ironia, di essersi fermata nelle ricerche perché non voleva passare come "la figlia del Duce".
Dopo la nascita della bambina, Marina si trasferisce ad Alessandria d'Egitto e sposa un uomo austriaco molto facoltoso. A lungo si credette che Anna Magnani fosse nata in Egitto, ma solo recentemente la verità è venuta a galla, prima per ammissione della stessa attrice, poi tramite le conferme del figlio. Anna viene allevata dalla nonna materna in una casa abitata dalle cinque zie Dora, Maria, Rina, Olga e Italia. L'unica presenza maschile è quella dello zio Romano.
Marina torna a Roma alla fine della Prima guerra mondiale e iscrive la figlia in un collegio di suore francesi, dove però la bambina rimane solo pochi mesi.
Anna si dedica allora allo studio del pianoforte e porta avanti gli studi fino alla seconda liceo. Nel frattempo si reca ad Alessandria in visita alla madre, ma l'esperienza è molto dolorosa in quanto non riesce a farsi amare completamente da Marina.
Rientrata a Roma, Anna decide di studiare recitazione. Nel gennaio del 1927 inizia a frequentare con Paolo Stoppa la scuola di recitazione Eleonora Duse diretta da Silvio D'Amico - trasformatasi nel 1935 in Accademia Nazionale d'Arte Drammatica - avendo come insegnante Ida Carloni Talli.
Tra il 1929 e il 1932 fa parte della compagnia Vergani-Cimara, diretta da Dario Niccodemi. Recita nell'avanspettacolo di Totò e interpreta il ruolo della verduraia romana in Campo de' Fiori con Aldo Fabrizi.
Nel 1932 Anna e Paolo Stoppa si ritrovano a lavorare insieme nella compagnia di Antonio Gandusio, il quale ben presto si innamora della Magnani e apprezza a tal punto le sue qualità da spingerla a tentare anche la strada del cinema.
Nel 1934 passò alla rivista, accanto ai fratelli De Rege, lavorando poi, a partire dal 1941, in una fortunatissima serie di spettacoli con Totò.
In campo cinematografico il suo debutto è segnato dal film del 1934 La cieca di Sorrento di Nunzio Malasomma, nonostante nel 1928 fosse già apparsa, in un ruolo marginale, nella pellicola Scampolo di Augusto Genina.
Il 3 ottobre 1935 sposa il regista Goffredo Alessandrini.
Dopo numerosi film in cui interpreta parti di cameriera o cantante, riesce ad imporsi per le sue eccezionali doti di interprete spiccatamente drammatica. Ed è Vittorio De Sica nel 1941 ad offrirle per la prima volta la possibilità di costruire un personaggio non secondario, quello di Loretta Prima, artista di varietà, nel film Teresa Venerdì.
Il 23 ottobre 1942 dà alla luce il suo unico figlio, Luca, frutto di una relazione col giovane attore Massimo Serato, il quale l'abbandona non appena lei rimane incinta; l'attrice riuscì ad imporre il proprio cognome al figlio, proprio come la madre Marina fece con lei, uno dei pochissimi casi di genealogia matrilineare che si protrae per addirittura tre generazioni.
Raggiunge la fama mondiale nel 1945 e vince il suo primo Nastro d'Argento grazie all'interpretazione nel film manifesto del Neorealismo, Roma città aperta di Roberto Rossellini, con Aldo Fabrizi e Marcello Pagliero. Nel film Anna Magnani è protagonista di una delle sequenze più celebri della storia del cinema: la corsa dietro un camion tedesco, nel quale è rinchiuso il marito, al termine della quale il suo personaggio (la 'Sora Pina', ispirato alla figura di Teresa Gullace) viene ucciso dai mitra nazisti.
Nel 1947 vince il suo secondo Nastro d'Argento e il premio per la miglior attrice alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia per il film L'onorevole Angelina diretto da Luigi Zampa.
Nel 1948 interpreta il suo ultimo film con Roberto Rossellini, prima della rottura della loro relazione: L'amore, diviso in due atti. Il primo (ispirato al dramma in atto unico di Jean Cocteau La voce umana) è un lungo monologo al telefono di una donna abbandonata dal compagno; il secondo è la storia di una popolana che si accoppia con un giovane Federico Fellini credendolo San Giuseppe: per lei è il terzo Nastro d'Argento.
Nel 1951 interpreta la protagonista del film di Luchino Visconti, sceneggiato da Cesare Zavattini, Bellissima con Walter Chiari, Corrado, Alessandro Blasetti, e vince il suo quarto Nastro d'Argento.
Il quinto ed ultimo Nastro d'Argento le sarà conferito per il film Suor Letizia - Il più grande amore.
