Visualizzazione post con etichetta CALCAGNINI GILBERTO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta CALCAGNINI GILBERTO. Mostra tutti i post

Influssi ed echi letterari nella musica romantica.


Lontana da me l’intenzione di volermi spacciare per cattedratico, incomincerò, tuttavia, l’odierna conversazione sul tema “Influssi ed echi letterari nella musica romantica”, col richiamare alla vostra attenzione alcuni concetti che è bene tenere presenti quando si parla di quel complesso movimento spirituale e culturale, causa di profondi mutamenti nelle lettere, nelle arti, nel pensiero, nella politica e nel costume europeo dell’epoca a cavallo fra Settecento e Ottocento, che va sotto il nome di Romanticismo.
Sorto sul finire del Settecento in Inghilterra e, con più matura consapevolezza, in Germania, dove si legò alla filosofia dell’Idealismo, il Romanticismo si estese progressivamente in tutta Europa.
Il nome del movimento deriva dall’aggettivo romantic, che appare per la prima volta in Inghilterra sul finire del Seicento, e in connessione con la parola romance, che originariamente equivaleva a francese antico e, in seguito, a narrazione poetica in versi, assumerà via via il significato di «cosa fantastica, irreale, simile a quelle che avvengono nei romanzi» e, quindi, servì a definire sia una disposizione d’animo fantasioso e sentimentale, sia i paesaggi solitari e pittoreschi che la stimolavano.
Il Romanticismo fu preparato da quel mutamento progressivo della sensibilità e del gusto, verificatosi nell’ambito stesso dell’Illuminismo e del Sensismo, che prese il nome di Preromanticismo.
A questa corrente appartengono, con minore o maggiore evidenza, il francese Jean-Jacques Rousseau, il movimento germanico dello Sturm und Drang (tempesta e impeto - espressione di un individualismo esasperato e fremente), lo scozzese James Macpherson e il nostro Vittorio Alfieri.
 Contemporaneo e lettore di due fra i piú importanti rappresentanti dello Sturm und Drang, Friedrich Schiller e Wolfgang Goethe, fu Ludwig van Beethoven[1], un musicista che incarna la nuova figura del compositore moderno 

Con lui l'espressione dell'interiorità dell'artista e delle sue dolorose vicende esistenziali viene in primo piano.
Inoltre, con il suo lavoro, la nuova coscienza storica e morale che aderisce ai grandi ideali di libertà e giustizia emersi dalla Rivoluzione francese, investe la creazione musicale.
L’inno alla gioia di Schiller nella Nona sinfonia in re minore op. 125, la Terza sinfonia in mi bemolle maggiore op. 55 Eroica, l’opera Fidelio, l’ouverture Coriolano e le musiche di scena per il dramma storico Egmont di Goethe, sono alcuni esempi di questa sua coscienza storica e morale.
 Oggi vi parlerò di Egmont che Beethoven fu indotto a comporre, oltre che dalla sua sconfinata ammirazione per Goethe, dal soggetto del dramma che esalta l’eroismo per la libertà e il sacrificio per l’amor di patria e (siamo all’epoca della riforma protestante) per la libertà di religione.
In particolare si narra la vicenda della decapitazione di Lamoraal Egmont principe di Gheldria, avvenuta a Bruxelles il 5 giugno 1568, per ordine del plenipotenziario dell’imperatore Filippo II, il duca di Alba, soprannominato dai protestanti olandesi Duca di Ferro, e addirittura macellaio delle Fiandre, a causa della brutalità esercitata durante le operazioni militari condotte dagli occupanti spagnoli contro i protestanti fiamminghi.
Le gesta di Egmont divennero parte del folclore olandese e inglese, andando ad alimentare, sul suo conto, una sorta di leggenda.
Leggenda che Beethoven doveva conoscere per averla appresa dal nonno paterno, dal quale aveva preso il nome, Ludwig discendente da una famiglia fiamminga di contadini ed umili lavoratori, originaria del Brabante.
La particella «van» non ha dunque origini nobiliari ed il cognome «Beethoven» deriva con ogni probabilità dalla regione olandese della Batavia (Betuwe) situata nella Provincia di Gheldria.
L’Egmont eseguito per la prima volta il 15 giugno 1810, è un tipico esempio del sistema dualista di Beethoven, cioè due temi fondamentali in contrasto: quello dell’amore per la vita, per la patria e per la famiglia e quello del senso eroico che porta a superare ogni egoismo e non fa temere la morte.
Si dovrebbe ascoltare ora, nella interpretazione dei Berliner Philharmoniker diretti dal maestro Claudio Abbado, l’Ouverture in fa minore da Egmont op. 84 a partire dal momento in cui, dopo i temi iniziali, erompe un nuovo tema improvviso, veloce, agitato e carico di tensione, che sembra richiamare la fatidica atmosfera del primo movimento della Quinta Sinfonia in do minore op. 77 la cosiddetta Sinfonia del destino.
Si stabilisce quindi una sorta di contrapposizione fra i suoni pastorali e quelli guerreschi del trionfo in battaglia, che costituiscono il rivoluzionario omaggio di Beethoven al trionfo del bene.


Ed ora passiamo a Franz Schubert [2]un compositore che Robert Schumann ha definito «un primogenito di Beethoven», ipotesi non impossibile se si considera che fra i due correvano ventisette anni di differenza: Beethoven è nato nel 1770 e Schubert nel 1797.
Ma gli storici della musica ci assicurano che il rapporto fra i due è stato unilaterale, nel senso che Schubert ebbe notizie di Beethoven e non viceversa.
All’incirca dall’anno 1816 e fino al 1827, l’anno in cui muore Beethoven, e al 1828 in cui scompare Schubert, i due maestri sono anche due contemporanei, entrambi attivi, per di piú a pochi metri di distanza nella stessa città di Vienna.   
Dai classici, Mozart e Beethoven, Schubert prese la volontà costruttiva tesa a elaborare nei minimi particolari l'idea creativa dell'opera.
Romantica è invece la sostanza originaria delle sue idee musicali che sembrano provenire quasi tutte dal mondo cangiante e sconfinato dei suoni della natura.
Si direbbe che i suoi pensieri scaturiscano dalla fonte primitiva del suono e della melodia, ma in realtà sono il frutto della sua inesauribile ricchezza di sentimento e di fantasia, di tono e colore, della sua sublime arte nel realizzare magiche modulazioni che ci rivelano profondità dell'anima mai prima esplorate.
Oltre la Sinfonia n. 8, in si minore, D. 759 - comunemente nota come Incompiuta - canto di dolore dalle profondità imperscrutabili, appartengono alla produzione di questo grande compositore altre otto sinfonie e una copiosa produzione di musica strumentale e sacra.
La gloria peculiare di Franz Schubert è tuttavia il Lied, cioè quel particolare genere poetico musicale di origine popolare che, a partire dalla fine del Settecento, ha stretto un vincolo indissolubile con la musica romantica tedesca.
I Lieder di Schubert sono infinitamente vari: lunghi, brevi, lirici e drammatici, semplici e complessi, strofici e durkcomponiert: parola praticamente intraducibile: letteralmente “comporre sopra", cioè con la melodia che segue la poesia dal principio alla fine, in un'unica continuità drammatica o lirica.
L'essenza del Lied di Schubert è la stessa della poesia lirica: rendere al massimo l'espressione del sentimento in un breve spazio di tempo.
Sui quasi settecento Lieder composti da Schubert, circa settanta sono su testo di Johann Wolfgang von Goethe (Francoforte sul Meno 1749 – Weimar 1832).
Non poteva, infatti, un compositore “classico romantico” come Schubert ignorare la presenza di Goethe, figura predominante di tutta la letteratura tedesca, addirittura un simbolo di una civiltà letteraria, a cavallo fra Settecento e Ottocento, che avrebbe finito col dare una parabola emblematica del Romanticismo - specie germanico, al quale Goethe volle tuttavia dichiararsi estraneo - con la sua opera maestra, il Faust, la cui stesura lo impegnò per circa 58 anni, dal 1773 al 1831.
E le liriche di Goethe, con la loro profondità, originalità e sensualità, furono predilette da Schubert, a cominciare da Gretchen am Spinnrade (Margherita all’arcolaio), composta il 19 ottobre 1814, quando il compositore aveva poco più di diciassette anni.
Qui il giovane Schubert dà l’esemplare rappresentazione musicale di un'azione che è nello stesso tempo lo specchio rivelatore di processi intimi dell'anima.
Margherita, la protagonista femminile del cosiddetto Urfaust (in pratica, la prima parte del Faust), è una donna sconvolta dal peccato e, a momenti, dal ricordo della felicità goduta cedendo alla corte di Faust.
Nel girare dell'arcolaio, cui gli impulsi ritmici della parte pianistica imprimono slancio nel suo moto perpetuo e ronzante, la reminiscenza del fatale incontro con Faust prende corpo, si sofferma, dopo il crescere dell'ansia, sul suo bacio (“sein Kuss”) e poi ricade nel desolato sospiro dell'inizio“Meine Ruh ist hin” (La mia pace è perduta).
Il diciassettenne Schubert coglie il tratto tremendo dell'abbraccio goethiano, la natura animale del maschio che carpisce la verginità e nell'atto stesso annienta la preda.
L'unione fra poesia e musica si compie nella descrizione di questo sacrificio che dovremmo ascoltare dalla voce del mezzosoprano Angelika Kircschlager accompagnata dal pianista Melvyn Tan:

