La cripta della chiesa di San Domenico in Cagli e gli affreschi di Antonio Viviani.

INTRODUZIONE

 La cripta dal greco krypté = luogo nascosto, nascondiglio e dal latino crypta = sotterraneo, caverna, grotta, fin dall’antichità è un locale piccolo e in qualche modo riparato e nascosto.

Nelle catacombe e nelle chiese cristiane era luogo di sepoltura di un martire o di un santo a cui la chiesa era dedicata; in epoca romanica e soprattutto nelle cattedrali gotiche francesi, assume proporzioni architettoniche grandiose e di stile, divenendo una sorta di oratorio sotterraneo, articolato in vari locali costruiti in­torno alla cripta vera e propria.

Normalmente era un ambiente ricavato sotto il presbiterio e a livello notevolmente più basso della navata. La cripta può essere limitata alla larghezza del solo presbiterio, ma può estendersi an­che sotto la parte terminale delle navate minori.

Nel nostro caso, la cripta di San Domenico, chiamata anche cripta di San Giovanni, il santo precursore del Signore a cui la chiesa era dedicata fin dalle sue origini, indubbiamente fu edifi­cata assieme alla chiesa stessa subito dopo la ricostruzione della città di Cagli, intorno al 1289 – 95 e sotto il vescovo Ottaviano. Anche questa cripta era quindi il luogo di sepoltura e di conserva­zione delle reliquie dei Santi, di meditazione e di preghiera. 


BREVE STORIA DELLA CHIESA DI SAN DOMENICO

La Chiesa risale allora alla fine del XIII secolo e non è accertato se il Convento di S. Giovanni – omonimo e attiguo – sorgesse contemporaneamente alla medesima[1].

Gli storici Palazzini e poi Mazzacchera, riportano che nel 1384 era Priore del Convento di S. Giovanni Don Taddeo da Gubbio dell’Ordine dei Celestini. [2]

Qualche decennio dopo il Convento passò ai Domenicani e la chiesa cambiò nome in S. Domenico. Non è dato conoscere in quale luogo della città essi prima di questo tempo abitassero; forse in un primo momento si stanziarono nella antica abbazia di S. Geronzio sul monte Calleo e nell’Archivio della Cattedrale si legge che i Domenicani  vennero ad abitare nel convento di S. Giovanni intorno al 1430.

Durante l’invasione francese, alla fine del ‘700 e nel primo ‘800, i Domenicani furono espulsi dal loro Convento; furono richiamati in seguito al ripristino del Governo Pontificio ed espulsi di nuovo nel 1861 dal Governo Italiano con la confisca dei beni. Subito dopo il Convento si estinse e la struttura fu ceduta al Comune di Cagli, sulla base delle leggi eversive dello Stato con il “decreto Valerio” e in parte fu concesso alla Congregazione di Carità, ma fu utilizzato anche da altre istituzioni comunali quali Irab, Eca, Asilo Comunale…

Durante la Seconda Guerra Mondiale, una parte del Convento (già estinto e requisito) venne dal Comune ceduto all’Arma dei Carabinieri e lì i Partigiani vi fecero brillare delle cariche esplosive che portarono alla distruzione di buona parte dell’edificio e del chiostro, purtroppo con vittime umane.

In seguito l’orto del Convento (ancor oggi di proprietà comunale) venne utilizzato in parte come area edificabile e in parte venne adibita ad ambulatori medici ed uffici dell’ASL abbinati all’Ospedale Civile di allora. 



[1] Nei primi anni del Novecento, dopo vari passaggi di proprietà, in alcuni locali dell’ex Convento e di fianco alla Chiesa (dopo la cosiddetta “Fontanella di S. Giovanni” verso il Borgo), venne ospitata la R. Scuola d’Arte “Gaetano Lapis” applicata all’industria. Era costituita da corsi serali e nel 1931 venne deliberata dal Ministero la nomina a Direttore del prof. Mario Paioncini, già presente nella stessa da diversi anni quale insegnante di disegno. La Scuola era attivamente frequentata da giovani cagliesi e da meno giovani, seguiti per la parte orale da Professori e per quella pratica – nei laboratori – da valenti ed esperti artigiani perlopiù locali, già allievi del famoso ebanista cagliese Francesco Pucci (come Rinaldo Paioncini e suo figlio Ezio) e da qualificati artigiani scalpellini della pietra come Fortunato Prosperetti e Saturno Ridolfi: tutti divenuti poi artisti di prestigio.

Da questa scuola serale uscivano dunque allievi specializzati in vari mestieri di ebanisteria, di scultura del legno, della pietra e più tardi del ferro. E’ da aggiungere che la stessa era stata a sua volta preceduta dalla Scuola di disegno sorta in Cagli fin dal 1850 per l’interessamento del concittadino architetto Michelangelo Boni, allievo del Valadier. Nel 1941 la Scuola serale venne chiusa e si trasformò in Istituto Statale d’Arte, con lezioni antimeridiane, ubicato nei locali comunali in Piazza S. Francesco.  

Cagli. Giardini Pubblici. 

Segno astrale Eliseo Mattiacci.. 2006


   Lì  si  formarono  e  iniziarono  il  loro  percorso  diversi 
studenti divenuti artisti come Eliseo Mattiacci, nostro concittadino, scultore ed artista del ferro, di fama internazionale, insieme ad altri di notevole successo come Cuccaroni, Cerrettini, Marcucci… Anche questa Scuola, per vari motivi contingenti, non esiste più.

[2] I Celestini erano monaci benedettini, già eremiti, appartenenti alla Congregazione religiosa fondata nel 1264 da Pietro del Marrone, il futuro papa Celestino V e da cui essi presero il nome. Per la sua umiltà rinunciò al pontificato e alla sua morte fu dichiarato Santo. Dante Alighieri, il sommo poeta, nella Divina Commedia lo rimprovera e lo mette tra gli Ignavi, nel vestibolo dell’InfernoPer questo fu detto anche il “Papa del gran rifiuto”. La Congregazione verrà soppressa nel 1810 dal papa Pio VII.


 DESCRIZIONE SOMMARIA DELLA CHIESA

L’esterno      

Nella costruzione della Chiesa i Frati Celestini devono aver preso come modello di riferimento la vicina e più antica Chiesa di S. Francesco. Come già accennato, la Chiesa risalirebbe alla fine del XIII secolo; al tempo della sua elevazione era dedicata a S. Giovanni Battista, già uno dei protettori di Cagli.