Il 21 marzo 1956 è la prima interprete italiana nella storia degli Academy Awards a vincere il Premio Oscar come migliore attrice protagonista, conferitole per l'interpretazione di Serafina Delle Rose nel film La rosa tatuata, del 1955, con Burt Lancaster, per la regia di Daniel Mann. Per lo stesso ruolo, vincerà anche un BAFTA quale attrice internazionale dell'anno e il Golden Globe per la migliore attrice in un film drammatico. La Magnani non presenziò alla cerimonia: l'Oscar venne ritirato da Marisa Pavan, anche lei candidata come migliore attrice non protagonista per lo stesso film, dalle mani di uno dei più grandi attori comici di quegli anni, Jerry Lewis,.
Un altro prestigioso riconoscimento internazionale, miglior attrice al Festival di Berlino, le viene conferito nel 1958 per l'interpretazione del film Selvaggio è il vento di George Cukor. Per lo stesso ruolo, sempre nel 1958, vince anche il suo primo David di Donatello come migliore attrice e verrà nominata per la seconda volta al premio Oscar, che però va a Joanne Woodward per La donna dai tre volti.
Nel 1959 vince il suo secondo David di Donatello per il film Nella città l'inferno con la regia di Renato Castellani, interpretato con l'amica Giulietta Masina: la pellicola è ambientata in un carcere femminile, in cui l'ingenua Lina impara dalla "veterana" Egle i segreti per una vita di successo.
Nel 1962 è la protagonista di Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini, regista con il quale aveva instaurato un rapporto conflittuale. Pasolini, dopo l'esordio del 1961 con Accattone, cercò in ogni modo di lavorare con la grande attrice, ormai sempre più selettiva nello scegliere i ruoli (la sua ultima interpretazione era Risate di gioia al fianco di Totò nel '60); la Magnani accettò, ma entrambi rimasero insoddisfatti dal risultato ottenuto: mentre lei disse: "Pasolini mi ha usata", lui sosteneva che lei era stata "troppo borghese". Comunque, nonostante le loro incomprensioni, che comunque non andarono ad intaccare la stima reciproca, il film ottiene un grande successo di pubblico e di critica, soprattutto in Francia.
Nel 1971 si cimenta con la televisione, fino a quel momento guardata da lei con sospetto. Con la regia di Alfredo Giannetti interpreta un ciclo di tre mini-film intitolato Tre Donne: La Sciantosa, 1943: un incontro e L'automobile. Diverso il discorso per ...Correva l'anno di grazia 1870, sempre per la regia di Giannetti, che viene distribuito nelle sale cinematografiche prima di passare in televisione.
Nel 1972 la sua ultima apparizione cinematografica, nel cameo fortemente voluto da Federico Fellini per il suo film Roma. Di notte una dolente Anna Magnani, attraversa i vicoli di Roma. Risponde a Fellini e, ridendo, chiude il portone davanti alla macchina da presa.
Si spegne a Roma il 26 settembre 1973, all'età di 65 anni, presso la clinica Mater Dei ai Parioli, stroncata da un tumore al pancreas, assistita fino all'ultimo dal figlio Luca e da Rossellini.
Le sue spoglie riposano nel piccolo cimitero di S. Felice Circeo (Latina), nei pressi della sua villa del Circeo che lei amava tantissimo.
Dopo la sua morte, tante le iniziative in Italia e all'estero per ricordare Anna Magnani. Tra le più rilevanti, quella nel 2002 al Museum of Modern Art di New York che le rende omaggio dedicandole una retrospettiva con la proiezione dei 14 film più significativi che l'attrice ha interpretato. Prima di lei poche altre dive del cinema avevano ricevuto un tributo così importante dal MoMA.
Pino Daniele le ha inoltre dedicato la canzone Anna verrà, contenuta nel disco Mascalzone latino del 1989; anche Carmen Consoli ha scritto una canzone, intitolata "Anna Magnani", cantata da Adriano Celentano.
Nell'ottobre 2008 il Centro culturale Altinate/San Gaetano di Padova ha dedicato all'attrice una mostra comprendente oltre 500 fotografie ed altri documenti.
Il 20 maggio 2010 nasce l'Associazione Amici di Anna Magnani con sede presso la Casa della Memoria e della Storia di Roma. L'Associazione è presieduta da Massimo Rendina, Vice Presidente Gian Luigi Rondi, Presidente Onorario Franca Valeri. Il motore, e segretario, dell'Associazione è Matteo Persica (classe 1982) che definisce la Magnani "la sua missione". Scopo dell'Associazione è far conoscere Anna Magnani ai giovani, per non perdere un patrimonio culturale, una figura di artista e di donna unica al mondo.

