Quanto segue è la trascrizione della conferenza tenuta da Salvatore Frigerio, ma non rivista dallo stesso. Pertanto si chiede al lettore di tenerne conto, cogliendo il messaggio che viene comunicato, al di là delle forme e delle modalità con le quali esso è stato trasmesso. In una trascrizione non è possibile infatti rendere il tono della voce, la gestualità, le espressioni di colui che parla, inoltre alcune espressioni possono essere facilmente fraintese da chi trascrive il testo.
Trasposizione da audio/registrazione compiuta da Silvio e amici di Monte Giove - Fano.
Si tenga anche presente che lingua parlata è diversa dalla scritta, la punteggiatura è stata posizionata ad orecchio; i punti in cui la registrazione è incomprensibile sono indicati così: (.?.).
Buona sera, grazie della vostra pazienza che
mi offrite sempre. Non è certo facile nell’arco di una relazione percorrere il
cammino biblico che racconta l’azione educativa di Dio, il Dio d’Israele nei
confronti del suo popolo. Metto sempre il verbo “raccontare” (tra virgolette)
perché abbiamo già detto tante altre volte che la bibbia non ci dà
assolutamente dei trattati, definizioni, ma ci “racconta” perché è un libro non
filosofico, ma esistenziale. Si tratta del racconto di un Dio che è saldamente
fedele all’uomo, nonostante l’uomo. Possiamo già vederne il segno in Osea cap.
11 “Io tendo continuamente le mani ad un
popolo che non le vuole afferrare” però lui le tende continuamente. È il
racconto di un Dio irriducibilmente e provocatoriamente paziente nei confronti
dell’uomo, che è lento ad accettare di essere amato e salvato; di un Dio
maestro paziente. Pietro nella sua
seconda lettera ci dice che Dio è paziente e attende affinché tutti si possano
salvare. Non è il Dio che se sbagliamo ci punisce, queste sono invenzioni
pretesche, ma è un Dio che quando sbagliamo si mette in attesa che capiamo di
aver sbagliato; questa è la sua pedagogia, farci crescere, avere la pazienza di
rispettarci anche nel nostro errore, affinché diventiamo adulti, anche se
moriamo a 120 anni abbiamo sempre tempo di diventare ulteriormente adulti. Questo
Dio paziente che, nonostante le manchevolezze e le ricadute proprie della
fragilità umana, torna senza soste ad interpellare l’uomo, ogni uomo e tutto un
popolo nel segreto del cuore. Un Dio maestro amorevole e al contempo sommamente
rispettoso delle scelte personali e sociali: volete sbagliare, fatelo! A Dio
non interessano i nostri peccati, interessa che ce ne rendiamo conto. Dobbiamo
rovesciare molto delle nostre categorie religiose, di fronte alla Scrittura.
Significativo è il cantico di Mosè che
troviamo in Deuteronomio 32,10) “Egli,
parla del Santo, il Kadosh, Dio, lo trovò
in terra deserta, in una landa d’ululati e di desolazione, lo educò, ne ebbe
cura, lo allevò, possiamo tradurre dall’ebraico anche lo circondò, lo custodì come pupilla dei suoi occhi. 11) Come aquila che veglia la sua nidiata, che
vola sopra i suoi nati, Egli spiegò le sue ali e lo prese, lo sollevò sulle sue
ali, 12) Il Signore lo guidò da solo non c’era con Lui alcun dio straniero”. L’azione educativa come quella di Dio,
comporta dei momenti di rottura con il passato; l’uscita dalla terra deserta,
dalla landa di ululati solitari, si compie attraverso una crescita progressiva,
propiziata da gesti di attenzione e di amore: Lo educò, ne ebbe cura, lo custodì (o meglio dicevo) lo circondò; comporta una profonda
elevazione dello spirito: Lo sollevò
sulle sue ali; esige una fiducia assoluta e incondizionata: Lo guidò da solo, non c’era con Lui alcun
dio straniero. Tutti i libri del Primo
Testamento registrano e meditano il
rapporto drammatico tra Dio fedele, appassionatamente misericordioso, viscerale
(la misericordia in ebraico parla di visceralità, poi ritorneremo su questo
termine) nei confronti del suo popolo, dell’Israele dalla dura cervice e sclerocardico.
Quando noi traduciamo durezza di cuore, il greco traduce esattamente l’ebraico
e dice: sclerocardia, cioè sclerosi della coscienza, coscienze sclerotizzate.