Cagli – Chiesa di San Domenico. 

Paramento murario in stile romanico (fine XIII secolo) 

ed abside secentesca.

E’ in stile romanico di cui restano poche tracce; esternamente, sul lato destro, si vede bene la sua struttura massiccia che è co­stituita da blocchi di pietra calcarea (pietra corniola locale) con prevalenza dei pieni sui vuoti; il paramento murario è liscio ed interrotto da lesene a scansione successiva e da lunghe monofore con profonda svasatura, sormontate da cornici arcuate e leggermente aggettanti come ghiere (che ne indicano lo spessore); in una di queste è ancora visibile il fastigio (la parte più alta) trilobato. La facciata dal tetto a capanna è dominata da un rosone ora internamente murato e da due finestroni che sono stati aperti nella seconda metà del ‘700 al fine di dare più lumi­nosità alla nuova abside secentesca.

Il cornicione è formato da piccoli archi pensili che a differenza di quelli in cotto di S. Francesco, sono realizzati nella stessa pietra bianca dei paramenti murari. L’abside risulta un rifacimento posteriore che risalirebbe al 1655.

Lo stile romanico nelle costruzioni si manifesta dall’XI secolo (dopo il Mille), si estende fino al XIII secolo ed oltre, a cui seguirà lo stile gotico.

I suoi aspetti sono differenziati con le varietà delle situazioni politiche, economiche e sociali, sia si tratti di città importanti, sia di liberi comuni dell’Italia centrale,dalle repubbliche marinare ai borghi appenninici.

La stessa parola romanico sottolinea l’ipotesi di una ripresa di modi e di metodi costruttivi dell’antichità romana. Non interessa solo i paesi di lingua neolatine, ma si estende all’area germanica, all’Europa del nord, alle isole britanniche ed ai paesi slavi dell’Est.

L’architettura e la scultura permettono di definire la maturazione del nuovo linguaggio che non si presenta con omogeneità di caratteri stilistici; anche il materiale è perlopiù vario e facilmente reperibile (pietra calcarea, pietra arenaria, mattone) formando accenti fortemente caratterizzati da luogo a luogo.

L’applicazione di questi principi è prevalente nell’edificio religioso – chiesa monastica o cattedrale – che diventa centro di vita religiosa e civile, simbolo reale in cui trovano espressione tutti i valori della cultura.

Le decorazioni pertanto non esprimono solo storie sacre ma si inseriscono temi della mitologia pagane, delle figure allegoriche e delle scene della vita quotidiana.

Nella zona delle Marche le maestranze sono pelopiù lombarde (v. chiese romaniche locali). Nel sud dell’Italia (Sicilia e Calabria) prevalgono apporti arabi.

Nelle chiese romaniche notiamo la cripta, culto delle reliquie dei Santi, il presbiterio, luogo dell’azione liturgica e le navate che in genere sono tre.

L’interno

C’introduce nell’aula unica della Chiesa un bellissimo portale di stile rinascimentale in materiale litico di due tonalità con le­sene finemente intagliate e scanalate, i cui capitelli sono decorati con una fascia ad ovuli e dardi; nell’architrave è la data 1483 assieme al nome del committente cagliese Luca Preziosi.[1]

Cagli – Chiesa di San Domenico. 

Particolare del portale rinascimentale attribuito al Bramante.(1483)




[1] Luca Preziosi, nobile giureconsulto, amico del senese S. Bernardino, che ospitò a Cagli nel suo palazzo in via del Corso ; il palazzo passerà ai Brancaleoni, avendo sua figlia Preziosa sposato il nobile Guido di Leonello Brancaleoni di Roccaleonella. Si pensa che il progetto di tale palazzo sia riferibile a Michelozzo architetto, già autore di varie dimore rinascimentali come il cosiddetto “Palazzo dello Strozzino” a Firenze. Luca Preziosi fu attivo come giurista sia a Siena che a Firenze e fu uditore alla Corte dei Montefeltro;

 Secondo alcuni storici locali (Buroni, Palazzini e prima Mi­chelangelo Boni) l’autore o meglio l’ideatore del portale della Chiesa di S. Domenico potrebbe essere l’architetto Donato Bra­mante (nativo della vicina Fermignano) assieme al disegno del la­pideo sarcofago in onore di Battista Tiranni (1481) che si trova a sinistra della navata.[1] Il sarcofago e la pittura sovrastante, la Pietas, sono opera di Giovanni Santi (1481), come pure l’attigua Cappella Tiranni, che verrà descritta in altra sede dal punto di vista strutturale, stilistico, religioso con le sue simbologie. Come afferma il Pungileoni nell’800, questa è l’opera più importante e forse una delle ultime di Giovanni Santi.

Il tetto interno della Chiesa è a doppia falda con grandi ca­priate in legno. Sotto l’intonaco della parete laterale sinistra, at­torno all’altare della Madonna del Rosario, s’intravvedono lacerti di pittura trecentesca e si distingue bene la Madonna col Bam­bino ed un Santo Vescovo; il critico d’arte A. Marchi li ha attribuiti, per il loro stile, al pittore trecentesco – probabilmente locale - “Maestro di Montemartello”.

Poco distante e in alto è collocato un quadro baroccesco at­tribuito dalla storica Benedetta Montevecchi a Ventura Mazza di Cantiano; è la cosìddetta Madonna della Cintola ovvero La vi­sione di S.Giacinto.

Di fianco, sul presbiterio, è una tela cinquecentesca rappresentante La Ma­donna in trono e Bambino con Santi (Antonino e Leonardo); è una pittura di sapore fiammingo, forse di qualche frate domenicano di passaggio.

Alla parete destra spicca un affresco dei primi anni del ‘500: è la bella Annunciazione che fino a poco tempo fa era d’incerta pa­ternità. Dopo diverse diatribe da parte degli storici dell’arte circa l’attribuzione, in questi ultimi tempi l’opera è stata assegnata dalla storica e critica d’arte Bonita Cleri a Timoteo Viti per la parte centrale e a Giuliano Persciutti per la parte alta della lunetta. Ambedue i pittori, infatti, lavoravano a Cagli in quello stesso pe­riodo; di fianco è sistemata la sua sinopia.

Il dipinto è stato rinvenuto da sotto l’intonaco nel 1837 per opera di Michelangelo Boni, architetto e storico locale.