Questa che abbiamo appena ascoltato è l'opera che ha dischiuso a Schubert la strada maestra della composizione liederistica.
Da qui in avanti egli dispiegò la sua miracolosa inventiva e, come scrisse il drammaturgo austriaco Franz Grillparzer: «Ordinò alla Poesia di cantare e alla musica di parlare».
Lasciamo ora la Germania e trasferiamoci in Scozia per fare la conoscenza di un autore di canti popolari scozzesi, il romanziere Sir Walter Scott[3] che, nel 1802, dava alle stampe le sue Poesie del confine scozzese, anche se sarebbe poi diventato, piú giustamente, famoso come iniziatore del genere del romanzo storico in cui, secondo il gusto romantico, rievoca il mondo antico in racconti avvincenti nella trama e pieni di elementi pittoreschi e patetici.
I romanzi di Walter Scott ebbero vasta diffusione in Italia (influenzarono anche il Manzoni); ma pochi, forse, sanno che essi devono gran parte della loro iniziale popolarità ad un'opera di Gioachino Rossini[4]


La donna del lago (rappresentata a Napoli nel 1819) il cui libretto deriva, appunto, dall'omonimo poema narrativo di Walter Scott, pubblicato nove anni prima e giunto occasionalmente a Napoli in una traduzione francese.
Fatto sta che Rossini si innamorò del soggetto al punto da far suo quel clima di leggenda nordica e di poesia ossianica[5], dove l'amore del re Giacomo V (sotto le vesti di Uberto), di Malcom e Rodrigo per Elena (la donna del lago), come puro incanto dell'anima, ravvivato da vibrazioni di passioni romantiche e da conflitti con il dovere di patria, si sposa al sentimento epico (la lotta dei ribelli scozzesi del clan di Douglas, il padre di Elena, contro il re Giacomo V) nel nuovo fascino di baluginanti atmosfere preromantiche che conquistarono l'ammirazione di Giacomo Leopardi, il quale nel 1823 scriveva da Roma:
«Abbiamo in Argentina (il teatro) La donna del lago, la qual musica è una cosa stupenda, e potrei piangere ancor io, se il dono delle lacrime non mi fosse stato sospeso».
Da La donna del lago che dovremmo ascoltare ora la gentile, affettuosa, cullante barcarola di Elena "Oh mattutini albori" in cui, come scrive Riccardo Bacchelli, sorge «coll'estasi della luce sull'acque e fra i monti, l'affanno delicato di un amore contrastato, che sogna e si lamenta nel suo segreto».
Canta il soprano June Anderson con l’orchestra della Scala diretta da Riccardo Muti.

Il linguaggio della felicità, che ad un primo ascolto sembra voler parlarci la musica di Rossini, non consente che la vicenda de La donna del lago finisca, come logica vorrebbe, in modo drammatico.
La soluzione del lieto fine, propiziata dal tradizionale intervento del “deus ex machina”, sembra cogliere di sorpresa, piú che lo smaliziato spettatore, la protagonista, Elena, che nel rondò conclusivo esprimerà la propria gioia in un'ebbrezza di canto che è stordimento dell'anima, al limite della follia.
Quella follia che aveva appena alitato nelle romantiche aure de La donna del lago di Rossini, soffia, sospinta da uno sconvolgente vento di passioni, nei castelli scozzesi di Ravenswood e Wolferag, dove si svolge la patetica vicenda di Lucia di Lammermoor, la protagonista dell'omonima opera di Gaetano Donizetti[6] su libretto di Salvatore Cammarano tratto anch'esso da un lavoro di Walter Scott (The Bride of Lammermoor), rappresentata per la prima volta al San Carlo di Napoli il 26 settembre 1835.


In quest'opera Donizetti offre al teatro melodrammatico l'esemplare idealizzazione romantica del fatale tòpos "amore e morte".
Qui le passioni si agitano e infuriano in commossa, equilibrata eloquenza drammatica e il sentimento d'amore sa elevarsi, per virtú poetica, in una zona di castità luminosa e sgomenta.
Nella cavatina "Regnava nel silenzio", che ora andrebbe ascoltata , la protagonista (il soprano Johan Sutherland), in attesa di incontrare l'amato Edgardo, racconta alla confidente, Alisa, di aver visto nella fontana lì accanto, nel giardino di Ravenswood, l'ombra di una castellana uccisa tempo addietro in una oscura vicenda d'amore e di sangue.
L'ombra sembrava chiamarla a sé, ma poi, come recitano i versi del librettista Cammarano, «ratta si dileguò e l'onda pria si limpida di sangue rosseggiò».
Il triste presagio non distoglie tuttavia Lucia dal fatale amore per il nemico della propria famiglia, Edgardo.
La forza di quel sentimento la colloca al di sopra di ogni logica umana, in una sfera ignara di ostacoli, simboleggiata musicalmente nella cabaletta "quando rapito in estasi" che conclude la scena.

I contenuti, le occasioni letterarie che, attraverso la scoperta di strati finora inesplorati del sentimento, faceva sgorgare nei compositori romantici la naturale vena d'invenzione melodica il cui slancio lirico riassorbiva, in una superiore catarsi artistica, gli elementi piú scopertamente passionali della vicenda drammatica, rimangono invece al loro stato iniziale, cioè di dualismo fra contenuto e forma, nell'opera di Hector Berlioz[7]


Tale almeno è l'opinione della maggior parte dei musicologi moderni, che io personalmente accolgo perché offre una spiegazione logica del disagio, del senso d’insoddisfazione, del sottile malessere che si prova all'ascolto della musica del compositore francese, pur nell'ammirata commozione suscitata dallo smagliante timbro e dal sorprendente gioco dei volumi fonici che la caratterizzano.
Nella predetta impostazione critica il presunto Romanticismo di Berlioz sarebbe un luogo comune che, come scrive Fedele D'Amico, s’inserisce in «un'immagine del Romanticismo desunta da alcuni aspetti del romanticismo letterario, [cioè] l'amore per il macabro, per il grottesco, per il gesto magniloquente, per le pose byroniane e gli atteggiamenti esibizionistici».
In effetti, Berlioz fu soprattutto un maestro della strumentazione (eguagliato, ottant’anni dopo, da Richard Strauss) e del colore orchestrale, subordinando ogni altro mezzo musicale a questo effetto e lasciandosi interamente guidare ad esso dalla propria immaginazione, come nella Sinfonia fantastica op. 14, il cui programma (una specie di sinopia, scritta dallo stesso autore per la prima trionfale esecuzione del 5 dicembre 1830) narra la storia - chiaramente ispirata dai romanzi di François René de Chateaubriand[8] - di un giovane artista travolto dalla cosiddetta "vague des passions" (“onda delle passioni”), rivissuta in una serie di cinque visioni di un fumatore di oppio: ora appassionate, ora elegiache, ora grottesche.
Dalla Sinfonia fantastica op. 14, dovremmo ascoltare, dall’orchestra della RAI di Torino diretta da Sergio Celibidache, il frammento finale della quinta visione: “Sogno di una notte di Sabba”.