Questo Dio sempre tentato dalle idolatrie circostanti, che scatenano la gelosia
del Dio fedele alla promessa. Le grandi gelosie di Dio, che è fedele alla
promessa, mentre le nostre sclerocardie costituiscono un processo educativo
irto di difficoltà, di resistenze, di scontri, di rifiuti, di atteggiamenti
religiosi ipocriti[È questa la cosa che dà più fastidio a Gesù Cristo], ma
anche di abbandoni sinceri, di liberazioni esaltanti, di episodi che segnano
autentici salti antropologici per la storia umana, salti sofferti ma vissuti in
piena fiducia nella presenza operante del Santo. Ci sono salti antropologici
straordinari e nella storia di Abramo e nella storia dell’esodo Babilonese di
cui abbiamo parlato la volta scorsa.
Lungo sarebbe il documentarli tutti, perché
richiederebbe la lettura di tutto il Primo
Testamento. Basti pensare a Isaia
cap. 1,2 contrapposto a 49, perché nei profeti troviamo costantemente questo
scontrarsi tra una situazione e l’altra. In Isaia 1,2 si dice: ma dov’è il mio popolo? 3) persino l’asino
riconosce la greppia del suo padrone e il bue ne riconosce la voce e voi non mi
riconoscete. Tra l’altro è il motivo per cui nel presepio è stato posto
l’asino e il bue, che non sono lì per scaldare il bambino (le nostre favole),
ma sono lì per rimproverarci. L’asino e il bue lo riconoscono e noi no! è esattamente il secondo versetto
dell’apertura del libro di Isaia; andate a cercarlo, andate a vederlo.
Poi il cap. 49,15 ma può una madre dimenticare suo figlio? Certo non lo può, perché come
la madre non può dimenticare il figlio Io non posso, anche se lo potesse Io
non lo posso 16) perché il tuo nome è
tatuato sul palmo della mia mano e mi sta sempre davanti. Il rimprovero
dell’asino e del bue che lo riconoscono e tu no! ma Io ti porto tatuato sulla mia mano. Abbiamo molte di queste
contrapposizioni, in Geremia 2,7 contrapposto a 31; in Osea 4, contrapposto a 6
e così via. Potremmo leggerne moltissime, potete voi andare a cercare perché la
bibbia va letta, scavata; veramente è qualcosa che dobbiamo guardare come si
scavano le pietre preziose e queste che io vi dico sono soltanto alcune pagine,
che possono riassumere la straordinaria alternanza del rapporto tra il Santo e
il suo popolo.
La pedagogia del Santo appare evidente nel
lasciare che il popolo faccia le sue scelte e solo poi ne capisca la positività
o negatività dai risultati. Ripeto: a Dio non interessa che sbagliamo,
interessa che capiamo di aver sbagliato dalle conseguenze delle nostre scelte;
dopo aver fatto quelle scelte dobbiamo avere la capacità di rileggere le scelte
fatte e capire se erano positive o negative. Questo vuol dire crescere, vuol
dire mettersi in discussione continuamente, questo è gradito a Lui, che noi
prendiamo consapevolezza. Anche questo ci aiuta a capire la bibbia, che è un
libro scritto dopo, cioè solo quando le conseguenze hanno fatto capire il
valore o il disvalore delle scelte fatte. Per questo ho ricordato sopra il
rispetto da parte del Santo delle scelte d’Israele e la pazienza anche se
appassionata attesa, della loro comprensione e giudizio da parte di un popolo
la cui cultura teocentrica, leggerà i risultati positivi come premio e quelli
negativi come castigo di Dio (ma ce li siamo procurati noi). È chiaro che in
Israel tutto è riferito a Dio, se Dio mi ha castigato è perché ho sbagliato. No!
Sei tu che ti sei castigato, perché hai fatto scelte sbagliate: la scelta è tua,
sei tu responsabile della scelta fatta. Noi avevamo sempre l’alibi religioso di
incolpare Dio dei nostri errori, incolpare Dio degli sbagli che avevamo fatto
noi. È un alibi religioso molto pericoloso pretendere che Dio faccia quello che noi
vogliamo che facesse.