Nell’altare più a sinistra dedicato al Nome di Gesù (I.H.S) è una tela cinquecentesca, mentre a destra dell’Annunciazione sopraci­tata è una pittura settecentesca di sapore lapisiano.

Segue la famosa Presentazione al Tempio, una delle tante opere del pittore Gaetano Lapis (1706 – 1773), nostro concitta­dino. Durante il restauro di quest’opera sono stati individuati sotto l’intonaco dei lacerti di pitture ad affresco risalenti alla fine del ‘300 ed inizio del ‘400.



[1] La tipologia del sarcofago dalla forma svasata con i decori dorati, secondo uno studio recente di Fausta Gualdi (2009), sarà ripresa dal giovane Raffaello allorché dipingerà una piccola tavola devozionale La Resurrezione di Cristo ora al Museo d’Arte di San Paolo del Brasile. Altra citazione dell’opera paterna la studiosa la individuerà nella predella della Crocifissione Gavari du Mond dipinta da Raffaello e che ora si trova al Museo d’Arte Antica di Lisbona. Anche la corona sul capo della Madonna in trono che qui notiamo nell’affresco della attigua Conversazione della Cappella Tiranni (1492), sarà riproposta dal diciassettenne Raffaello nel suo primo lavoro ufficiale: si tratta della grande tavola – ora smembrata – dell’Incoronazione di S. Nicola da Tolentino dipinta a Città di Castello nella Chiesa di S. Agostino per la Cappella Baronci.

Testimonianze queste dell’influenza subita dal giovane Raffaello attraverso i primi insegnamenti nell’apprendistato visivo proveniente dalla profonda e diretta conoscenza delle opere paterne in un contesto culturale molto affermato quale era la Corte di Urbino.

DESCRIZIONE DELLA CRIPTA 

Si accede alla cripta attraverso la scala a lato della Cappella Ti­ranni; si notano i sette pilastri quadrangolari e massicci che sor­reggono la volta, sono formati da bellissimi blocchi di pietra con­cia lavorati a scalpello; si tratta della famosa pietra corniola (cal­care locale) e i conci potrebbero essere liberati dallo stucco di cemento che li avvolge. Le lesene e i costoloni sorreggono la grande volta composta da dodici campate di stile classico e da al­trettante volte a crociera, ciascuna formata da quattro vele.

Cagli. Chiesa di S, Domenico. 

Particolare della volta della cripta con pilastri e volte a crociera.



Entrati nella cripta subito si respira un’aria devozionale e di raccoglimento.

Sul pavimento, non lontano dall’ultimo scalino, si nota una piccola pietra tombale che copre le spoglie di Padre Michelangelo Nanni da Cagli, tomba che lui stesso si fabbricò.

Cagli. Chiesa di S. Domenico.
Pavimento della Cripta. Pietra tombale di Padre Nanni. 

Michelangelo Nanni, al secolo Francesco Maria (1593-1671) era dell’Ordine dei Predicatori; proveniente da una famiglia di umili condizioni, fu ammesso fra i Domenicani a S. Domenico di Urbino e poi in An­cona, ad Ascoli Piceno. A Napoli completò i suoi studi teologici nel convento di S. Caterina.

Uomo di schietta e rara virtù, fu maestro di Teologia in varie città ed autore di opere scritte. In Urbino nel Convento domeni­cano fu eletto Priore; il Cardinale Carpegna lo volle a Roma nel Convento di S. Sabina sul Colle Aventino, sempre come Priore e Predicatore. A Bologna promosse efficacemente la devozione del S. Rosario; poi, dopo la rinuncia al Vescovato, umilmente preferì trasferirsi come Priore nella sua città nativa seguendo una vita austera e di penitenza, cibandosi scarsamente di erbe e legumi, non mangiando carne e dormendo su di un tavolaccio. Egli amava specialmente recarsi nella cripta della Chiesa per pregare a lungo davanti all’immagine della Madonna della Grotta ora non più esistente.

Morì il 9 agosto del 1671 e nel 1682 alcuni confratelli di S. Sa­bina a Roma presero l’iniziativa di costruire a suo ricordo un ce­notafio[1] con la sua effige proprio vicino alla Cappella del Rosario.

Roma. Chiesa di Santa Sabina. 

Effige con Cenotafio di Padre “Michaeli Archangelo Nannio calliensi”.


[1] Il cenotafio è un monumento funerario di commemorazione a ricordo di un personaggio già sepolto altrove.

 A Padre Nanni si deve il campanile della Chiesa di S. Domenico che porta la data 1658 e l’acquisto della Campana Maggiore nel 1660.

Cagli. Campanile della chiesa di San Domenico
voluto da Padre Nanni (1658)

Venerato dal popolo come Beato, morì in concetto di santità; sembra avesse il dono della preveggenza (previde un mese prima la sua morte) e gli si attribuirono diverse grazie e guarigioni da lui operate tanto in vita che dopo la morte.

Alcuni suoi scritti, come un’interessante vita di S. Domenico del 1660, sono presso la Biblioteca del Monastero domenicano femminile di S. Nicolò a Cagli.[1]



[1] Le Domenicane di Cagli, a seguito della estinzione del Con­vento domenicano maschile, entrarono in possesso di tutte le loro proprietà e probabilmente anche della vecchia Biblioteca; con la confisca e le leggi rigide e sovversive dello Stato italiano (decreto Valerio 1861) furono private di tutti i loro possedimenti. Solo più tardi riuscirono ad ottenere il possesso del loro Con­vento grazie alla rinuncia di quello maschile e facendo una specie di “permuta” con il Comune.

 A lato dell’abside della cripta, sulla destra, si nota una porticina che conduce ad un vano interrato sormontato da una volta a botte tutta in pietra alla quale si accedeva attraverso un arco ora murato.

In basso a destra, accesso al vano interrato
con volta a botte in pietra.

Al di là di quest’arco si poteva vedere l’inizio di un cunicolo sotterraneo parzialmente crollato; potrebbe essere stato un passaggio segreto (così ci dice lo storico cagliese Leonardo Iacopini nel 1500) per uscire dal Convento in caso di necessità, mentre il Bricchi (altro storico locale del 1600) ipotizzava che si trattasse di un sottopassaggio segreto che conduceva al Torrione…

Al lato opposto della scala d’entrata c’è la cosiddetta “Scala Santa” contrassegnata da una lapide che testimonia l’apertura nel 1780 da parte del papa Pio VI; si saliva in ginocchio per l’acquisto delle indulgenze.