Di un altro sogno musicale, questa volta a sfondo fiabesco, è autore il compositore, direttore d'orchestra, pianista e organista tedesco, Felix Mendelssohn Bartholdy [9].
Nato da un'aristocratica famiglia di origine ebraica, Felix visse l'infanzia nell'ambiente intellettuale della metropoli berlinese.
Nei primi anni di vita Felix ricevette l'istruzione direttamente dai genitori: francese e aritmetica dal padre; tedesco, letteratura, belle arti e pianoforte dalla madre.
Ben presto rivelò la sua disposizione per la musica; all'età di nove anni prese parte al suo primo concerto, una esibizione di musica da camera, suonando in modo impeccabile il difficile Concerto militare di Jan Ladislav Dussek.
Si rivelò ben presto un compositore prolifico; all'età di tredici anni aveva già al suo attivo uno svariato numero di operette, musica da camera e pianistica e, a quattordici anni, le sue prime dodici sinfonie per archi.
Nel 1826, all’età di diciassette anni, compose l'Ouverture op. 21, ripresa nel 1843, su commissione del re di Prussia Federico Guglielmo IV, e completata nelle Musiche di scena op. 61 per il Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare.
L’ouverture termina con la celeberrima Marcia nuziale, diventata la colonna sonora preferita nei riti matrimoniali, che oggi vi farò vedere nella versione coreografica di George Balanchine, rappresentata per la prima volta dal New York City Ballet il 17 gennaio1962, qui ripresa dalla registrazione di un allestimento messo in scena (nel periodo maggio – giugno 2003) al Teatro Arcimboldi di Milano dai complessi scaligeri diretti da Nir Kabaretti.


Coetaneo di Felix Mendelssohn, il polacco Fryderyk Chopin[10].
Dalla natia Varsavia, approdò, nel 1830 a Parigi; la Parigi di Rossini, Berlioz, Paganini e Liszt, in cui si affermò come pianista e compositore.
Chopin è infatti l'unico compositore nella storia della musica la cui figura possa essere studiata per intero attraverso la sua produzione per pianoforte, tanto da giustificare chi afferma che la sua musica è la “voce del pianoforte”.
L'impressione fondamentale che si ricava dall'ascolto della sua musica è che Chopin usi la tastiera per creare nuove armonie, aggregazioni di suoni simili a macchie in cui le tradizionali regole della tonalità non siano però del tutto abolite, ma sospese.
Di qui l'innesco, nei confronti di questa musica, di un processo inverso a quello verificatosi per l'opera di altri compositori romantici: cioè la ricerca di ispirazioni letterarie che permettessero di spiegare - come afferma il maestro Piero Rattalino - in termini extra-musicali le sue strane combinazioni di suoni che uscivano dal contemporaneo concetto di musica.
E si costruirono cosí poemi di morte sulla Sonata in si bemolle minore op. 35 (quella della famosa “marcia funebre”), storie di streghe e coboldi (o gnomi) sullo Scherzo n. 3 in do diesis minore op. 39; fu tirata in ballo la caduta di Varsavia, assediata dai russi nel settembre 1831, per lo Studio n. 12 in do minore op. 10, oppure si invocò la tristezza d'amore per l'altro Studio n. 3 in mi maggiore (sempre dall’op.10)...
Si volle udire il suono di campane stonate in una landa polacca nel Notturno n. 2 in mi bemolle maggiore, o il rumore cadenzato di una goccia d'acqua sul tetto della Certosa di Valldemossa, nell'isola di Maiorca, nell'altro Notturno n. 15 in re bemolle maggiore...
E l'elenco potrebbe continuare a lungo; segno evidente della grande popolarità di questo compositore che per la maggior parte degli amatori è il rappresentante piú significativo del Romanticismo musicale, anche se in realtà, come tutti i grandi musicisti di ogni tempo, egli fu un classico per il sorvegliato e puntiglioso senso critico, il rigore della forma e della misura.
Dal Romanticismo egli prese lo slancio, la passione, l'ardore febbrile, la profonda introspezione, i legami con le tradizioni della sua gente.
Uno degli esempi piú evidenti dell'interesse di Chopin per l'arte popolare, i miti ancestrali, l'epopea nazionalistica del popolo polacco, lo troviamo nelle sue ballate.
Il termine ballata non era mai stato fino allora adoperato per una composizione strumentale, ma soltanto per composizioni per canto e pianoforte, e si vuole che Chopin l'abbia scelto in relazione a dei componimenti letterari del connazionale Adam Michiewicz che egli conosceva fin dalla sua giovinezza.
«Non vi è musica senza pensieri riposti», era solito dire Chopin, e questo ci fa capire come le ballate di Michiewicz, in riferimento alle sue, debbano intendersi nel senso di pensiero riposto, di clima emotivo che dà luogo all'atto creativo indipendente, senza alcuna precisa corrispondenza fra il racconto da una parte e, dall'altra, la musica.
Dovremmo ascoltare ora, dal pianista Arturo Benedetti Michelangeli, un frammento della piú popolare delle ballate di Chopin, quella in Sol minore n. 1 op. 23.


Un altro pianista-compositore, appartenente a quella che Piero Rattalino definisce «la legione straniera dei musicisti» che tra il 1820 e il 1830 calava su Parigi, è l'ungherese Franz Liszt[11].
Per la sua natura faustiana, sempre alla ricerca di novità, e per le sue conoscenze dovute a rapporti con vari ambienti culturali (ebbe contatti con Berlioz, Hugo, Lamartine, Heine, Delacroix) Liszt ha arricchito il linguaggio musicale del suo tempo e, per l'originalità dei suoi procedimenti, è da annoverarsi fra i maggiori innovatori dell’Ottocento in campo melodico e armonico.
Ha composto ogni genere di musica, ma soprattutto egli è stato compositore di musica per pianoforte.
Per cogliere nel suo complesso l'importanza della sua opera pianistica, bisogna ricordare che Liszt era dotato di un eccezionale virtuosismo.
In possesso di una tecnica prodigiosa, trascendente, al limite, e forse oltre, le possibilità esecutive degli strumenti dell'epoca, era capace di passare dalla dolcezza piú tenera alla forza piú magistrale, tale da far suonare il pianoforte come un'intera orchestra.
Questo suo virtuosismo condizionò in un certo senso lo stile delle sue composizioni con l'audacia dell'armonia e del ritmo, la rottura della metrica tradizionale attraverso la tecnica del rubato, il sentimentalismo carico di espressione.
Insomma una originalità di linguaggio e una libertà formale che danno l'impressione di improvvisazioni nate dal fuoco dell'ispirazione.
Da buon romantico Liszt ebbe l'ambizione di tradurre in musica successioni di stati d'animo o di dipingere con i suoni quadri di paesaggi e di fenomeni della natura e, perciò, sulla traccia della musica a programma, indicata da Berlioz con la sua Sinfonia fantastica, è stato il creatore del genere del poema sinfonico.
Ed è dal suo poema sinfonico Les Prèludes (d'après Lamartine), il cui titolo fa riferimento all'ode Nouvelles méditations poétiques del poeta romantico francese Alphonse de Lamartine[12]che ora dovremmo ascoltare, nella interpretazione dell’Orchestra Filarmonica della Scala diretta da Riccardo Muti, l'episodio conclusivo, nei tempi: Allegro marziale, Andante maestoso.
È l'ultima, trionfale trasformazione a cui arriva la cellula tematica iniziale attraverso numerose variazioni e frammentazioni.
Vero poema di suoni in uno sviluppo di linee melodiche cangianti che si configura come una perifrasi della prefazione alla stampa della partitura che inizia con queste parole:
«Che altro è la nostra vita, se non una serie di preludi a quell'inno sconosciuto, la cui prima e solenne nota è intonata dalla morte?»:

Giunto al termine di questo mio disarticolato procedere fra temperie romantiche letterarie e musicali, mi accorgo di aver messo insieme una tale varietà di elementi intellettuali ed emotivi che sarebbe fatica inutile cercare di ricavarne una formula per una visione unitaria e schematica del Romanticismo.
Compito questo comunque impossibile, perché fu peculiare di quel movimento l'assorbire incessantemente materiale dalle piú diverse fonti e plasmare tutto in unità sempre nuove.
Ciononostante, credo che mi sia concesso sperare di essere riuscito, almeno per qualche istante, a destare sensazioni del genere di quelle felicemente riassunte dal protoromantico tedesco Wilhelm Heinrich Wackenroder, nella frase che mi accingo a leggervi:
«E cosí io chiudo gli occhi a tutte le lotte di questo mondo, e mi ritiro nel regno sereno della musica, come in un regno di fede, dove tutti i nostri dubbi e le nostre afflizioni si perdono in un mare echeggiante di note».



[1] Bonn 1770 – Vienna 1827            
[2] (Vienna 1797 - ivi 1828)
[3] Edimburgo 1771 - Abbotsdorf nel 1832.
[4] Pesaro 1792 – Parigi 1868
[5] Che si riferisce a Ossian, leggendario guerriero e bardo gaelico che si suppone vissuto in Scozia nel III secolo.
[6] Bergamo 1797 – ivi 1848.
[7] Isère 1803 - Parigi 1869. 
[8] Saint Malò 1768 – Parigi 1848.
[9] Amburgo 1809 – Lipsia 1847.

[10] Varsavia 1810 – Parigi 1849.
[11] Raiding 1811 - Bayreuth 1886.
[12] Mâcon 1790 – Parigi 1869.

14 aprile 2014 Iconografia della Crocifissione dalle Catacombe alla Cappella degli Scrovegni

di Gilberto Calcagnini

Quo vadis?  È il titolo di un romanzo storico scritto nel 1896 dal polacco Henryk Sienkiewicz - vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1905 – che ha per argomento la vicenda di un soldato romano Marco Vinicio che si innamora di Licia una ragazza cristiana al tempo dell’imperatore Nerone.

È una trama che si dipana sullo  sfondo di una serie di avvenimenti storici che sono culminati nel Grande incendio di Roma del 64 d.C. e alla successiva persecuzione dei cristiani presunti responsabili dell’incendio.

Sienkiewicz scelse di dare questo titolo al suo romanzo ispirandosi ad un episodio narrato nel libro apocrifo degli Atti di Pietro, secondo il quale, durante la persecuzione, san Pietro sta fuggendo da Roma per evitare il martirio, quando sulla via Appia gli appare Gesù che cammina nella direzione opposta, verso la città.

«Quo vadis, Domine? (Signore, dove vai?)» chiede l'Apostolo; «Eo Romam, iterum crucifigi (Vado a Roma, per essere crocifisso nuovamente)», gli risponde Gesù.

L'apostolo comprende allora che Gesù, con questo segno, gli chiede di ritornare a Roma e accettare il martirio, e obbedisce.

Secondo la tradizione, Pietro sarà crocifisso a testa in giù, su sua richiesta, non sentendosi degno di morire nello stesso modo del suo Maestro.

La popolarità del romanzo di Sienkiewicz fu tale da essere usato per le sceneggiature di diverse versioni cinematografiche, che non sto ad elencare.

Mi limiterò a citare, perché l’ho vista, quella girata nel 1951dalla Metro Goldwin-Mayer a Cinecittà sotto la direzione di Merwin LeRoy che si avvaleva di un cast di attori di fama internazionale come Robert Taylor, Deborah Kerr, Leo Genn e Peter Ustinov.

Di quel kolossal oggi vorrei ricordarvi la scena in cui Marco Vinicio, durante una visita in casa di conoscenti, è colpito dalla grazia di Licia, una giovane timida, candida e sensibile, che incontra nel giardino mentre, come si vede in questo fotogramma del film di Mervyn LeRoy, è intenta a tracciare in terra con un ramoscello la sagoma di un pesce.

Il gesto della ragazza passa inosservato a Marco Vinicio che solo in seguito apprenderà il significato di quel disegno.

Non si deve, infatti, dimenticare di essere nel periodo che precede la persecuzione di Nerone, quando i primi cristiani erano costretti a vivere in clandestinità celebrando i loro riti nelle catacombe e a nascondere, dietro a simboli misteriosi e incomprensibili, l'appartenenza alla loro religione.

Fra questi il disegno di un pesce che, secondo l’ipotesi degli esegeti, sarebbe il simbolo di Cristo dove  la parola greca Ichthýs (pesce) è un acronimo formato dalle lettere iniziali della seguente frase: Iesoùs Christòs Theoù Yiòs Sotèr (cioè: Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore) che era verosimilmente usato come segno di riconoscimento.

Infatti quando un cristiano incontrava uno sconosciuto di cui voleva sapere se anch’egli lo fosse, disegnava su una superficie uno degli archi che compongono il simbolo del pesce (Ichthýs).

Se l’altro completava il disegno, i due si riconoscevano come seguaci di Cristo e sapevano di potersi fidare l’un l’altro.  

Non è, però, mia intenzione di proseguire con la storia d’amore di Marco Vinicio e di Licia che mi è servita solo per introdurre il discorso sull’uso che le prime comunità cristiane facevano, oltre al pesce, di altri simboli: come l’ancora (che per la sua forma caratteristica, divenne ben presto un modo alternativo per rappresentare la croce cristiana),
o il monogramma formato dalla sovrapposizione delle prime due lettere, X e P, del nome Χριστός (Christόs = Cristo),
o il Buon Pastore, come in questo affresco delle catacombe di San Callisto, l’unica immagine allegorica di Gesù autorizzata fino all’inizio del IV secolo.

Per mezzo di questi simboli - e di altri che sarebbe troppo lungo qui ricordare - i cristiani riuscivano a diffondere il messaggio della redenzione senza incorrere nel disprezzo dei pagani di fronte allo “scandalo” di un Dio condannato alla crocifissione, supplizio tra i più infamanti secondo la cultura diffusa nel mondo antico.

Disprezzo che rischiava di tramutarsi in ostilità per vari motivi: quali la preoccupazione delle autorità politiche per la forza persuasiva delle comunità cristiane che, con la loro organizzazione gerarchica, apparivano come uno “Stato nello Stato”; il rifiuto dei cristiani di riconoscere la divinità dell'imperatore o di offrire sacrifici agli dei della religione romana ufficiale; l'inquietudine dell'opinione pubblica che vedeva nella crisi dell'Impero una vendetta degli dei.

Tutti motivi che tra la seconda metà del Primo secolo e gli inizi del Quarto, cagionarono persecuzioni contro gli aderenti alla nuova religione, fra le quali le agiografie cristiane ricordano, con particolare evidenza, quelle avvenute sotto gli imperatori Nerone, Domiziano, Traiano, Marco Aurelio, Settimio Severo, Massimino Trace, Decio, Valeriano, Aureliano e Diocleziano.

La prima persecuzione, quella già ricordata di Nerone, testimoniata anche da Tacito, scoppiò nell’anno ‘64 quando i cristiani furono accusati di avere appiccato il Grande Incendio che distrusse gran parte della città di Roma.

Secondo la tradizione, in questa persecuzione furono uccisi gli apostoli Pietro e Paolo.