Riconoscimenti
Premio OscarOscar 1956 per la migliore attrice protagonista (La rosa tatuata)

David di Donatello1958: miglior attrice protagonista (Selvaggio è il vento)
1959: miglior attrice protagonista (Nella città l'inferno)
Le è stato dedicato un cratere di 26 km di diametro sul pianeta Venere.

4 marzo 2010 VALENTINO AMBROSINI

Da Cagli a Napoli, verso il "Ritorno a Barocco"
un'anteprima della visita a Napoli
in programma dal 12 al 14 marzo

"Ritorno al Barocco" è una rassegna che intende raccontare il barocco come passione per la vita, il barocco come passione per l´arte. É un evento che coinvolge Napoli e il territorio circostante attraverso un ricco programma di mostre presentate in sei musei cittadini e varie altre iniziative che includono arte e architettura, musica e teatro.
Con ′ritorno al barocco′ si é non solo inteso evidenziare quanto in termini di nuove conoscenze e di nuovo collezionismo si é determinato in questi ultimi anni, ma anche richiamare l’attenzione sulle inclinazioni, sui comportamenti e sugli aspetti piú radicati, molteplici e caratterizzanti della realtà napoletana in etá barocca, con conseguenze avvertibili successivamente e di recente. La cittá segnata fin dal primo Seicento da contraddizioni e contrasti continui, tra vizi e virtù, miseria e nobiltá, fasti e misfatti, fu da allora, infatti, sempre vissuta o percepita come vasto scenario della umana condizione, quasi un ″gran teatro del mondo″, caratterizzato da un inestricabile intreccio di ′natura e artificio′, di storia e mito, di realtá e fantasia, nel quale protagonisti e comparse si alternano e si confondono in occasioni e situazioni comuni o diverse, tra gioie e dolori, diffusa spensieratezza e profonda riflessione.
Il barocco, quindi, come metafora o, meglio, come manifestazione concreta della condizione di Napoli e dei napoletani, percepita come un continuum esteso, interminabile e infinito di antico e nuovo, di passato e presente, di passioni e paure, di speranze e delusioni, cosí quale apparve ai tanti viaggiatori, italiani e stranieri, che la visitarono dal Sei al Settecento e ancora nel primo Ottocento. Un insieme straordinario, di chiese, palazzi e musei che, al di lá delle tante ombre e delle nuove ′miserie′ nelle quali Napoli sembrerebbe ripiombata in tempi recenti, resta ancora strumento eccezionale per restituirci fantasie ′barocche′, sogni colorati e forte volontà di ripresa.