“Scala Santa” (1780); si saliva in ginocchio
per l’acquisto delle indulgenze.


Epigrafe della concessione dell’indulgenza
da parte di Papa Pio VI.


GLI AFFRESCHI DELLA CRIPTA 

Alle pareti della cripta è un interessante ciclo di affreschi ri­guardanti la vita di Gesù e della Madonna che sono opera di un allievo del famoso pittore urbinate Federico Barocci: Antonio Vi­viani.

Purtroppo alcuni di questi dipinti a causa dell’umidità e della cattiva ristrutturazione dell’ambiente, sono andati perduti. No­nostante ciò, i restanti, recuperati da sotto l’intonaco e studiati nel 2001 dalla storica dell’arte Lorenza Mochi-Onori (a quel tempo Soprintendente dei Beni Artistici in Urbino e nelle Mar­che), risultano di buona qualità pittorica e ci permettono la let­tura del ciclo. Prima di descrivere gli affreschi sono necessarie al­cune parole sull’autore Antonio Viviani.

 

Antonio Viviani (1560-1620)

Antonio Viviani nacque in Urbino, era figlio di Tomaso Viviani e di donna Piera di Castelluccio di Acqualagna. Il suo nome com­pare nel 1581 connesso con la decorazione dell’Oratorio della SS.Annunziata, la piccola cappella che ha una tipologia architet­tonica della volta a botte strombata, quasi ad imbuto, con l’intento di esaltare l’immagine sacra della Vergine.

Alla mano dell’urbinate Antonio Viviani detto Il Sordo, ovvero al più noto continuatore e divulgatore del pittore Federico Ba­rocci, a quello che più tenne la maniera del Maestro (specie nel colorito), sembra debbano essere ricondotti gli affreschi della cripta di S. Domenico in Cagli.

Secondo Lorenza Mochi-Onori potrebbero essere stati ese­guiti tra il 1597-1605.  

Il più antico biografo del Viviani è Giulio Mancini nato nel 1558, personaggio di grande cultura che fu medico presso l’Ospedale di S. Spirito di Roma e con l’ascesa al soglio pontificio di Urbano VIII, nel 1623 divenne “Archiatra papale”, il medico principale della Corte Pontificia.

Il suo interesse maggiore era la pittura e il mondo artistico dell’epoca; egli dava molte notizie ed esprimeva dei giudizi pre­cisi sui pittori.

Mancini chiama Viviani “Il Sordo del Barocci” e spiega il suo soprannome. Secondo anche il parere di altri storici come il Ba­glione fino al Grossi (1856), l’infermità da lui contratta nella sua attività di frescante, era dovuta allo “stare nell’umido dei muri a lavorare”.

Il ritratto che il biografo fa dell’urbinate come uomo, è un giudizio pieno di merito, di considerazione e di umanità e dice: “…ma è compassione il vedere un virtuoso privo talmente dell’udito che per voler da esso essere inteso, bisogna scrivere in caratteri il proprio concetto”. Egli lo descrive infatti come uomo molto pio, povero e pieno di bontà; la sua arte combatteva con la povertà ed il bisogno. Per questo fu favorito, protetto e amatis­simo dal potente cardinale Baronio-il grande storico della chiesa, 1538-1607- che gli commissionerà a Roma nel 1602 gli affreschi della Cappella di Santa Barbara in San Gregorio al Celio con le Storie di San Gregorio Magno

Roma – Chiesa di San Gregorio al Celio.
Cappella di Santa Barbara. Storie di San Gregorio (1602). A. Viviani.

In uno di questi affreschi è raffigurato evocativamente il Santo sotto forma di angelo che secondo la tradizione serviva il pranzo a dodici poveri su di una tavola in pietra ancora conservata.

Mancini scrive probabilmente nel 1620-21, nello stesso periodo di tempo in cui avviene la morte del pittore (1620). 

Lo stile ed il discorso della bottega

Viviani aveva cominciato la sua attività a Roma come uno dei tanti pittori che coprivano di affreschi le grandi imprese volute dal papa marchigiano Sisto V iniziando da quelli della Scala Santa e del Palazzo Lateranense tra il 1588 e il 1590.[1]

Roma. Scala Santa 
Abramo e Isacco che vanno al sacrificio.(1612-1613) A. Viviani.

[1] Sisto V, papa Peretti (1520-1590) originario di Montalto Marche, dell’Ordine dei Minori Conventuali, era di tendenza rigorista; salito al soglio pontificio combattè il sopruso dei nobili ed il nepotismo creato da Sisto IV (Francesco della Rovere), al fine di riordinare la Chiesa anche al confronto con i Protestanti e ristabilendo le finanze dello Stato.

Le imprese di pittori che si formarono sotto il suo pontificato modificarono il metodo inaugurato dalla Scuola raffaellesca. Tali pittori, diremmo quasi manieristi e con modi nordicheggianti in cui si inseriscono apporti romani, non dipendevano da un mo­dello stilistico, ma da quello narrativo ed encomiastico (degno di elogio e di lode). Era difficile distinguere le mani negli intrecci di esecuzione perché non era essenziale la riconoscibilità e quindi la paternità stilistica dell’opera: lo scopo era soprattutto di deco­rare una grande quantità di muro; la caratteristica dell’arte co­siddetta sistina era quindi la comunanza linguistica.

E qui entra il “discorso della bottega”.

La bottega ci fa capire come lavoravano in quel periodo questi artisti: nessuno lavorava da solo. Infatti oltre all’attività del singolo con gli even­tuali aiuti, a quel tempo era prassi l’associazione di più mani per imprese ad affresco o cicli di opere di particolare entità, con una organizzazione più paritaria e meno strutturata gerarchicamente, dato che i vari pittori non si distinguevano molto dal Maestro.

Il Maestro dava i cartoni e i disegni; e questo era normale per il Viviani che si era formato ed era stato nella bottega del Barocci dove lui aveva libero accesso: era il suo allievo preferito e in maggior parte li avrà utilizzati ed ereditati anche dopo la sua morte.

Il critico Luciano Arcangeli ci dice che Viviani era il più autonomo tra i barocceschi urbinati, colui che riuscì ad impostare una “propria via” a Roma con impegni di prestigio.