Tuttavia l'intensità e i modi della repressione della fede cristiana variarono nel tempo, cosicché alle dieci "grandi persecuzioni" sopra ricordate si alternarono periodi di tranquillità in cui i cristiani erano tacitamente tollerati.

Le cose cambiarono radicalmente con l’editto pubblicato a Nicomedia, allora capitale dell’Impero Romano  d’Oriente, il 30 aprile  311, con il quale l’imperatore Galerio metteva fine alla persecuzione di Diocleziano.

L’editto di Nicomedia era confermato, ma sarebbe piú esatto dire rescritto cioè giuridicamente interpretato, da Costantino con l’editto di Milano del 313, dove il Cristianesimo era messo alla pari delle altre religioni, parità che si sarebbe in breve tempo trasformata in predominio del Cristianesimo anche per l’influenza esercitata dalla madre di Costantino, Claudia Giulia Elena, che qui vediamo in una statua conservata al Museo Capitolino di Roma.

Di origine plebea - era figlia di un taverniere - Elena doveva essere molto bella per fare innamorare il tribuno militare Costanzo Cloro che la sposava nel 270 (qualche storico afferma che divenne solo sua concubina), per ripudiarla poi nel 293 quando l’imperatore Diocleziano lo nominò cesare (titolo che equivaleva a vice-imperatore) dell’Impero Romano d’Occidente.

Quando il figlio Costantino, nato dal suo matrimonio con Costanzo Cloro, sconfiggendo il rivale Massenzio - battaglia di Ponte Milvio, 28 ottobre 312 - divenne padrone assoluto dell’Impero Romano d’Occidente, Elena assurse al rango di imperatrice madre con il titolo di “Augusta”.

Narrano i suoi agiografi, tra cui Sant’Ambrogio, che Elena, nel frattempo convertitasi alla religione cristiana, non abusò mai della sua posizione privilegiata, ma visse nella preghiera e diede prova di grande pietà e carità, moltiplicando le donazioni per l’edificazione delle chiese e la vita delle comunità cristiane.

Ma, l’aspetto piú interessante, ai fini dell’iconografia della crocifissione, è il suo pellegrinaggio in Terra Santa, fatto nel 326, all’età di 78 anni, con il quale incomincia quella parte della sua vita che si fonde con la leggenda e riguarda, non tanto il suo interessamento per la costruzione delle basiliche della Natività a Betlemme e dell’Ascensione sul Monte degli Ulivi, o i vari ritrovamenti negli scavi da lei ordinati, ma il frutto più importante di questi: la scoperta, la cosiddetta invenzione, della Croce della Passione di Cristo.

Su questo ritrovamento s'innesterà poi, soprattutto nel periodo medievale, una tradizione leggendaria sul legno e i chiodi della Crocifissione, uno dei più fascinosi e misteriosi miti cristiani.

Basti pensare che la storia della scoperta della Croce, narrata nella Legenda aurea - una raccolta di vite di santi scritta in latino nella seconda metà del XIII secolo da Jacopo da Varazze (Jacopo da Varagine), vescovo di Genova e frate domenicano – riporta che Elena, per i suoi scavi si valse della collaborazione di un ebreo di nome Giuda.

Come se non bastasse, la Legenda Aurea afferma che con il ferro dei chiodi della croce Elena faceva forgiare un morso per il cavallo di Costantino e un diadema, che oggi si vuole sia la Corona Ferrea, mentre, per quanto concerne il legno della Croce, la stessa Elena ne avrebbe presa una parte per portarla al figlio, collocandola poi nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, fatta da lei innalzare a Roma, mentre il resto, racchiuso in una teca preziosa, fu lasciato a Gerusalemme.

Ricordo che per rendere universale il simbolo della croce furono messe in circolazione, per essere venerate come reliquie, schegge di legno purtroppo non tutte provenienti dalla croce di Gerusalemme.

Elena, morta presumibilmente nel 329, fu subito venerata santa,e, fra i testimoni delle sue virtù troviamo i nomi di Sant’Ambrogio, Eusebio e San Paolino.

Dimenticavo di ricordare che alla madre di Costantino, oltre al legno e ai chiodi della Santa Croce, è attribuito il ritrovamento degli strumenti della Passione, quali il cartiglio originario con la scritta INRI infisso sopra la Croce, la croce di uno dei due ladroni, la spugna imbevuta d’aceto e parte della corona di spine.

Concludiamo questa parentesi storica, ricordando che, dopo il riconoscimento ufficiale del Cristianesimo, e qualche decennio di diatribe teologiche, con in primo piano il movimento ereticale promosso dal prete alessandrino Ario[1], la chiesa cristiana diventò la chiesa con la "C" maiuscola, cioè la sola istituzione che garantisse il diritto, per i popoli e per i cittadini.

Un altro passo avanti verso il riconoscimento della Chiesa si verificava con i cosiddetti Decreti Teodosiani con i quali negli anni 391-392, l’imperatore Teodosio I il Grande stabiliva che tutte le opinioni che discordavano con la visione cristiana del mondo erano dichiarate illegali con il risultato che agli ultimi strascichi delle persecuzioni contro i cristiani si sovrapponevano le prime lotte contro gli eretici, e, dopo pochi decenni, sarebbero iniziate le persecuzioni dei pagani.

È a questo punto che nella prima metà secolo successivo (400) facevano la loro comparsa le prime raffigurazioni di Gesù Crocifisso; ricordo, fra quelle pervenuteci, il pannello del portale ligneo della basilica di S. Sabina in Roma, e il cofanetto d’avorio con il ciclo della Passione conservato nel British Museum di Londra.

Il pannello del portale, risalente agli anni 422-432, è la prima rappresentazione di Cristo fra i due ladroni.

Come si può vedere  Cristo, che indossa solo un perizoma, è rappresentato a braccia distese nella posizione dell’orante e con gli occhi aperti.

Si tratta dunque di un Christus triumphans (cioè vittorioso della morte) e, a significare la sua superiorità morale, ha dimensioni maggiori rispetto ai due ladroni.

Non c'è nessuna ricerca prospettica, le figure poggiano su una parete che simula dei mattoni, e le croci si intuiscono solo dietro la testa e le mani dei ladroni.

Nel volto di Cristo nessun segno di sofferenza: dobbiamo, infatti, ricordare che nei primi tempi del Cristianesimo c'era il divieto di rappresentarne il supplizio, essendo, fra l'altro, ancora vivo il ricordo della morte in croce quale pena infamante riservata agli schiavi.

Ciò non toglie che già nel II secolo siano state dipinte delle croci, ma senza il corpo di Gesù crocifisso.

Nel cofanetto d’avorio conservato nel British Museum di Londra, il ciclo della Passione è suddiviso presumibilmente su almeno quattro delle sei facciate che costituiscono il parallelepipedo.

Dico presumibilmente, perché i testi di solito riportano solo l’immagine che vi mostro in cui è possibile individuare il Gesù crocifisso a braccia aperte, con sopra la scritta “REX IUD” (Re dei Giudei), a sinistra ai piedi della croce San Giovanni e la Madonna, a destra la figura di un uomo in atteggiamento minaccioso mentre, all’estrema sinistra, e raffigurato il corpo di Giuda impiccato ad un albero.

Un'altra scena della crocifissione la troviamo in una delle miniature che impreziosiscono il Tetravangelo di Rabbula, manoscritto contenente il testo in lingua siriaca dei Vangeli che si conserva a Firenze, nella Biblioteca Medicea Laurenziana.

È così chiamato dal nome del monaco Rabbula che - nelle annotazioni relative alla produzione del suo manoscritto - informa il lettore di aver completato la scrittura del codice nell'anno 586, nel convento di S. Giovanni di Beth Zagba, località che si ritiene dovesse trovarsi in una zona della Siria settentrionale tra Antiochia e Apamea.

Come si può vedere la miniatura documenta la fede cristiana nella croce come segno di gloria, di vittoria sulla morte.