Il Nuovo Testamento ci apre invece nuovi orizzonti sul volto del Padre e la
sua pedagogia è fondata sulla visceralità = la misericordia; noi traduciamo
misericordia con una valenza abbastanza paternalistica: non capisce niente. Invece
in ebraico misericordia viene da rahamim che significa “viscere e utero”,
la visceralità di Dio, Dio che è Padre e Madre. Questa misericordia è resa
promotrice del perdono. A questo proposito voglio esaminare con voi due testi
evangelici fortemente significativi, il primo è in Luca 15 e il secondo in Luca
24, perché il vangelo di Luca è detto il vangelo della misericordia di Dio,
oltre ad essere il vangelo dei poveri e il vangelo delle donne. Vediamo Luca 15, 1-32 il brano che chiamiamo
in modo non esatto la parabola del
figliol prodigo, che è un grosso errore, è la parabola del Padre
misericordioso. Ora il teologo J. Jeremias scrive che i vangeli sono i
racconti della passione preceduti da un’ampia introduzione. La stessa
resurrezione ha permesso alla comunità primitiva di comprendere, finalmente, la
passione come luogo privilegiato in cui l’amore, la misericordia di Dio, si è
manifestato. Abbiamo celebrato ieri la Signoria di Cristo sull’universo, ma è una
Signoria rivelata nel modo più scandaloso e inaccettabile possibile, perché
nessuna religione accetta la Kenosis ,
la demolizione di Dio sulla croce. Nessuna religione e anche la nostra fa
fatica ad accettarla, indora molto la pillola; ma la nostra fede, non la nostra
religione, ma la nostra fede nasce da uno scandalo teologico, da un vero
scandalo teologico, la scarnificazione di Dio sulla croce. Ripeto: nessuna
religione può accettare questo e anche la nostra fa fatica ad accettarla. Certe
croce d’oro appese al collo …. .
Ciò basta per
spiegare come la passione del Cristo sia stata ricordata non solo in alcuni
aspetti salienti, ma anche nei particolari minuti ed è su questo che si fermano
gli apostoli, gli scrittori dei vangeli, gli agiografi, è su questo che si fermano.
I primi cristiani vivevano una meraviglia quasi incredula, fatta di profondo
stupore, Dio ci ha amati fino a questo punto! Ora proprio questo punto è il
culmine che rende compiuto tutto l’insegnamento di Gesù, che è raccolto, come
dicevo prima nell’ampia introduzione. Ma se Cristo non fosse morto e poi
risorto, tutto quello che c’era prima sarebbe semplicemente l’avventura di uno
dei tanti predicatori che percorrevano le strade di Israele in quegli
anni. Sul patibolo, alla porta di
Gerusalemme, si è compiuto lo scandalo teologico, luogo privilegiato in cui Dio
si è rivelato nella sua natura profonda, l’Agape e nella sua forza
vittoriosa, la dinamis che salva. Dinamis che noi traduciamo gloria,
ma la gloria non è la gloria del Bernini, con le luci accese e con i fulmini
attorno. La gloria è il kabot ebraico, il peso specifico di Dio nella
storia, quanto Dio conta nella storia, quanto pesa nel senso di quanto importa,
di quanto emerge Dio dentro la storia e quindi la sua forza vittoriosa. È lo
scandalo che mette in gioco il modo di concepire Dio e la sua azione salvifica,
cioè il suo modo di modellare il nuovo adam, la nuova persona, la nuova
umanità: adam non è un maschietto, ma è il venuto dalla madre terra, cioè
l’umanità intera. Momento fondamentale di questa rivelazione è 15 di Luca con
le tre parabole : il pastore buono che va a cercare la pecora, l’unica
pecora perduta; la donna povera che ha perduto la moneta, le è caduta in
terra la moneta e deve buttar per aria tutta la casa. [ perché non aveva le
piastrelle con la cera, ma pietre accostate e per trovare ciò che cadeva negli
interspazi si doveva smontare casa]; poi il Padre misericordioso.