L’utilizzo dei cartoni o delle figure era essenziale nella esecu­zione dell’opera ad affresco: il cartone preparatorio veniva ap­poggiato sull’intonaco fresco ed, incidendo con una punta, si ri­portava il disegno sulla materia ancora morbida dell’intonaco per poi passare all’esecuzione pittorica vera e propria prima che l’intonaco indurisse.[1]



[1] Circa la tecnica dell’affresco è da ricordare che i pigmenti terrosi e colorati mescolati in acqua, vengono applicati col pennello sull’intonaco fresco affinché s’incorporino al fondo e si fissano ad esso sfruttando il processo chimico per cui la calce dell’intonaco, combinandosi con i gas carboniosi dell’aria, si trasformano in carbonato di calcio divenendo una superficie compatta che chiude e trattiene in sé il colore.

Sulla base dell’intonaco delle volte veniva tratteggiata la sinopia, nome che deriva dalla città di Sinope, località sul Mar Rosso, da dove proveniva la terra ocra (bruno-rosso) con la quale si disegnava lo schizzo di preparazione all’affresco.

L’affresco è differente dal fresco a secco in cui si dipinge sul fondo secco mediante la tempera. Questa è una tecnica che utilizza l’acqua per sciogliere i colori ed ha come aggluminante (solvente) diverse sostanze: chiare d’uovo, latte, lattice di fico, colle e gomme (non oli). Naturalmente questo tipo di affresco si deteriora prima.

L’affresco è condizionato al clima; infatti se l’umidità penetra nel muro, l’intonaco tende a sbriciolarsi e la pittura con esso. Di qui la necessità di areare l’ambiente in cui questo si trova.

Tutto ciò spiega perché l’affresco si sviluppa in modo particolare nei paesi mediterranei come l’Italia e lo si trova raramente nell’Europa settentrionale.

La bottega del Barocci era quindi una grande struttura opera­tiva che non interruppe la sua attività dopo la morte del titolare; il lavoro perciò poteva procedere sulla base del gran patrimonio di fogli e di disegni preparati dal Maestro per impostare il lavoro dei collaboratori che formavano come un “cast”. Si trattava di numerosi tipi di modelli, dai chiaroscuri cioè disegni completi, fino ai modelli di base ed ai bozzetti veri e propri con le figure a carboncino ben rifinite, da riutilizzare ed inserire nelle composi­zioni e che già costituivano un’arte.

Questo stesso patrimonio di disegni sarà riutilizzato dal Viviani e dai suoi allievi anche quando lavoreranno autonomamente e senza cambiare stile.

Tutti i dipinti del Viviani erano preceduti da disegni prepara­tori costituiti da materiale grafico (matita o penna rossa e nera su fogli beige-marroncino) ed erano parte significativa dell’attività del pittore, come sottolineano le fonti e come hanno ricostruito i contributi moderni di Alba Costamagna (1974) e di Luciano Arcangeli[1].

Va ricordato inoltre che Barocci, e poi anche Viviani, non erano dunque di quegli artisti che si sedevano davanti alla tela e dipingevano secondo l’ispirazione del modello, ma si prepara­vano prima graficamente, nei minimi particolari e studiavano molto l’effetto della luce e del colore.

Tutti gli allievi del Barocci avevano impiantato botteghe stret­tamente legate all’attività del Maestro ed è per questo che sorsero numerose botteghe satelliti.

Per comprendere meglio questo metodo adottato dal Viviani nel riutilizzo dei cartoni barocceschi e per avere in mente la sua considerazione per cui era tenuto come pittore, si possono citare ad esempio gli affreschi con Storie della Genesi eseguiti dal Vi­viani e dalla sua bottega, nel 1612-1613, nel Palazzo Sforza di Santafiora (poi inglobato in Palazzo Barberini a Roma).

Roma. Palazzo Barberini.

Storie di Giacobbe (1612). A. Viviani


[1] Alcuni di questi disegni e schizzi eseguiti dal Barocci e riutilizzati dal Viviani - compresi quelli di mano di quest’ultimo - sono ben visibili al Museo del Palazzo Ducale di Urbania nella collezione Ubaldini. Un altro consistente gruppo di disegni della collezione Viviani è presso la Galleria Nazionale delle Marche in Urbino, ereditato dai discendenti diretti dell’artista. Altri disegni vivianeschi sono a Firenze, catalogati tra i Disegni e le Stampe degli Uffizi.

 Il duca Alessandro Sforza, poco prima della vendita del suo Palazzo ai Barberini nel 1625, indica di aver speso 17.000 scudi nella costruzione del Palazzo e di aver pagato la somma ragguar­devole di 1.500 scudi al Viviani ed ai suoi aiutanti di bottega per le pitture.

Si tratta di un dato interessante che ci indica il livello di pro­fessionalità e di prestigio del pittore quando egli era richiesto dai più importanti committenti romani. Il pittore era già stato infatti impegnato nei lavori al Vaticano e al Quirinale come nella deco­razione della Sala dei Palafrenieri del Palazzo Apostolico e nel salone dell’Archivio Segreto Vaticano.

Viviani risulta quindi inserito nella società artistica della città papale, dotato di una personalità pienamente riconoscibile nella quale è evidente una completa padronanza tecnico-pittorica ed una raggiunta personalità espressiva.

Inoltre egli è una testimonianza di una coscienza critica assai attenta ai tormenti della società artistica contemporanea e si inserisce in un discorso di ricerca comune in quegli anni agli artisti più aggiornati. Un esempio ne è il trionfo di papa Paolo V in cui l’artista sembra ispirarsi ai moduli e agli audaci scorci e sfondati a cielo aperto del Correggio (1489-1534), palesati anche negli ultimi anni della sua vita nelle chiese di San Paterniano e di San Pietro in Valle a Fano.

 

DESCRIZIONE DEGLI AFFRESCHI

Il ciclo di affreschi recuperati dal restauro de “Il Compasso” di Michele Papi di Urbino nella cripta di S. Domenico a Cagli e inau­gurata nel giugno del 2001, conferma senza dubbio, secondo Lo­renza Mochi-Onori, l’attribuzione tradizionale ad Antonio Viviani ed alla sua bottega; lei stessa in uno scritto del 2009 ne ricostruisce la trama nelle citazioni iconografiche del repertorio figurativo, offrendo in modo inedito i termini cronologici in cui sono stati eseguiti e indicando le precise derivazioni dal Barocci. Gliaffreschi sono stati datati tra gli anni 1597-1605

Il restauro ha portato alla luce il colore rossiccio originale e le pitture sono state solo ripulite dall’intonaco.