Nel dipinto Gesù ha il volto circondato dal nimbo (aureola), gli occhi aperti, la barba ed è vestito di una tunica lunga senza maniche, il colobium, cioè la veste sacerdotale.

Il Cristo è confitto alla croce con quattro chiodi (soltanto più tardi si preferirà la soluzione più drammatica dell’unico chiodo per entrambi i piedi), mostra una sofferenza composta: è in posizione eretta con le braccia allargate in atteggiamento orante e accanto a lui appaiono i ladroni.

In basso a sinistra la Vergine e san Giovanni, poi Longino, quel soldato, raffigurato a sinistra, che colpisce con la lancia il fianco di Gesù morto e, come si legge nel vangelo di S. Giovanni (19,34), “… subito ne uscí sangue e acqua... “.

Secondo una pia tradizione, che va ad intrecciarsi con la legenda del Graal e il Parsifal, Longino avrebbe raccolto il sangue sgorgato dal costato di Cristo in un calice che poi egli stesso, convertitosi al cristianesimo, avrebbe portato a Mantova, dove la reliquia è ancora conservata nella magnifica Basilica di Sant'Andrea Apostolo, e ivi venerata.

Proseguendo l’esame della miniatura, notiamo sotto la croce i tre soldati che tirano a sorte la veste di Gesù, poi, sulla parte destra Stephaton, che è identificato come il soldato che offrì a Gesù la spugna imbevuta nell'aceto; infine, all’estremità destra, il gruppo delle pie donne.

Nella parte inferiore sono rappresentati gli avvenimenti successivi alla Resurrezione: a sinistra un angelo (cosí si legge nei Vangeli di Matteo e Marco, mentre Luca e Giovanni ne citano due) che annuncia alle pie donne che Gesù è risorto, e, a destra, Gesù che appare a due donne nell’orto.

Tutto questo sta a significare che, nell’intenzione dell’autore, il momento della crocifissione non può essere affatto disgiunto dalla Resurrezione, perché Gesù Cristo, unico sacerdote-mediatore presso Dio, può essere rappresentato nella sua divinità solo attraverso la vittoria sulla morte.  

Prima di proseguire nell'evoluzione dell’iconografia della crocifissione, consentitemi una parentesi sulle procedure piú usate per l’esecuzione del supplizio della crocifissione che Cicerone definiva «il piú crudele e il piú tetro».

Una fra le piú antiche di queste procedure prevedeva che il condannato fosse appeso ad un’impalcatura di legno formata, come è illustrato in questo schizzo, da una trave trasversale (patibulum, donde il nostro patibolo) che appoggiava le sue estremità su due pali di legno piantati a terra che, per la loro terminazione a forcella, erano chiamati crux.

Questo tipo di impalcature era usata per crocifiggere (da cruce, ablativo di crux + figgere = fissare alla croce) donde il termine crocifissione che avveniva legando le braccia del condannato al patibulum in modo che appoggiasse appena i piedi per terra.

Questa la procedura della morte attraverso la crocifissione, originaria dell’oriente semitico, che i romani avevano imparato dai cartaginesi all’epoca delle guerre puniche (III e II secolo a.C.), e fu dagli stessi romani semplificata durante la rivolta di Spartaco (71 a.C.) nel corso della quale furono crocefissi 7mila schiavi ribelli e quindi, per ovvie esigenze pratiche si decise di affiggere ogni condannato a un singolo palo, con o senza forcella, detto crux simplex.

Altre volte la crocifissione si eseguiva legando o inchiodando i polsi del condannato, a braccia estese, a una traversa di legno (patibulum), che veniva poi fissata a circa 3 metri di altezza ad un palo verticale (stipes) già saldamente piantato per terra, mentre al condannato si legavano o si inchiodavano i piedi allo stesso palo verticale o in un’apposita pedana di appoggio.

Ricordo che fu questa traversa di legno (patibulum), e non la tradizionale croce latina, ad essere caricata sopra la schiena, e legata agli omeri e alle braccia di Gesù, per essere portata lungo la "Via Dolorosa" o "Via Crucis”, come si vede in questo fotogramma, tratto dallo sceneggiato televisivo Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli trasmesso da Rai Uno nella primavera del 1977.

Era questa la croce a T, o croce di S. Antonio o crux commissa, che per i primi cristiani s’identificava con la croce su cui è morto Gesù, come sta fra l’altro a testimoniare il fatto che nelle catacombe era frequente l'uso della crux dissimulata, che consisteva nell’interporre appunto la lettera tau maiuscola al centro del nome del defunto scritto sulla tomba.

Tuttavia, crux semitica, o crux simplex, o crux commissa, lo scopo era sempre lo stesso: provocare la morte, dopo una lenta agonia, che interveniva per soffocamento determinato dalla compressione del costato (a tale scopo spesso le gambe del condannato erano spezzate con una mazza o un martello), oppure a causa di un collasso cardiocircolatorio.

Chiusa la parentesi, seguitiamo l’evolversi dell’iconografia della crocifissione.

Come abbiamo già visto, nei primi tre secoli l'arte cristiana si basava unicamente su simbologie, e la croce poteva rappresentare, proprio per la sua forma, un simbolo.

Con l'avvento di Costantino avviene il trionfo della croce.

È tradizione che Costantino aveva usato iscrivere, nel vessillo della sua vittoria su Massenzio  il monogramma della croce stessa.




Sui contenuti della visione (in hoc signo vinces) avuta in sogno da Costantino la notte prima della battaglia di Ponte Milvio (28 ottobre 313) si è molto discusso, nei secoli: illusione, suggestione, realtà o abile strategia?

Recentemente due ricercatori, Fabrizio Falconi e Bruno Carboniero, hanno fatto una scoperta (accolta con interesse in ambito scientifico e accademico) che legherebbe la visione a un preciso ed eloquente fenomeno astronomico visibile, proprio in quella notte, la Costellazione del Cigno.  

Risale a questi anni la comparsa nel monogramma della croce delle lettere l'alfa e l'omega, formando un nuovo monogramma che continuerà ad essere usato anche molto tempo dopo l'epoca costantiniana.

Intorno all’anno 330 si colloca, come già sappiamo, anche la leggenda del ritrovamento della vera croce attribuito alla madre di Costantino, sant'Elena.

Quindi la croce comincia il suo cammino trionfale, ma non un cammino iconografico perché, prescindendo da alcuni casi che abbiamo già esaminato, la croce, e in particolare modo la crocifissione col corpo di Cristo, tarderà molto a comparire nell'iconografia, per il solito problema che la crocifissione era un supplizio disonorevole.

A questo punto bisogna sconfinare, nei limiti del possibile, nel campo della storia della Chiesa, del cristianesimo e delle eresie ad esso connesse.

Una delle eresie più dure, che risale ai primi decenni del V secolo è quella del patriarca di Costantinopoli Eutiche, detta monofisismo, (dal greco monè = unico, e physis = natura) che negava la natura umana di Cristo, conservando unicamente quella divina.

In tal senso tutto quello che potesse costituire una rappresentazione corporea di Gesù, era proibito.

Si metteva ordine in questo problema piuttosto tardi, nel 692, quando a Costantinopoli si teneva un Concilio detto "in Trullo" - dal nome della sala del palazzo imperiale in cui si è svolto - nel quale un comma, l'undicesimo, esprimeva chiaramente la soluzione con queste parole: «È il pittore che deve prenderci per mano e condurci alla memoria di Gesù vivente in carne e ossa, che muore per la nostra salvezza e conquista con la passione la redenzione del mondo».

Finalmente si poteva lasciare assolutamente spazio alla figurazione anche di Cristo in croce; ma alla condizione che fosse rispettata la sua sopravvivenza trionfale oltre la morte.

In questa linea si colloca lo straordinario affresco di Santa Maria Antiqua a Roma, che rappresenta un Cristo vivo, inespressivo, non venato da alcuna traccia di dolore sul volto, con gli occhi aperti e incantati, trionfante per la sua solenne calma oltre la morte.