Nella parabola del Padre misericordioso l’insegnamento di
Gesù ci consegna il compendio più alto della pedagogia o teologia della
misericordia del Padre, che nella croce trova il suo adempimento. Infatti alla
richiesta del figlio di avere la sua parte di eredità il testo dice: 15,11 Allora il Padre divise tra loro la vita,
noi traduciamo che divise le sostanze, i beni, ma il greco dice bion, bios che significa la vita,
non il portafoglio, il Padre divide tra loro la propria vita. La prima
considerazione da farsi è che la misericordia di Dio si sperimenta nella
condizione di peccato, nella condizione di bisogno di perdono. L’esperienza del
male è amara e spogliante, lontano dalla casa del Padre, cioè nello sperpero
della condizione di vita (il figlio ha sperperato la sua vita, quella vita che
il Padre gli ha consegnato), sperperò la vita non i beni. In questa
condizione di sperpero della vita, l’uomo sperimenta la miseria più completa,
perché perde tutto. Dice l’evangelista: scialacquò
tutto il suo patrimonio vivendo da dissoluto, se siamo coerenti: scialacquò
tutta la sua vita; perde la propria
terra, va in terra lontana, perde la casa, se ne andò; perde l’identità di
uomo libero, diventa guardiano di porci non suoi, cioè si vende; è il vuoto
assoluto e soprattutto si deforma dentro di lui l’immagine di Dio, difatti
dice: ritornerò e chiederò perdono, gli
dirò: trattami come uno dei tuoi servi. Non ha capito niente di suo Padre.
Ciò significa che lo sperperatore è convinto di trovare al ritorno un Padre
adirato, si avvia verso casa con la disposizione di spirito di chi deve
accettare il castigo meritato. Ma quante volte abbiamo detto: stai attento
perché Dio non paga solo il sabato. Questo Dio insopportabile, pronto solo a
punirci, anche se sbagliamo a starnutire, non c’è nulla di cristiano in questo,
nulla di cristiano. Il suo stato d’animo è simile a quello dei protagonisti
dell’eden, i quali consumata la disobbedienza si chiedono che cosa penserà Dio
di noi? E vanno a nascondersi. La paura di Dio! Ma la paura di Dio è il primo e
più deleterio effetto del peccato e purtroppo è una falsa visione religiosa,
troppo a lungo prevalsa anche nella nostra Chiesa. La paura di Dio, quel timore
di Dio che è diventato, non amore, ma paura, perché il timore di Dio nella
Scrittura è atteggiamento di ogni innamorato che ha paura di non essere
all’altezza dell’amore che riceve dall’altro. Il timore di non essere capaci di
rispondere all’amore che si riceve, noi l’abbiamo trasformato in paura. È la
stessa paura di questo figlio che si chiede: come mi discolperò e prepara il
discorso da fare al Padre per prevenirne l’ira e mitigarla: mettiamo le mani
avanti!
Ma quando arriva
trova il Padre che lo aspetta da sempre e badate che la parola Padre accompagna
per ben sette volte il suo cammino di ritorno, andate a rileggerlo: andrò da
mio Padre…, nella casa di mio Padre…, dirò a mio Padre…Però non riesce ancora
ad accorgersi dell’atteggiamento del Padre, c’è sempre questo: chissà cosa mi
farà o cosa mi dirà. Allora quando arriva comincia a recitare il discorso che
aveva preparato [l’atto di dolore], non si accorge che il Padre gli sta facendo
festa. Perché? Perché ha deformato in sé l’immagine del Padre, un Dio punitivo
che è la deformazione della sua immagine. Abbiamo deformato da pagani
l’immagine di Dio. Tale deformazione è originata dal peccato, cioè dalla nostra
incapacità di amare. Infatti nessun ripensamento iniziale, non dice mi manca
l’amore del Padre, ma: non ho più nulla da mangiare, quindi torno dove non mi
manca niente. Ritorna perché ha fame, non perché ama. Il medesimo malinteso è
presente in ogni uomo che fa l’esperienza del peccato. Badate il peccato,
noi parliamo di peccati, ma il peccato è uno solo nella Scrittura, è la pretesa
di essere autonomi, la non accettazione della nostra debolezza, la non
accettazione del nostro limite, della nostra contingenza, per cui ci autodefiniamo
autonomi da Dio, non abbiamo più bisogno di Lui, l’auto -idolatria, sentirsi
padroni del mondo, di tante cose e di tanti altri. Questo è il peccato, che è
appunto la sclerocardia. Il dramma della
colpa non consiste nella ribellione a Dio, ma nel fatto che alla radice di
tutto questo c’è un misconoscimento di chi è il Padre: non ho bisogno di te,
della tua paternità, volendo immaginarlo come un despota severo che per il
ritorno chiede la contropartita di una umiliante confessione del proprio
peccato: bisogna che mi umilio perché Lui mi perdoni.