La colorazione accesa e baroccesca può essere giustificata dalla conservazione sotto l’intonaco e dal fatto che l’illuminazione nella cripta, al periodo in cui sono stati eseguiti gli affreschi, non era forte come ora; per cui le figure dovevano essere ben distinguibili, inoltre Viviani, come dice il suo biografo Mancini, aveva una grande facilità di colore.

Qualche altro critico aggiunge che questa colorazione così ac­cesa potrebbe essere eseguita rifacendosi in un certo qual modo al tardo Manierismo, stile che ancora circolava nella zona del Montefeltro e nelle Marche.

Si distinguono:

1)        L’Annunciazione

2)        La Circoncisione (con lo stemma dei Berardi)

3)        La Natività

4)        La Visitazione

5)        L’Incoronazione della Vergine.


L’Annunciazione

La datazione fra la fine degli anni ’90 del Cinquecento e i primi anni del 1600 si accorda bene con l’Annunciazione e la Circoncisione perché si possono riferire ad un periodo non troppo lontano alle attività del Viviani nei cantieri sistini a Roma. Forse l’Annunciazione è del 1600.

Cagli. Cripta della chiesa di San Domenico.

Annunciazione (1597-1605).A. Viviani

L’Annunciazione si può dire sia rimasta più delle altre in buono stato.

Osservandola, notiamo che la figura del Dio Padre Benedi­cente con gli angioletti attorno è proprio la figura tipica che il Vi­viani riprenderà in altre occasioni con qualche variante, come nel 1610 nella tela Dio Padre benedicente tra gli angeli per la Chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami a Roma. Inoltre, le figure dei putti dipinti nella parte alta fuori cornice hanno un rapporto con la decorazione commissionata al pittore dal cardinale Altemps nel 1595 per l’anticamera della sua stanza nel suo palazzo a Roma: un piccolo ambiente con un fregio a grottesche e paesaggi aventi il tema delle quattro stagioni.


Roma. Palazzo Altemps.  

Particolari dei putti nella lunetta della loggia (1595). A. Viviani.

Dal punto di vista stilistico si può fare un confronto con la pala dell’Annunciazione - con lo stesso soggetto - nell’Oratorio del Gonfalone a Fabriano, i cui pagamenti sono del 1600.

Potremmo anche dire che lo schema dell’Annunciazione è ri­preso dai modelli della pittura controriformista e tutti gli affre­schi hanno quindi un tocco devozionale con l’esigenza di dare valore ai cardini della religione cristiana tornando alle origini del Vangelo.

La Circoncisione

La Circoncisione avveniva ed era richiesta dalla Legge mosaica (ebraica) come testimonianza della fedeltà al patto con Dio.[1]



[1] Secondo la iconografia cristiana, l’evento è sempre ambientato nel tempio e di solito Gesù è tra le braccia di Maria accanto alla quale appare il sacerdote del tempio addetto a tale compito, con in mano un coltello che ha appena tolto da un vassoio.

 

Cagli. Cripta della chiesa di San Domenico.

Circoncisione (1597-1605). A. Viviani

Avveniva otto giorni dalla nascita e consisteva in un pic­colo taglio nel prepuzio (nel glande) per assicurare la virilità. Po­teva essere praticata dai genitori o da un sacerdote del tempio, addetto a tale compito.

Cagli. Cripta della chiesa di San Domenico. 

Circoncisione. Particolare dello stemma della famiglia Berardi (1597-1605) A. Viviani

La presenza dello stemma della nobile famiglia cagliese Berardi, in basso e fuori cornice (ghepardo rampante a mezzo busto e le tre bande sotto), ci potrebbe indicare la datazione di questo affresco del Viviani, poco dopo gli anni ’90 del ‘500, quando i nobili Berardi commissionarono a Federico Barocci ed alla sua bottega nel 1590 la pala di altare: “La Vergine col Bambino e i Santi Geronzio, M. Maddalena e i donatori” per la chiesa di S. Francesco in Cagli.[1]

Roma. Pio Sodalizio dei Piceni. 

La Vergine col Bambino e i Santi Geronzio, Maria Maddalena e i donatori (1590). 

Bottega del Barocci. (Già a Cagli nella chiesa di San Francesco)

L’affresco della Circoncisione riprende gli schemi tardo riformisti e devozionali di un’altra commissione del Viviani a Roma che esegue assieme ad un pittore marchigiano, l’anconitano Andrea Lilli in S. Girolamo dei Croati nel 1590-91. Un particolare quasi analogo è la figura del putto in primo piano che indica la scena.

Si nota inoltre che la “portatrice d’acqua” sulla destra è una chiara citazione di Raffaello (ripresa poi anche dal Barocci) dallo Incendio di Borgo delle Stanze Vaticane, un periodo quindi non troppo lontano alle attività del Viviani nei cantieri sistini. Nelle figure in basso (es. quella che si appoggia al cippo) si nota un certo manierismo.

La Natività 

La data più precisa degli affreschi è stabilita dalla raffigu­razione della Natività che è anche l’affresco più rovinato.

Cagli. Cripta della chiesa di San Domenico.

Natività (dopo il 1597). A. Viviani



[1] Questa pittura su tela, ritenuta di gran pregio ed attri­buita dai Commissari napoleonici Boccolari e Santi “opera cele­berrima di Federico Barocci”, verrà requisita nel 1811 per una nuova destinazione presso la Pinacoteca di Brera; in seguito verrà riconsegnata dai Delegati Pontifici ai proprietari Felici di Urbino, ma poco dopo rivenduta dagli eredi Giunchi-Felici, al Pio Sodalizio dei Piceni in sede a Roma in Via Parioni, ove ancor oggi si trova.

Quest’opera, di origine cagliese, recentemente studiata da altri critici d’arte, è stata attribuita alla Bottega del Barocci.

E’ una data “post quem” perché la pittura è ripresa dalla famosa tela di F. Barocci conservata al Museo del Prado a Madrid.

I pagamenti al Barocci di quest’opera risalgono infatti al 16 agosto 1597, come risulta dalla contabilità del duca Francesco Maria II della Rovere.

Madrid. Museo del Prado. 
Natività (1597). F. Barocci.

L’opera fu donata alla regina di Spagna, come ricorda il Bellori, e il dono fu inviato nel marzo 1605. Quindi fino a questa data Viviani aveva potuto studiare l’opera perché lui aveva libero accesso ai disegni del Barocci.