Palazzo Reale
(si consiglia di aprire un'altra finestra)Architettura, urbanistica e cartografia da Domenico Fontana a Ferdinando Sanfelice
- Dipinti e arredi barocchi nell´Appartamento Storico
- Intorno alla Natività: scene e momenti di realtà familiare
Nella Sala Dorica, in uno dei cortili del Palazzo, saranno esposti carte, disegni e immagini fotografiche, che illustrano "ritratti" cartografici, sviluppi urbanistici, esempi sacri e profani di architettura e apparati effimeri, da Domenico Fontana a Luigi Vanvitelli, da Cosimo Fanzago a Nicolò Tagliacozzi Canale, da Domenico Antonio Vaccaro e Ferdinando Sanfelice a Mario Gioffredo e Ferdinando Fuga.
Negli ambienti dell´Appartamento al "piano nobile" si potranno ammirare, oltre agli arredi, affreschi e tele da Belisario Corenzio a Battistello Caracciolo e Massimo Stanzione, da Andrea Vaccaro a Luca Giordano. Nella Cappella Reale, accanto al grande presepe qui esposto, con 210 figurine di "pastori" del Settecento in gran parte modellate da celebri scultori, come Matteo Bottigliero, Giuseppe Sanmartino, Francesco Celebrano e Angelo Viva, è presentata, per l´occasione, insieme a preziosi oggetti di uso liturgico, una selezione di dipinti (da Massimo Stanzione a Francesco De Mura) su episodi che precedono e accompagnano la natività di Cristo, dall´annuncio a Maria all´adorazione dei pastori, dalla strage degli innocenti alla fuga in Egitto.


Museo Archeologico
(si consiglia di aprire un’altra finestra)
Il palazzo che ospita l'attuale Museo fu iniziato nel 1586 come cavallerizza su commisione di Don Pedro Giron, duca di Ossuna e viceré di Napoli dal 1582 al 1586.
Trasformato alla fine del XVIII secolo dall'architetto Pompeo Schiantarelli in "Real Museo" e "Palazzo dei Vecchi Studi", il nuovo Museo ospitava le collezioni archeologiche provenienti da Ercolano, Pompei e Stabia.
Nel periodo compreso fra il 1863 e il 1875, l'archeologo Giuseppe Fiorelli cominciò la riorganizzazione delle numerose collezioni del Museo, continuata poi dall'archeologo Paolo Orsi, che propose dieci sezioni espositive: 1) plastica (statue e bassorilievi); 2) pitture; 3) epigrafi; 4) vasi; 5) oggetti preziosi; 6) monete e medaglie; 7) terrecotte; 8) "raccolta cumana"; 9) quadri e raccolte d'arte medievale e moderna; 10) papiri.
La proposta di Orsi fu adottata e modificata dallo storico Ettore Pais (direttore del Museo fra il 1901 e il 1904) che, per illustrare la storia dell'arte antica e del ritratto, sistemò le sculture al piano terra dell'edificio, la pittura murale pompeiana ed al piano ammezzato, i "piccoli bronzi" al piano superiore, gli oggetti preziosi e la raccolta numismatica al secondo piano. Il nuovo direttore dal 1910 al 1924, l'archeologo Vittorio Spinazzola, assegnò per la prima volta una sezione autonoma ai mosaici di Pompei ed Ercolano. Allo stesso Spinazzola e al successivo direttore del Museo, l'archeologo Amedeo Maiuri, si deve l'attuale sistemazione delle collezioni.