Io capisco di aver
sbagliato perché Lui mi perdona, perché Lui mi ama, allora capisco di non saper
rispondere sufficientemente a quest’amore. L’uomo è diventato incapace di
intendere il ritorno come la scoperta di un essere sconosciuto, cioè il cuore
del Padre che ama e perciò attende. Dio è paziente e attende perché non vuole
che alcuno perisca, ma che tutti giungano alla conversione. Seconda lettera di
Pietro, 3,9(sto leggendo la
Scrittura che noi abbiamo messo da parte): Dio è paziente e attende perché non vuole
che alcuno perisca, ma che tutti giungano alla conversione alla salvezza. Allora sarà l’iniziativa del Padre a partire
prima, in questa splendida parabola del Signore, perché l’uomo ricuperi il vero
volto di Dio. La misericordia è l’assurdo atteggiamento dell’amore irrazionale
del Padre, perché il Padre non fa conti, il Padre non ragiona con i nostri
criteri, il Padre non fa conti, come noi ragionieri, il Padre ama, il Padre è
padre e madre insieme, è viscerale. Io parlo sempre della paternità uterina di
Dio e nei nostri confronti Dio ragiona con l’utero, se possiamo usare un
termine antropologico.
Anche il figlio
osservante, rimasto a casa, pensa che il comportamento del Padre sia assurdo.
Il figlio osservante è come gli osservanti che non possono accettare lo
sdraiarsi a banchetto del Cristo con gli immondi. Ogni volta che Cristo si
sdraiava a banchetto… noi diciamo si è messo a tavola e traduciamo facendo
perdere un atteggiamento molto più significativo, - i tavoli non ce li avevano-
si sdraiavano sul tappeto uno accanto all’altro per mangiare a banchetto. Se
leggiamo il vangelo di Marco i farisei, gli osservanti, rimproverano dicendo:
si sdraia a banchetto con i peccatori. Loro invece erano i puri, i farushim,i
separati, quelli che avevano il diritto di giudicare tutti, tranne che se
stessi. Sono quelli che non possono accettare lo sdraiarsi a banchetto del
Cristo con gli immondi e sono pronti alla calunnia come il fratello maggiore. È
lui che insinua lo sperpero con le prostitute, è lui che lo dice, inizialmente
il testo non lo dice. Il testo dice: Ha sperperato la sua vita, ma il fratello
maggiore dice che ha sperperato tutto con le prostitute, è la calunnia, perché non
lo accetta come fratello. Dice il testo: 15,30 Questo tuo figlio che ha buttato via tutto con le prostitute, tu gli
fai festa? E il Padre gli dice: questo
tuo fratello (15,32) era perduto ed è
ritornato, era morto ed è risorto. Infatti per le nostre logiche è assurdo
il modo con cui il Padre reagisce alle pretese del figlio. Egli rischia tutto,
mette in gioco la propria vita, rischiando di non rivedere il figlio che se ne
va e di perdere anche quello che ha a casa a servirlo, non ad amarlo, perché
dirà: a questo che ha buttato via tutto con le prostitute gli fai festa. A me
che ti ho sempre servito, non hai dato neppure un capretto per fare festa con
gli amici. Ti ho sempre servito, non dice ti ho sempre amato, è uno schiavo, ha
considerato il Padre un padrone, non un padre.
Ma ancor più assurdo è l’atteggiamento del Padre al ritorno del figlio,
perché non lo rimprovera, non lo fa ragionare, neppure ascolta la confessione
preparata, non gli interessa neppure sapere né perché se ne è andato, né perché
è tornato, gli basta che sia tornato. 15,20
Il Padre da lontano lo vide e fremette
nelle viscere. Noi traduciamo stupidamente commosso, ma qui c’è
viscere e utero, rahamim, fremette nella sua visceralità più profonda, materna
e paterna; gli corre incontro e gli cade sul collo - dice il testo greco - e lo
bacia Badate, non è il figlio a fremere nelle viscere, ma è il Padre. Non è il
figlio a correre, ma il Padre, è sempre il Padre che gli cade addosso e lo
bacia e non il figlio.... Sono pagine sulle quali dobbiamo veramente
riflettere, perché mettono in discussione tutta una nostra visione giuridica
della religione. La fede è un’altra cosa. La fede è liberazione, non è
punizione. È chiaro che nel momento in cui Dio è diventato strumento di potere,
di una struttura religiosa, allora è bene aver paura di Dio, così obbedisco
alla struttura, ma non è più fede cristiana, è neopaganesimo.