L'affresco di Santa Maria Antiqua, che probabilmente è opera di un anonimo maestro costantinopolitano, viene di solito datato verso la fine dell'ottavo secolo, perché a Roma, in quegli anni, potevano confluire maestri di area orientale, per una ragione storicamente individuabile nella dottrina iconoclasta, movimento ereticale che sfociava in una vera e propria guerra di religione contro l’uso delle immagini sacre.

La base dottrinale dell’iconoclastia, proclamata nel 736 dall’imperatore bizantino Leone III l’Isaurico e destinata a durare fino all’anno 843, era il convincimento che la venerazione delle immagini sacre, icone, si risolvesse spesso in una forma di idolatria.

Un giudizio morale che immediatamente si convertiva in un giudizio culturale di portata inaudita e finiva col diventare una rivoluzione con relative distruzioni e eccidi.

Alle origini del movimento iconoclasta si collocava anche l'influenza dell’arte islamica che è aniconica, cioè pura decorazione e, come tale, rifiutata dalla gente del popolo che non accettava raffigurazioni astratte.

Fu cosí che gli ambienti monastici dell'Oriente cristiano, si dedicarono segretamente alla conservazione e custodia di una iconografia sacra realistica.

Arriviamo cosí intorno al 1020, quando in una delle miniature di un codice conservato nel monastero di Stoudios a Costantinopoli, viene raffigurato per la prima volta il Cristo in croce morto, e, più o meno nello stesso periodo, nello stupefacente mosaico absidale del monastero di Dafnì, situato a pochi chilometri da Atene, il Cristo ha perso la fermezza, il tipo di ieraticità, di fissità (come invece era fino a quel momento), e viene raffigurato con il capo reclinato sulla spalla e il corpo leggermente arcuato.

Cristo è morto, benché non sia una morte totalmente corporale e assomigli molto di più a un sonno: è una morte quasi disincarnata, è più un abbandono di una vita terrena che una morte.

Segno che nel frattempo qualcosa di nuovo era accaduto.

Fra le miriadi d’ipotesi che si sono susseguite negli studi moderni, e contemporanei, ce n'è una che è considerata la più attendibile.

Proprio nel monastero di Stoudios, verso la fine del X secolo un monaco, filosofo, Nichetas Sthetatos aveva cercato di mettere ordine in questo problema, tremendo anche nei suoi risvolti figurativi, artistici ed espressivi.

Come giustificare che Dio potesse morire in croce, una morte corporalmente diversa da quella dei due ladroni e mantenere intatta la sua divinità pur da morto?

Probabilmente la soluzione la trovò nella risposta al monofisismo eutichiano promulgata durante il Concilio di Calcedonia (anno 451), nella quale si affermava che nell'unica persona di Cristo erano compresenti la natura divina e la natura umana, che portò Nichetas Sthetatos a formulare questa soluzione teologica: il corpo di Gesù morì in croce, ma lo Spirito Santo rimase in lui, quasi a sua custodia, cosicché, pur morto, egli viveva nello Spirito.

Si toglieva cosí ogni ostacolo alla rappresentazione di Cristo morto e il fedele poteva ancora continuare a confidare nell’immortalità del Figlio di Dio.

Ma, affinché il fedele potesse essere ancora più certo che la vita ancora proseguisse nel corpo morto di Cristo, ecco che nel mosaico di Dafni fu raffigurato il fiotto di sangue misto ad acqua che sgorga dal suo costato e lo stillicidio di sangue dalle ferite provocate dai chiodi infissi nelle mani e nei piedi.

Da notare inoltre, alla base della croce, la presenza di un teschio sul quale sgocciola il sangue che esce dalle ferite dei piedi.

Questa nuova variante iconografica è ispirata ad un’antica tradizione di cui troviamo testimonianze nella basilica del Santo Sepolcro della città santa di Gerusalemme.

Infatti, chiunque ha avuto il privilegio di visitare quella basilica, si sarà anche fermato nelle cappelle della Crocifissione e del Calvario, e, sotto a quest’ultima, in quella dedicata ad Adamo che un’antica tradizione vuole fosse stato ivi sepolto.

Nell’abside di questa cappella si riscontra una fenditura nella roccia causata, secondo una prima tradizione cristiana, dal terremoto avvenuto al momento della morte di Gesù.

Questa fenditura avrebbe permesso al sangue sgorgato dalle ferite di Gesù crocifisso di bagnare le ossa di Adamo, con il risultato di redimere dalla colpa del peccato originale lui e, conseguentemente, tutto il genere umano.

Per i primi cristiani questa era anche l’origine del nome Golgota: luogo del cranio.

Dunque, in Oriente, l'iconografia del Christus patiens, (Cristo morente), prendeva il posto di quella del Christus triumphans (trionfante sulla morte), quest’ultima introdotta in Occidente da monaci serbi, che sarebbe tuttavia perdurata per altri due secoli, fino al 1200.

Un esemplare di questo tipo di crocifissione è la Croce di San Francesco cosí detta perché è il crocifisso davanti al quale, nell’anno 1206, Francesco d'Assisi stava pregando nella Chiesa di San Damiano, posta fuori delle mura della sua città, quando l’immagine si animava e gli ripeteva tre volte la frase: "Va, o Francesco. Ripara la mia casa che cade in rovina".

Il crocifissodipinto presumibilmente nel 1100 da un artista umbro rimasto sconosciuto, è considerato una icona perché contiene immagini di persone che contribuiscono al significato della croce stessa.

Gesù è rappresentato con i segni delle ferite ma non è morto: sta dritto in atteggiamento risoluto. Siamo dinanzi all'iconografia del Christus triumphans e la sua aureola include già l'immagine della croce glorificata.

Il colore luminoso del suo corpo contrasta col rosso scuro e il nero attorno e accentua l'importanza di Gesù e, mentre egli è rappresentato nella sua piena statura, tutte le altre figure sono rimpicciolite.

Le figure di media grandezza che vediamo in questo particolare del lato destro della croce  sono, Maria, madre di Gesù e san Giovanni,
mentre sull'altro (inserire immagine 23) vediamo Maria Maddalena, Maria di Cleofa e il centurione che, nel Vangelo di Marco, proclama: «Questo è veramente il Figlio di Dio».

All'estremità superiore della croce  racchiusa in un semicerchio aperto all'infinito verso l'alto appare la mano benedicente del Padre. Dieci angeli sono in cima alla croce e fanno corona all'Ascensione muovendosi con gioiosa agitazione

Sei angeli sono situati, tre per parte, a entrambe le estremità del braccio orizzontale della croce, e l’atteggiamento delle loro mani indica che stanno discutendo di questo evento straordinario e invitano l'osservatore a meravigliarsi con loro.

Tra le figure più piccole in basso, gli esperti  identificano  Longino, il soldato romano che perforò il costato di Gesù con una lancia, e Stephaton, il soldato che offrì a Gesù la spugna imbevuta nell'aceto.

E ora, sul punto di affrontare il tema delle crocifissioni del Christus patiens in Occidente, devo prima parlarvi del crocifisso di Gero (in tedesco, Gero-Kreuz) la più antica crocifissione lignea monumentale esistente che si può ammirare in straordinarie condizioni di conservazione – peccato quella raggiera barocca aggiunta nel 1683 - nel Duomo di Colonia in Germania.

Scolpito in rovere, misura in altezza 187 cm. con un’apertura delle braccia di 165 cm., ed è in parte dipinto ed in parte dorato.

Altra rarità è lo stile, estremamente realistico ed espressivo, del tutto insolito e finora sconosciuto in Europa (siamo alla fine del X secolo), uno stile che si rifà a quello dei crocifissi orientali visti, in occasione di un viaggio a Bisanzio effettuato nel 971, dall’arcivescovo di Colonia Gero che ha commissionato l’opera ad uno sconosciuto artista del nord delle Alpi.