Capodimonte
(si consiglia di aprire un’altra finestra)
-Storie sacre e profane da Caravaggio a Francesco Solimena 1606-1747-Disegni da raccolte pubbliche e private
Capodimonte è l’epicentro delle varie mostre e iniziative intorno al quale prende forma l’intera manifestazione dedicata al barocco.
A Capodimonte è esposta, cronologicamente e/o per soggetto e per ‘generi’, una selezione di opere dei maggiori protagonisti della pittura tra primo Seicento e metà Settecento, attivi o nel solco del naturalismo caravaggesco (da Battistello Caracciolo a Ribera) o delle tendenze classiciste (da Massimo Stanzione ad Andrea Vaccaro), in chiave barocca (da Mattia Preti e Luca Giordano a Francesco Solimena e Paolo de Matteis) o con soluzioni di raffinato rococò (da Domenico Antonio Vaccaro e Giacomo del Po a Filippo Falciatore e Francesco De Mura o Giuseppe Bonito).Sempre a Capodimonte due sezioni sono riservate ai disegni dei più celebri pittori napoletani di età barocca, appartenenti a raccolte pubbliche della città o provenienti, per lo più inediti o mai esposti a Napoli, da musei e collezioni private italiani e stranieri.
La costruzione del Palazzo Reale di Capodimonte ha avuto inizio nel settembre del 1738, in un’area collinare a Nord della città. Con la nuova residenza di corte, Carlo di Borbone intendeva dare una sistemazione adeguata alla ricca collezione d’arte ereditata dalla madre, Elisabetta Farnese e, allo stesso tempo, utilizzare al meglio la considerevole riserva di caccia collocata in una posizione panoramica di grande suggestione, sul golfo e sulla città sottostante. I lavori, diretti in una prima fase da Giovanni Antonio Medrano e, in seguito, da Antonio Niccolini e Tommaso Giordano, si prolungarono, con fasi alterne, per circa un secolo. L'edificio si sviluppa in senso longitudinale, attraverso la successione in asse di tre vasti cortili porticati e intercomunicanti, aperti verso l'esterno con ampi fornici; i due prospetti presentano rigorose facciate in severo stile dorico e di gusto neocinquecentesco, ritmate da forti membrature in piperno grigio, sapientemente contrastante con il rosso napoletano delle pareti intonacate e dalla successione di ampie finestre al piano nobile e di aperture minori agli altri livelli.
Capodimonte trae origine dalla straordinaria collezione di casa Farnese. A ciò deve la varietà delle sue raccolte che dalla pittura e dalla scultura si estendono ai disegni, alle armi, alle arti decorative con una ricchezza di esemplari di grande raffinatezza, frutto sia del collezionismo farnesiano sia, in seguito, delle corti dei Borbone e dei Savoia. Ulteriori acquisizioni hanno poi integrato ed esteso fino ai nostri giorni le raccolte originarie. Ma, allo stesso tempo, Capodimonte è stata anche una reggia sontuosa, vissuta e abitata con fortuna discontinua tra il Settecento e i primi decenni del Novecento. Nel 1957 Capodimonte è stato aperto al pubblico come Galleria Nazionale dello Stato Italiano. A partire dal settembre 1995, con il riordinamento delle collezioni, Capodimonte ha assunto l’attuale configurazione che valorizza, anche attraverso l‘allestimento, la storia stessa de museo.

