11 dicembre 2008 VALENTINO AMBROSINI

GIOVANNI BELLINI
ALLE SCUDERIE DEL QUIRINALE


Sessanta opere alle Scuderie del Quirinale per riscoprire Giovanni Bellini, e proporre una nuova chiave di lettura che individua nell’artista veneto il personaggio cardine di un rinnovamento stilistico che renderà celebre e inconfondibile l’arte lagunare.



Le pagine più belle della letteratura artistica dedicata a Giovanni Bellini le scrisse lo storico dell’arte Roberto Longhi mentre risale al 1949 l’ultima sostanziosa monografica di prestigio dedicata al Maestro. “Prima bizantino e gotico, poi mantegnesco e padovano, poi sulle tracce di Piero e di Antonello, in ultimo fin giorgionesco”, così lo definiva il Longhi nel suo Viatico. L’esordio di Giovanni Bellini, detto il Giambellino, era avvenuto, secondo le più accreditate interpretazioni critiche, dapprima in chiave tardo gotica per poi risentire degli influssi del cognato Mantegna inequivocabilmente presenti, secondo la storiografia artistica, nell’Orazione nell’orto della londinese National Gallery. Un cambiamento di stile lo avrebbe avvicinato, da ultimo, a quella sintesi di luce, forma e colore che risentirebbe, secondo molti critici, delle contaminazioni pierfrancescane e che si sarebbe palesata nella Pala Pesaro, opera della maturità.


Di Mantegna riprese il plasticismo, da Piero Della Francesca avrebbe assorbito la concezione dello spazio e da Antonello da Messina assimilò il volume e il naturalismo delle forme. Questo è quanto la storia dell’arte ci ha trasmesso fino ad oggi.
Con questa mostra queste valutazioni vengono riviste. L’esposizione, frutto finale di indagini scientifiche, intende mettere in luce la vera peculiarità del maestro veneziano rispetto agli illustri colleghi, soprattutto nel rapporto tra Bellini e Piero della Francesca, proponendo inoltre anche una revisione dell’intera cronologia e delle opere, dal momento che i curatori tendono a posticipare la data di nascita dal 1425 al 1440. Giovanni Bellini è considerato, a giusto titolo, una stella polare della storia dell’arte italiana poiché attraverso il suo stile inconfondibile fatto di naturalismo, luce forma e colore è riuscito a compiere una sintesi dello stile pittorico dell’arte del Quattrocento italiano. Ma queste preziose contaminazioni le elaborò a modo suo, reinterpretandole, sganciandosi e aprendo la strada a quel tonalismo tipico della pittura veneta. Giovanni Bellini è dunque il personaggio di spicco di quell’originale rinnovamento che ha investito la Venezia del suo tempo e che lo ha reso, senza ombra di dubbio, il più importante esponente della pittura veneta.

RAFFAELLO SANZIO
IL RESTAURO DELLA MADONNA DEL CARDELLINO
La Madonna del cardellino fu dipinta a Firenze dal giovane Raffaello per le nozze di Lorenzo Nasi intorno al 1506. Si tratta di uno straordinario capolavoro della storia dell’arte italiana particolarmente “sfortunato”, perché appena quarant’anni dopo la sua creazione venne coinvolto, come testimoniato dal racconto di Giorgio Vasari, nel crollo del palazzo in cui era conservato (1548). L’incidente portò l’opera a spaccarsi in più parti, che furono poi rimontate in un antico restauro, mentre due inserti nuovi vennero messi a colmare due mancanze. La sua storia conservativa da allora è stata caratterizzata costantemente da una sovrammissione di materiali, tesa per lo più a nascondere gli antichi guasti. Per accordare infatti alla pittura raffaellesca le integrazioni frutto dell’antico restauro (attribuite da Carlo Gamba a Ridolfo del Ghirlandaio), la tavola è stata via via patinata e verniciata, con l’aggiunta di materiali sempre nuovi, senza che mai fosse eseguita una pulitura.


prima del recente restauro


Il delicato e difficile intervento di restauro sulla Madonna del Cardellino di Raffaello, compiuto oggi dall’Opificio delle Pietre Dure, è stato supportato da una lunga fase iniziale di studio e da continue indagini scientifiche volte a chiarire quali fossero i materiali pittorici usati da Raffaello, quali da Ridolfo del Ghirlandaio, che verosimilmente ha restaurato l’opera gravemente danneggiata nel 1547, e le stratificazioni degli interventi successivi. La consistente massa di questi materiali nel tempo si è alterata al punto da nascondere completamente la policromia raffaellesca.
durante il restauro
La lunga e delicata fase di pulitura ha consentito il recupero della policromia raffaellesca ancora protetta dalla verniciatura stesa dall’artista. Anche il supporto ligneo è stato oggetto di un intervento di risanamento volto al consolidamento delle fratture che nel tempo si erano riaperte e al parziale miglioramento dell’andamento della superficie, segnata da una serie di deformazioni. La stuccatura delle lacune, il trattamento della superficie e la reintegrazione pittorica, hanno permesso di coniugare il miglioramento strutturale a quello di una corretta fruizione dei valori espressivi del dipinto.
dopo il restauro


La domanda sorge spontanea - si chiede Roberta Scatena su TuttoFlaminia n° 234 del 13 Giugno 2008 - è il ponte medievale di Apecchio quello che appare nel paesaggio della Madonna del Cardellino?


Analizzando attentamente l´opera di eccezionale raffinatezza, sul lato sinistro del paesaggio si puo´ notare un ponte nel quale si riscontrano analogie con quello medievale di Apecchio, dove tuttora scorre il fiume Biscubio. L´arcata del ponte, confrontandola con la foto scattata da un´altra angolazione, e´ leggermente diversa, inoltre dobbiamo ricordare che l´opera e´ stata restaurata in seguito al crollo di casa Nasi, quindi potrebbe aver subito dei piccoli cambiamenti rispetto all´originale. Con i mezzi di cui disponiamo oggi basterebbe sottoporla ad uno scrupoloso e approfondito esame radiologico. Che Raffaello si sia ispirato a luoghi poco lontani da Urbino non e´ da escludere.

A tutti gli studiosi delle opere d´arte lancio un appello affinche´ si possa far luce su questa mia ipotesi che non trovo del tutto infondata.
Nell´opera appaiono altri due indizi. Quali secondo voi?
Attendo una risposta.

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