Ma la comparsa ufficiale in Italia dell’iconografia del Christus patiens è legata al cosiddetto Maestro bizantino del Crocifisso di Pisa, un anonimo artista operante a Pisa nella prima metà del XIII secolo, autore di un crocifisso dipinto a tempera su tavola lignea sagomata conservato nel Museo Nazionale di San Matteo di Pisa e risalente al primo decennio del XIII secolo.

È l’immagine del Cristo sofferente sulla croce o il Cristo morto che, con i suoi effetti patetici e commoventi secondo le indicazioni devozionali promosse dagli ordini dei mendicanti, sostituì ben presto la tipologia del Christus triumphans, rappresentato, come già detto, vivo sulla croce con gli occhi aperti e con una regalità aliena da dolorosa sofferenza.

Contemporaneo, e inoltre concittadino, dell’anonimo artista di Pisa, è Giunta Pisano di cui vediamo il crocifisso che si trova nella Basilica di San Domenico a Bologna (inserire immagine 29).

È l’immagine di un Cristo sofferente resa con accentuazioni anatomiche, come l’allungamento delle proporzioni, la curvatura marcata del busto, la resa grafica delle pieghe addominali e dei tratti fisionomici e il colorito cadaverico; tutti tratti che collocano l’arte di Giunta a metà strada tra la fissità iconica dell’arte bizantina e la strada naturalistica, che sarà poi aperta da Cimabue, verso veri soggetti, dotati di umanità ed emozioni, che saranno alla base della pittura italiana e occidentale.

Tra le opere giovanili di Cimabue[2] maggiormente conosciute, c'è sicuramente il bellissimo Crocifisso ligneo di Santa Croce a Firenze, realizzato intorno all’anno 1270 .

È un Crocifisso grandioso (390 cm. di altezza) con il corpo del Cristo ancora piú dolorosamente incurvato, rispetto a quello del Maestro bizantino del Crocifisso di Pisa, nella posa patetica del Christus patiens, ma è soprattutto la resa pittorica delicatamente sfumata a rappresentare una rivoluzione, con il naturalismo commovente della immagine del Cristo sofferente, sinuoso, dove la luce modella il volume con il chiaroscuro.








Il pregiato dipinto fu distrutto quasi completamente dalla famosa alluvione del 1966, quando fu violentemente travolto dalle acque dell’Arno che rimossero irrimediabilmente gran parte della stesura pittorica.
Nel 1976 il Crocifisso fu sottoposto a un radicale restauro, teso unicamente a conservare, per quanto possibile, i resti dello strato pittorico e collocato all'interno dell'Opera della Basilica di Santa Croce in attesa di ritornare nel cuore della basilica stessa, sopra l’altare, a otto - nove metri da terra, da dove si troverà al sicuro da altri e per nulla improbabili attacchi di chi l’ha già danneggiato e sfigurato… il fiume Arno.
«Credette Cimabue nella pittura / tener lo campo, ed ora ha Giotto il grido, / si che la fama di colui è scura»[3]
Quando si apprestava a dipingere la monumentale croce (578 x 406 cm.) per la Basilica di Santa Maria Novella a Firenze, verosimilmente negli anni intorno al 1290, il ventitreenne[4] Giotto di Bondone era già un pittore capace di creare una schiera d’imitatori in città, pur rappresentando soltanto l'anticipatore di una corrente d'avanguardia che s’impose più tardi.
Questa crocifissione, dipinta a tempera su tavola di legno sagomata, è il primo soggetto che Giotto affronta in maniera rivoluzionaria, in contrasto con l'iconografia, ormai canonizzata nelle opere di autori, da Giunta Pisano a Cimabue, nel Christus patiens sinuosamente inarcato verso sinistra.
Giotto invece dipinse il corpo morto in maniera verticale, con le gambe piegate che ne fanno intuire tutto il peso.
La forma non più nobilitata dai consueti stilemi diventò così assolutamente umana e popolare.
In queste novità è contenuto tutto il senso della sua arte e della nuova sensibilità religiosa che restituisce al Cristo la sua dimensione terrena e da questa trae il senso spirituale più profondo.
Solo l'aureola ricorda la sua natura divina, mentre il resto mostra le sembianze di un uomo umile realmente sofferente, con il quale l’osservatore potesse confrontare le sue pene.
Una quindicina di anni dopo, Giotto che si trovava già in quel di Padova, era incaricato dal ricchissimo banchiere padovano Enrico Scrovegni di affrescare la cappella di sua proprietà intitolata a Santa Maria della Carità.
Secondo la datazione piú condivisa dagli esperti, Giotto tra il 1304 e il 1306, dipingeva l'intera superficie interna della cappella secondo un progetto iconografico e decorativo unitario, ispirato da un teologo agostiniano di raffinata competenza.
La scena della crocifissione che vedete - consistente in un pannello rettangolare di 200 x 185 cm. - diversamente dagli altri trentatre pannelli del ciclo, aventi per soggetto le Storie di Gioacchino e di Maria e le Storie di Cristo, è legata all'iconografia tradizionale.
In apparenza pacata, pur nel suo altissimo senso drammatico, questa scena della Crocifissione dà una misteriosa sensazione di pace che promana dalla figura di Gesù in croce e inonda ogni cuore disperato che vi si accosti.
A sinistra il gruppo dei dolenti, con al centro Maria circondata da Giovanni e dalle pie donne.
Il corpo di Maria sembra un masso, in cui il suo grido implode, senza riversarsi all'esterno, mentre il pianto sommesso di Maria di Magdala inginocchiata ai piedi di Gesù, sembra accompagnare il suo materno dolore.
A destra, in basso, la meravigliosa, regale veste rossa di Gesù, con le sue bordature dorate, tenuta in mano da due centurioni, sembra voler sottolineare la spogliazione del Cristo che, come scrive San Paolo nella Seconda lettera ai Filippesi (6-8), «...pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, facendosi simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce...».



A parlarci del pianto del Padre - che ha spogliato se stesso "dell'unico Figlio", come a suo tempo aveva chiesto, quale prova di fede, ad Abramo il sacrificio del figlio Isacco, senza poi permettergli di portarlo a termine - resta solo il volo di angeli, che roteano intorno alla croce raccogliendo il sangue che sgorga dal costato del Crocifisso o strappandosi le vesti.
Ed ora un breve cenno ad un altro affresco sul tema delle Crocifissione (databile 1308-1310 circa) dipinto da Giotto e collaboratori nel transetto destro della basilica inferiore di Assisi, nel quale, come potete osservare, è evidente la somiglianza della figura di Cristo con quella della precedente Crocifissione degli Scrovegni (1304-1306).
Dopo di ché, termino la mia relazione con le parole dello storico dell’Arte Cesare Gnudi, là dove si legge: «In questa scena davvero, tutto è così contenuto, così lontano dalle gridate rappresentazioni di qualche anno addietro nell'Arte, forse perché Giotto tende a sottolineare «...quel miracoloso accordo fra la nuova verità umana ed una idealità trascendente che s'incontra e si identifica con questo sentimento classico del mito...».
 «Ne emerge, in conseguenza, il grande tema della umana realtà, non eroicizzata ma, sentita e rappresentata nella pienezza della vita morale, dei sentimenti portati tutti [...] alla più assoluta, oggettiva purezza e, […] sopra ogni altra presenza, la figura di Cristo, nella profondità del suo umano sentire, nella bellezza armoniosa della sua forza divina, del suo divino dolore».




[1] Che negava la divinità di Cristo e il dogma della consustanzialità delle tre personalità divine, condannato nel Primo Concilio Ecumenico Generale della Chiesa, convocato a Nicea dallo stesso Costantino nell’anno 325.
[2] Pseudonimo di Cenni di Pepo; Firenze 1240 circa – Pisa 1302.
[3] Vedi Dante Alighieri, Purgatorio, canto XI, versi 94-96.
[4] Nato, secondo la maggior parte degli esperti, nel 1267.



Archivio blog