La Reggia di Caserta
(si consiglia di aprire un’altra finestra)
L’interesse dei Borboni per Caserta (l'iniziativa fu lanciata da Carlo di Borbone) si colloca in un più ampio progetto di riorganizzazione amministrativa e militare del Regno delle Due Sicilie, infatti Caserta fu concepita inizialmente come una vera e propria capitale, una città della corte, dei ministeri, delle istituzioni di cultura e di giustizia. La collocazione geografica delle città ebbe anche una vitale importanza, che crebbe dopo le vicende dell’agosto del 1742 quando la flotta inglese minacciò di bombardare Napoli, al fine di ottenere dal Regno delle Due Sicilie la neutralità nella guerra per la successione austriaca.
Il luogo prescelto fu un vasto territorio pianeggiante e boscoso alle falde dei monti Tifatini, sulle terre dei Conti di Caserta. La scelta dell’architetto cadde su Luigi Vanvitelli, che lavorava a Roma per conto del papa Benedetto XIV. Gli studi, i disegni le proposte e le discussioni andarono avanti per un anno fino alla posa della prima pietra il 20 gennaio del 1752
La cerimonia della posa della prima pietra, presenti il re la regina Maria Amalia di Sassonia , i ministri e la corte al completo. L'opera venne eseguita molto tempo dopo, nel 1845, dal pittore Gennaro Maldarelli, sulla volta dell asala del trono. Le cronache raccontano che nel quel 20 gennaio 1752 la giornata era soleggiata, ma fredda, a causa di una gelata notturna e che la cerimonia riuscì magnificamente. Dopo i festeggiamenti a Caserta, se ne organizzarono altri a Napoli, per il carnevale; il Vanvitelli, però non seguì la corte, perché impegnato a Caserta nell’organizzazione di un cantiere che occupava, già all’inizio dei lavori, più di 2.000 persone, divenute oltre 3.000 nel 1773, anno della sua morte
I lavori ebbero inizio il 7 ottobre 1759, quando Carlo salpò per la Spagna per essere incoronato Re. Benché egli potesse ricordare con nostalgia il piano della sua Reggia ed auspicare che esso fosse portato a termine, le successive vicende interne della Spagna e la loro implicazione con i conflitti europei non gli consentivano di partecipare come prima al compimento dell’idea casertana.
I lavori proseguirono per circa venti anni sotto la direzione dello stesso Vanvitelli. Nel Marzo del 1773, alla morte del grande architetto, la costruzione, che copre una superficie di 44.000 mq, era in parte terminata, anche se la città e la Reggia rimasero due grandi incompiute, tanto da far scrivere nel 1762 a Vanvitelli: “La fabbrica fa un bell’effetto, ma a che serve ? se ci fosse il Re Cattolico sarebbe molto, ora non è niente”, e più tardi, nel 1767: “La fabbrica di Caserta fa piangere, vederla così bella e così disprezzata”

Montecassino
(si consiglia di aprire un’altra finestra)L’abbazia di Montecassino fu fondata da S. Benedetto verso l’anno 529 sulle vestigia di una preesistente cittadella sacra.

Nella zona corrispondente all’attuale chiostro d’ingresso sorgeva un tempio dedicato ad Apollo, trasformato da Benedetto in oratorio dedicato a S. Martino di Tours; a sud dell’oratorio erano situati i locali della primitiva comunità monastica, mentre sulla cima del monte, dove oggi sorge la basilica abbaziale, si ergeva un’ara sacrificale.

Al suo posto Benedetto edificò un oratorio dedicato a S. Giovanni Battista, dove trovarono sepoltura i corpi dello stesso Santo e della sorella S. Scolastica.

Funeste furono le conseguenze del secondo conflitto mondiale per Montecassino. Fu con la risalita della penisola italiana da parte delle truppe alleate, sbarcate in Sicilia nel luglio 1943, e dirette verso la capitale, e l’organizzazione della resistenza tedesca lungo la linea Gustav (che passava proprio sul territorio della città di Cassino) che gli eventi bellici si strinsero più d’appresso alle mura dell’abbazia.

Nell’ottobre di quell’anno lasciarono Montecassino i beni più preziosi: le reliquie, i codici e le pergamene dell’archivio, la biblioteca, i quadri. Furono il tenente colonnello Schlegel e il capitano Becker ad occuparsi del trasporto.

Di fronte alla resistenza delle forze tedesche, gli alleati si concentrarono a ridosso della città di Cassino, con la conseguenza che l’abbazia e la città si trovarono in un punto strategico essenziale per la difesa tedesca.

Alle 9,45 del 15 Febbraio 1944 gli alleati aprirono il fuoco contro queste venerabili mura: il bombardamento proseguì fino alle 15,45. Montecassino non era che un cumulo di macerie: solo per una serie di provvidenziali coincidenze l’abate Gregorio Diamare ed i pochi monaci rimasti poterono salvarsi.