La Visitazione

L’affresco della Visitazione ha un’apertura sul Palazzo Ducale di Urbino (tema ripetuto molto dal Barocci, ma anche dal Viviani).

Cagli. Cripta della chiesa di San Domenico. 
Visitazione (dopo il 1597). A. Viviani

E’ una perfetta e puntuale ripresa della famosissima pala dello stesso Barocci nella “Chiesa Nuova” ovvero Santa Maria in Vallicella a Roma: importante chiesa degli oratoriani di S. Filippo Neri, chiesa voluta dallo stesso S. Filippo e dove riposa il cardinale Baronio, discepolo di S. Filippo e committente del Viviani.

Roma. Chiesa di Santa Maria in Vallicella. 
Visitazione (1586). F. Barocci.

Questa pala del Barocci fu messa in opera nel 1586. E’ noto che il cartone rimase nello studio del Barocci dove restò anche dopo la sua morte (1620) ed era quindi a disposizione degli allievi; così si spiega ancor meglio l’utilizzo che ne fa Viviani.

Il Vecchio che nella Visitazione del Viviani porta i doni è S. Giuseppe.


Cagli. Cripta della chiesa di San Domenico. 
Visitazione. Particolare con San Giuseppe (dopo il 1597). A. Viviani

L’Incoronazione della Vergine 

Dice la nostra critica d’arte L. Mochi-Onori in un saggio sugli affreschi della cripta di S. Domenico che la pittura della In­coronazione della Vergine è stata la più difficile per la sua indivi­duazione circa il riscontro con il Barocci e specifica: “... si vedeva comunque che doveva derivare da un suo modello, ma non si ca­piva quale fosse”.

Cagli. Cripta della chiesa di San Domenico. 
Incoronazione della Vergine (1597-1605). A. Viviani

Il volto bellissimo della Madonna ha infatti numerose ed immediate somiglianze con diverse opere del Barocci: dalla Ma­donna del Riposo della fuga in Egitto dei Musei Vaticani a quella della chiesa di S. Stefano a Piobbico, nonché al volto dell’Annunciazione già a Loreto e ora ai Musei Vaticani, o a quella della Madonna del Gatto nella National Gallery di Londra, fino alla Madonna del Rosario di Senigallia.[1]



[1] È da sottolineare la rassomiglianza del viso dolce di questa Madonna con quello del dipinto della Annunciazione che si trova nel Duomo di Cagli e recentemente attribuito dalla critica d’arte Bonita Cleri ad Alessandro Vitali, altro discepolo e collaboratore di Federico Barocci.

 


Cagli. Cripta della chiesa di S. Domenico.
Particolare dell’Incoronazione della Vergine. (1597-1605). A Viviani

Tuttavia un riferimento più preciso sembrerebbe il di­pinto del Barocci del 1585-90 già conservato nella chiesa dei Cappuccini a Fossombrone, studiato negli anni ’60 dal critico Harald Olsen (Copenaghen 1962). Si tratta della Madonna col Bambino e SS Giovanni Battista e Francesco.

Il Bellori fin dal 1672 lo ricorda come il quadro della Vergine sopra una nube e sotto San Giovanni Battista e San Francesco inginocchiati, collocato sull’altare maggiore della sopraddetta città.

Il dipinto durante le spoliazioni napoleoniche fu portato a Brera il 10 giugno 1811 e da qui nella chiesa di Lentate sul Seveso (Milano), ma poi risultò disperso. Venne in seguito ritrovato ed attualmente è esposto a Brera. Gianni Papi nel 2002 conferma la sua identità.

Lorenza Mochi-Onori ci dice che c’è un’incisione del Barocci studiata già nel 1912 dal tedesco Rudolf Henrich Krommes e poi da altri come Olsen e Andrea Emiliani, intitolata Madonna col Bambino nelle nuvole che riprende la Madonna del dipinto di Fossombrone; la sua tipologia appare molto vicina alla Madonna del nostro affresco con L’Incoronazione della Vergine.

Milano, Pinacoteca di Brera 

Madonna tra le nuvole e i Santi Francesco e Giovanni Battista (1585-1590). F. Barocci


Bologna. Pinacoteca Nazionale. 
Madonna sulle nuvole. Stampa. (1580). F.Barocci

 Quindi la ripresa del Viviani anche in questo caso potrebbe essere avvenuta dai disegni della stessa opera del Barocci: è una riutilizzazione di figure.

Antonio Viviani è stato anche uno stuccatore ed in queste decorazioni fuori quadro, sembra abbia riportato l’idea dello stucco sostituendolo con decorazioni a pittura.[1] E’ un consueto repertorio di cartelle, putti e festoni che forniscono l’intelaiatura normale per l’inserimento dei dipinti descritti.[2]

A Fano, nella chiesa barocca di S. Paterniano Viviani affresca tra il 1617 e il 1718 un giro di putti nel catino della Cappella del Patrono in cui la matrice correggesca è dominante.

Viviani torna definitivamente in Urbino negli ultimi anni della sua vita e a Fano è impegnato nella importante decorazione (forse ultima fatica documentata) della chiesa di S. Pietro in Valle, dove nel 1620 affresca la Gloria di San Pietro in cui la luce è la protagonista assoluta in uno sfondato di nuvole e angeli, portando alla piena maturità i modelli decorativi che integrano affreschi e stucchi, tipici della sua produzione.

Dello stesso artista, in Urbino, sono da ricordare inoltre gli affreschi nella Cappella del SS Sacramento - cappella strettamente legata alla devozione dei Duchi di Urbino - , nella chiesa di S. Francesco di Paola, nell’Oratorio della Visitazione in S. Chiara fuori le Mura, nella chiesa di S. Donato e nel già citato Oratorio della SS. Annunziata con volta strombata quasi ad imbuto.

A Pergola ricordiamo gli affreschi nella chiesa di S. Francesco e a Castelleone di Suasa, nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo, c’è una bellissima Annunciazione.

 



[1] Il critico d’arte Pietro Zampetti ci suggerisce che l’ornamento delle pitture potrebbe attribuirsi ad un altro allievo – collaboratore dello stuccatore Federico Brandani e cioè a Marcello Sparti di Urbino.

 

[2] Possiamo anche rammentare che l’affresco nella lunetta del vecchio portale del Duomo di Cagli, quello in Via del Corso (dipinto a tempera e per questo assai deteriorato) sembra essere attribuito a Ludovico Viviani, fratello di Antonio, del quale esiste ben scarsa conoscenza, ma anche lui presente nei tardi cantieri.