Ascoltiamo Osea 11,7.:
Il mio popolo è duro a convertirsi; chiamato
a guardare in alto nessuno sa sollevare lo sguardo. 8 Come potrei abbandonarti Efraim? come consegnarti ad altri o Israele? Come
potrei trattarti al pari di Admà e ridurti allo stato di Zeboim? città che
sono state distrutte, Il mio cuore freme
dentro di me, è la visceralità che ritorna, il mio intimo freme di compassione, nel testo ebraico c’è Rahamin,
che vuol dire anche il fremito orgasmico, il momento massimo dell’amore totale,
anche fisico, delle persone. Si attribuisce a Dio anche questo, perché è il
momento massimo del godimento concesso all’uomo e alla donna e si pensa di
attribuirlo a Dio, perché non c’è momento più alto. 11,9 Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo;.
Le colpe d’Israele provocano una sentenza e la sua esecuzione noi diremmo
subito, ma (questi ma straordinari della Scrittura) avviene qualcosa di
inatteso e decisivo: in Dio esplode l’amore. Israele non si è convertito verso
il suo Dio, ma è Dio che si converte (shuv) verso il suo popolo! Vinto
dal suo stesso amore il suo cuore si capovolge, si rovescia, qui viene usato il
verbo Habak che descrive le catastrofi. Invece di descrivere la catastrofe
d’Israele uguale a quella di Admà e Zeboim, descrive la catastrofe, il crollo
del cuore di Dio. Al pensiero che Israele possa rovesciarsi come Sodoma,
Gomora, Admà e Zeboim a Dio si rovescia il cuore dal dolore. La misericordia di
Dio è questo crollo viscerale verso l’uomo e la donna, quell’uomo e quella
donna che ritornano a Lui purtroppo rinchiusi nelle loro grette meschine
giustificazioni, come il ragazzo della parabola. Sono sempre meschine le nostre
giustificazioni perché cerchiamo sempre di fare (.?.) con le nostre scuse, non
dimentichiamo che Dio è troppo impegnato ad amarci per ascoltare le nostre
scuse. La misericordia di Dio è viscerale, è una passione che il Signore prova per
la nostra storia, non a caso come ho già detto in ebraico per dire misericordia
si usa uno termine particolarmente significativo rakamim che è forma plurale
comprensiva di viscere e utero, dove la donna custodisce il frutto del suo
amore. Il sentimento che la donna ha per il suo bambino è lo stesso che Dio
prova per la sua creature. Io amo parlare della paternità uterina di Dio.
Infine la misericordia è strettamente legata alla gioia.
Nell’insieme delle
tre parabole ci sono nove espressioni di festa e di gioia: facciamo festa
perché ho ritrovato la mia pecora, facciamo festa perché ho ritrovato la mia
moneta, facciamo festa perché è tornato vivo, facciamo festa…, quante volte il
Padre lo ripete! La parola festa e gioia ritornano per ben nove volte in questo
testo. Posso darvi tutti i nove versetti in cui ritorna questa parola e il nove
nella simbologia ebraica indica un rovescio di situazione. Dio è colui che
rovescia totalmente le situazione create dalle nostre logiche. Il Padre ci ama
talmente che non riesce ad accettare che qualcuno dei suoi figli vada perduto, perciò
manda suo figlio per cercare e salvare ciò che era perduto (Luca 19,10). J. Jeremias
dice: la misericordia di Dio è talmente assurda che la sua gioia nel dare il
perdono, è la più grande delle sue gioie. Stupendo lavoro di J. Jeremias, uno
dei più grandi teologi luterani. Anche noi non possiamo non gioire quando ci
accorgiamo di essere noi l’assillo del Dio custode attento, cercatore instancabile
dell’uomo; non possiamo non gioire della sua ricerca di ogni uomo e di ogni
donna, iniziata con l’umanità stessa. In Genesi 3,9 dice: Adam dove sei? Questo Dio che quando l’uomo sbaglia, si mette
Lui in cerca. L’uomo e la donna si sono nascosti, Lui li va a cercare, è Lui
che viene a cercarci; noi ci nascondiamo o cerchiamo le nostre scuse, Lui ci
viene a cercare e continua a cercare fino al suo definitivo frutto, quando si
compirà la promessa di Gesù: sì, vengo subito Ap. 22; quando cioè lo spettacolo
della croce (Luca 23) diventerà la logica di Dio finalmente assimilata
dall’uomo. Allora ecco il capitolo 24 di Luca.