I monaci, sfollati a Roma, non si persero d’animo. Già ai primi di luglio di quell’anno un gruppo di monaci fece ritorno alle rovine del monastero e il 16 febbraio 1945 il ministro dei Lavori Pubblici nominò una Commissione per la ricostruzione dell’abbazia.

Intanto il 6 settembre 1945 moriva il venerando abate Gregorio Diamare a cui succedeva il 21 novembre 1945 l’abate Ildefonso Rea, che prese possesso di Montecassino l’8 dicembre seguente. La ciclopica opera di ricostruzione, attuata secondo il principio “dove era, come era” divenne il simbolo della ricostruzione italiana. Montecassino conobbe così una nuova fioritura artistica.

La cella di S. Benedetto, la cappella dei Ss. Monaci e la cappella delle reliquie furono affrescate da Agostino Pegrassi, Pietro Canonica scolpì le porte laterali della basilica, donate dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Attilio Selva scolpì il gruppo bronzeo del chiostro d’ingresso, donato dal Cancelliere di Germania Konrad Adenauer, il paliotto d’argento dell’altare e altre opere conservate all’abbazia. Pietro Annigoni affrescò la controfacciata della basilica, la cupola con i pennacchi.

Alle cappelle laterali lavorarono, oltre allo stesso Annigoni, l’americano Ben Long, Dante Ricci, Silvestro Pistolesi, mentre la volta del coro venne affrescata da Romano Stefanelli.
Il 24 ottobre 1964 papa Paolo VI consacrava la Basilica della risorta abbazia, proclamando S. Benedetto patrono principale di tutta l’Europa.

11 dicembre 2008 VALENTINO AMBROSINI

GIOVANNI BELLINI
ALLE SCUDERIE DEL QUIRINALE


Sessanta opere alle Scuderie del Quirinale per riscoprire Giovanni Bellini, e proporre una nuova chiave di lettura che individua nell’artista veneto il personaggio cardine di un rinnovamento stilistico che renderà celebre e inconfondibile l’arte lagunare.



Le pagine più belle della letteratura artistica dedicata a Giovanni Bellini le scrisse lo storico dell’arte Roberto Longhi mentre risale al 1949 l’ultima sostanziosa monografica di prestigio dedicata al Maestro. “Prima bizantino e gotico, poi mantegnesco e padovano, poi sulle tracce di Piero e di Antonello, in ultimo fin giorgionesco”, così lo definiva il Longhi nel suo Viatico. L’esordio di Giovanni Bellini, detto il Giambellino, era avvenuto, secondo le più accreditate interpretazioni critiche, dapprima in chiave tardo gotica per poi risentire degli influssi del cognato Mantegna inequivocabilmente presenti, secondo la storiografia artistica, nell’Orazione nell’orto della londinese National Gallery. Un cambiamento di stile lo avrebbe avvicinato, da ultimo, a quella sintesi di luce, forma e colore che risentirebbe, secondo molti critici, delle contaminazioni pierfrancescane e che si sarebbe palesata nella Pala Pesaro, opera della maturità.


Di Mantegna riprese il plasticismo, da Piero Della Francesca avrebbe assorbito la concezione dello spazio e da Antonello da Messina assimilò il volume e il naturalismo delle forme. Questo è quanto la storia dell’arte ci ha trasmesso fino ad oggi.
Con questa mostra queste valutazioni vengono riviste. L’esposizione, frutto finale di indagini scientifiche, intende mettere in luce la vera peculiarità del maestro veneziano rispetto agli illustri colleghi, soprattutto nel rapporto tra Bellini e Piero della Francesca, proponendo inoltre anche una revisione dell’intera cronologia e delle opere, dal momento che i curatori tendono a posticipare la data di nascita dal 1425 al 1440. Giovanni Bellini è considerato, a giusto titolo, una stella polare della storia dell’arte italiana poiché attraverso il suo stile inconfondibile fatto di naturalismo, luce forma e colore è riuscito a compiere una sintesi dello stile pittorico dell’arte del Quattrocento italiano. Ma queste preziose contaminazioni le elaborò a modo suo, reinterpretandole, sganciandosi e aprendo la strada a quel tonalismo tipico della pittura veneta. Giovanni Bellini è dunque il personaggio di spicco di quell’originale rinnovamento che ha investito la Venezia del suo tempo e che lo ha reso, senza ombra di dubbio, il più importante esponente della pittura veneta.