Urbino. Oratorio della SantissimaAnnunziata (1581). A.Viviani


 

 CONCLUSIONE 

Il motivo della scelta circa l’argomento da trattare nella mia lezione per l’Unilit di Cagli è dovuto al fatto che pochissimi Cagliesi conoscono le pitture ad affresco della cripta di S. Dome­nico, né l’autore. Si tratta del pittore Antonio Viviani detto il Sordo di Urbino.

La ricerca delle notizie su questo personaggio è stata per me impegnativa, ma poi è risultata sorprendente e molto inte­ressante; mi ha riempito di entusiasmo che in qualche modo cer­cherò di trasmettere attraverso la mia visita guidata.

Dal 1994 sono conduttrice di visite turistiche guidate alla città di Cagli e dintorni per conto della locale Proloco.

Nello stesso periodo è nata la sede della Unilit di Cagli (Università Libera della Terza Età) e da allora sono “docente” con circa quaranta lezioni-guida durante gli Anni Accademici, per la conoscenza del nostro territorio; diverse lezioni sono state do­cumentate dalla pubblicazione di piccoli saggi da me scritti.

Dal 1988 sono incaricata dal FAI come guida turistica lo­cale nelle consuete “Giornate di Primavera” che si svolgono tutti gli anni nel mese di Marzo.

Confesso che fino ad ora non avevo mai avuto l’occasione di approfondire le mie conoscenze sul pittore Antonio Viviani di Urbino, pittore appena sfiorato dalla storia che ha cantato con amore, con semplicità e talento appassionato la sua ammirevole dipendenza nei confronti del Barocci. Egli tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600 ha operato in Cagli, in diverse città del circondario e della Regione, ma soprattutto a Roma su commissioni di altis­simo livello.

Mi ha colpito la sua personalità e la sua umiltà come uomo e il suo modo di procedere come artista. Era l’allievo più importante del famoso pittore Federico Barocci di Urbino e come tale fu il miglior interprete della sua arte, “quello che più degli al­tri teneva alla sua maniera”, quindi anche il suo principale propa­gatore.

A quel tempo era consuetudine ed un privilegio poter at­tingere ad una ragguardevole “Bottega” attraverso disegni e boz­zetti e riproporre un’arte altrettanto personalizzata, qualificando un territorio.

Pertanto ho voluto fare un po’ di chiarezza con le mie ricerche in questo spaccato di storia dell’arte locale, non da tutti noto.

 Tra le tante opere d’arte della nostra antica città, più o meno conosciute dai cittadini cagliesi e dai turisti, sono da considerarsi tali ed interessanti anche quelle che all’apparenza sembrano “minori”, ma sono ugualmente importanti perché ci aiutano ad amare ed apprezzare ancor più la nostra città.

Inoltre, palesando i nostri sentimenti, stimolando l’interesse e la curiosità su tutto ciò che ci circonda, potremmo aumentare la conoscenza e l’approfondimento di quel patrimonio culturale che ci appartiene e che dovremmo conservare e saper porgere anche alle nuove generazioni.

E’ questo il mio intento e il mio augurio, perciò dedico volentieri la mia lezione-guida e quanto soprascritto ai tutti i miei cari concittadini.


RINGRAZIAMENTI

Il primo ringraziamento va al mio grande amico di famiglia e dell’Unilit di Cagli, dott. medico dentista Gianluca Raggi, nostro sostenitore da tempo. Egli, convinto dell’apporto sociale e culturale delle nostre attività, è presente in modo concreto alle nostre iniziative e per questo di cuore va a lui la mia riconoscenza personale e quella dell’Unilit locale.

Pari vivi ringraziamenti vanno a Lucio Palazzetti dell’Unilit di Cagli per la sua paziente, consueta e costante collaborazione editoriale e fotografica. E’ la nostra “persona indispensabile” dell’Unilit.

Ringrazio sentitamente la dott.ssa Lorenza Mochi-Onori, già Sopraintendente ai Beni Artistici di Urbino e delle Marche nonché critica d’arte, per avermi generosamente fornito il prezioso e inedito materiale di studio sulla Cripta di S. Domenico.

Un ringraziamento va a Martha Lisibach Urbinati e alla sua amica Elena Popa per la gentile e precisa trascrizione del mio manoscritto.

Un grazie ad Adriano Gamberini per avermi permesso la riproduzione della sua foto artistica sulla Cripta di S. Domenico.

Grazie di cuore a mia nipote Lavinia Paioncini per avermi fotografato il “Cenotafio” di Michelangelo Nanni nella chiesa di S. Sabina in Roma.

Cagli, 8 maggio 2019 

Tersicore Paioncini


BIBLIOGRAFIA

 

Arseni Carlo,  Immagini di Cagli , Grafiche Calosci, Cortona, 1989

Autori vari, Nel segno di Barocci, Banca Marche Spa, Jesi, 2005

Autori vari, Federico Barocci 1535-1612. L’Incanto del colore. Una lezione per due secoli. Silvana Editoriale 2009

Cleri Bonita – Giardini Claudio, L’Arte conquistata, Articoli Editore, Modena, 2003

James Hall, Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, Longanesi, 2001

Mazzacchera Alberto, Il Forestiere in Cagli, copyright Associazione Proloco Cagli, 1997

Mazzacchera Alberto, Catria e Nerone, un itinerario da scoprire, Comunità Montana del Catria e del Nerone, Melchiorri, Pesaro, 1990

Mochi-Onori Lorenza, Antonio Viviani, detto il Sordo di Urbino: Gli affreschi della Cripta di San Domenico a Cagli, in “Art d’Orient et d’Occident: Mélanges offerts à Ermina Gentile Ortona”, Parigi, 2009

Palazzini Giuseppe – Palazzini Pietro – Paleani Ernesto, Pievi, parrocchie, chiese, oratori nella Diocesi storica di Cagli dalle origini ai nostri giorni, Ernesto Paleani Editore, 2000 

Palazzini Giuseppe, Le chiese di Cagli, Libreria Editrice della Pontificia Università Lateranense, Roma, 1968

Russomanno Ubaldo, La R. Scuola d’Arte applicata all’industria “Gaetano Lapis” di Cagli, Felice Le Monier, Firenze, MCMXLII-XX

Tarducci sac. Antonio, Dizionarietto biografico cagliese, casa editrice A. Balloni, Cagli,1909  

 

 


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