Questo testo di Luca è fondamentale per comprendere le
dinamiche che insieme determinano ed esprimono l’esperienza della resurrezione
vissuta dalla comunità, e in essa e con essa dal singolo credente. Inoltre ci
consegna uno straordinario saggio sulla pedagogia del Risorto. L’episodio dei
discepoli che fuggono, che se ne vanno da Gerusalemme diretti verso la loro
casa in Emmaus. Il testo collega strettamente i due scritti di Luca, vale a
dire il vangelo di Gesù e il vangelo dello Spirito Santo, cioè gli Atti degli
Apostoli, che sono la continuazione nella Chiesa e nel tempo dell’esperienza
del Cristo. In questa pagina è già tracciata la parabola del cammino di fede
della comunità dei credenti, ripresa e vitalmente sviluppata poi dagli Atti.
L’opera di Luca è un’opera unica, noi distinguiamo il vangelo di Luca e gli
Atti degli Apostoli, no! è l’unico scritto di Luca, che non si conclude con la
resurrezione del Cristo. Se prendete i due testi, Luca conclude il vangelo con
l’assunzione di Gesù nella Gloria del Verbo e riprende gli Atti allo stesso
punto, con l’assunzione di Gesù nella Gloria del Verbo, continua con la vita
della Chiesa, il vangelo dello Spirito Santo.
Quello stesso giorno,
inizia così il testo del racconto. Così lo scrittore colloca l’episodio nel
tempo, quello stesso giorno è il
giorno della resurrezione, è il primo giorno della settimana, il giorno dopo il
settimo, il giorno dopo il sabato. In quello stesso giorno, l’episodio viene
fatto nel tempo del Kairos. Il tempo non è più il cronos greco, nemico
dell’uomo, ma è il Kairos, l’opportunità di salvezza dell’uomo e della storia,
nel giorno della resurrezione. Non è la registrazione di una data, ma è
l’annuncio del giorno nuovo, del giorno che chiude il ciclo settenario e apre
l’ultimo tempo, l’ottavo, il tempo del Regno, l’Eschaton. Questo non è la fine
del mondo, ma è il tempo inaugurato dalla resurrezione, è il nostro tempo, il
giorno che tocca le radici dell’esistenza del discepolo e le proietta
nell’eterna memoria del mistero pasquale. Noi siamo la memoria del mistero
pasquale. Qui inoltre si afferma che la resurrezione è un esodo, cioè è
l’uscita dalle forme già date, è la loro trasfigurazione e proiezione nel Regno
che ora è venuto e che viene a continuare a venire. Tanto è vero che non lo
riconoscono, perché non è il ritorno al già dato, ormai il Cristo risorto
appartiene ad una dimensione totalmente spirituale, pneumatologia, trasformato
nello spirito santo. È un esodo quindi, ecco che due di loro se ne andavano
nello stesso giorno, il loro è un andare via da Gerusalemme la cui struttura
religiosa e politica non poteva accettare la novità di un Messia così diverso
da quello progettato e atteso dalle speranze del Tempio e del Palazzo. Difatti
diranno: noi speravamo che ricostruisse
il regno di Israele, il trono di Davide, noi speravamo, nessuno poteva
accettare un messia massacrato sulla croce. Quel giorno è un interrogarsi
angosciato su quanto è accaduto senza trovare risposta, perché l’ottusità e la
durezza di cuore, la sclerocardia, non lo permettono e trasformano quell’esodo
in fuga, ma quel giorno diviene un improvviso incontrarsi o meglio, un essere
incontrati da Colui che è totalmente nuovo, non riconoscibile nelle forme
precedentemente note. Questo totalmente nuovo che converte, che cambia il modo
di guardare dentro se stessi, guardare alla storia e ai rapporti che fanno la
storia e rende nuovi, diversi e dunque allora capaci di tornare a Gerusalemme per
proiettarla verso il compimento che solo il risorto le può riservare.