RAFFAELLO SANZIO
IL RESTAURO DELLA MADONNA DEL CARDELLINO
La Madonna del cardellino fu dipinta a Firenze dal giovane Raffaello per le nozze di Lorenzo Nasi intorno al 1506. Si tratta di uno straordinario capolavoro della storia dell’arte italiana particolarmente “sfortunato”, perché appena quarant’anni dopo la sua creazione venne coinvolto, come testimoniato dal racconto di Giorgio Vasari, nel crollo del palazzo in cui era conservato (1548). L’incidente portò l’opera a spaccarsi in più parti, che furono poi rimontate in un antico restauro, mentre due inserti nuovi vennero messi a colmare due mancanze. La sua storia conservativa da allora è stata caratterizzata costantemente da una sovrammissione di materiali, tesa per lo più a nascondere gli antichi guasti. Per accordare infatti alla pittura raffaellesca le integrazioni frutto dell’antico restauro (attribuite da Carlo Gamba a Ridolfo del Ghirlandaio), la tavola è stata via via patinata e verniciata, con l’aggiunta di materiali sempre nuovi, senza che mai fosse eseguita una pulitura.


prima del recente restauro


Il delicato e difficile intervento di restauro sulla Madonna del Cardellino di Raffaello, compiuto oggi dall’Opificio delle Pietre Dure, è stato supportato da una lunga fase iniziale di studio e da continue indagini scientifiche volte a chiarire quali fossero i materiali pittorici usati da Raffaello, quali da Ridolfo del Ghirlandaio, che verosimilmente ha restaurato l’opera gravemente danneggiata nel 1547, e le stratificazioni degli interventi successivi. La consistente massa di questi materiali nel tempo si è alterata al punto da nascondere completamente la policromia raffaellesca.
durante il restauro
La lunga e delicata fase di pulitura ha consentito il recupero della policromia raffaellesca ancora protetta dalla verniciatura stesa dall’artista. Anche il supporto ligneo è stato oggetto di un intervento di risanamento volto al consolidamento delle fratture che nel tempo si erano riaperte e al parziale miglioramento dell’andamento della superficie, segnata da una serie di deformazioni. La stuccatura delle lacune, il trattamento della superficie e la reintegrazione pittorica, hanno permesso di coniugare il miglioramento strutturale a quello di una corretta fruizione dei valori espressivi del dipinto.
dopo il restauro


La domanda sorge spontanea - si chiede Roberta Scatena su TuttoFlaminia n° 234 del 13 Giugno 2008 - è il ponte medievale di Apecchio quello che appare nel paesaggio della Madonna del Cardellino?


Analizzando attentamente l´opera di eccezionale raffinatezza, sul lato sinistro del paesaggio si puo´ notare un ponte nel quale si riscontrano analogie con quello medievale di Apecchio, dove tuttora scorre il fiume Biscubio. L´arcata del ponte, confrontandola con la foto scattata da un´altra angolazione, e´ leggermente diversa, inoltre dobbiamo ricordare che l´opera e´ stata restaurata in seguito al crollo di casa Nasi, quindi potrebbe aver subito dei piccoli cambiamenti rispetto all´originale. Con i mezzi di cui disponiamo oggi basterebbe sottoporla ad uno scrupoloso e approfondito esame radiologico. Che Raffaello si sia ispirato a luoghi poco lontani da Urbino non e´ da escludere.

A tutti gli studiosi delle opere d´arte lancio un appello affinche´ si possa far luce su questa mia ipotesi che non trovo del tutto infondata.
Nell´opera appaiono altri due indizi. Quali secondo voi?
Attendo una risposta.

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