Allora soffermiamoci a considerare il tracciato di questo
esodo, che poi è il nostro esodo e qui vediamo la pedagogia del Risorto. E avvenne che mentre accadde, che mentre
discorrevano noi traduciamo normalmente discutevano
insieme, ma litigavano tra loro, dice il testo greco, Gesù in persona si accostò e camminava con
loro, Luca 24,15. Qui riecheggia quanto Matteo 18,20 aveva già scritto: quando due o più si incontrano in nome mio,
Io sto con loro. Camminava con loro,
ma Luca va oltre perché non sono due credenti, ma sono due perdenti, sono due
delusi, ormai convinti di aver perso del tempo accanto ad un illuso. Sono due
angosciati che si dibattono prigionieri delle loro supposizioni, dei loro
progetti mancati e dunque incapaci di prestare attenzione ad alcuni segni nuovi.
Litigano anche fra di loro, non c’è più armonia neppure tra loro. Luca ci dice
che il risorto non è presente solo dove viene invocato con fede, ma è presente ovunque
l’uomo si dibatte, geme, ponendosi i suoi infiniti perché. Non a caso il cardinal Martini diceva: io non cerco
credenti, cerco pensanti. Papa Francesco ci ripete che la fede pone anche dei
dubbi, guai se non avessimo dubbi, perché pretenderemmo di essere superiori a
Dio stesso. Paolo VI quando era vescovo a Milano diceva ai giovani: abbiate il
coraggio di dubitare, perché il dubbio apre la mente. Non è vero che la fede
cancella i dubbi, Cristo li ha avuti fin sulla croce: perché mi hai
abbandonato? Il risorto è lì ed è lì per aiutare l’uomo e la donna a togliersi
dagli occhi quei presupposti che impediscono di vederlo. Luca dice: ma i
loro occhi erano impediti di vederlo, perché erano impediti? Dobbiamo
capire questo, perché erano impediti? Egli vuole anzitutto provocare la
capacità di ogni uomo e donna di rientrare in se stesso e di prendere coscienza
dei propri condizionamenti ed è davvero sorprendente il modo con cui il Risorto
non dice, ma fa dire il loro modo di porsi nei confronti dell’evento: perché
avete una faccia così triste? Ma come, tu solo non sai che cosa è avvenuto in
Gerusalemme? Che cosa è avvenuto? Lo saprà bene Lui che cosa è avvenuto, ma
perché? Tirate fuori voi che cosa avete pensato e come avete preso la cosa,
prendete coscienza del vostro modo di porvi di fronte a quel mistero, a quello
spettacolo.
Non a caso Luca usa un termine, che poi nell’ultima
traduzione CEI è saltato, le rabbie mie,
perché dice che il popolo stava a guardare quello spettacolo, quella teoria che
in greco vuol dire uno spettacolo che vuol dire qualcosa, cercare di capire
quello spettacolo. Ecco qui Gesù chiede: cosa avete capito di quello
spettacolo? Ma tiratelo fuori voi! Non ve lo dico Io? Questa è la pedagogia, la
capacità di aiutare l’altro a prendere coscienza da sé, finché glielo dico io,
glielo dico come io vorrei che lui dicesse, le nostre educazioni: imporre agli
altri quello che a noi torna giusto.[Quando mi occupavo di educazione dei giovani, dicevo sempre:
imporre ai giovani le nostre esperienze vuol dire dare un pettine a chi non ha
capelli]. Noi speravamo che fosse Lui a liberare, naturalmente a modo nostro,
Israele. La volontà di costringere Dio dentro i nostri schemi e di farlo
esecutore dei nostri progetti non può permetterci di vedere e riconoscere colui
che è la totale libertà da quegli schemi e da quei progetti. Di vedere colui
che è libero anche dalla propria condizione divina, come ci dice Paolo: pur essendo di natura divina la svuotò fino
alla morte, alla morte di croce, un Dio che è libero anche da se stesso, un
Dio che non si idolatra, un Dio che è libero anche dalla sua condizione divina,
questa è la libertà di Dio. Non è fare ciò che voglio, ma essere libero dai
condizionamenti, anche dai condizionamenti miei, per cui capire me stesso vuol
dire capire anche quei condizionamenti, che mi impediscono di essere veramente
me stesso o me stessa.
Poi altra risposta: 24,22 Alcune donne poi ci hanno stupiti, Luca ha già detto 24,11 che
l’annuncio delle donne che hanno visto il Cristo risorto e che erano corse
dagli apostoli, è stato preso per vaneggiamento: vaneggiamento di donne, allora come è possibile vedere il Risorto
se non accogliamo e ascoltiamo e non ci lasciamo provocare da chi dice cose
diverse dalle nostre? Se non ascoltiamo chi dice cose diverse da quelle che noi
vorremmo dicesse? Troppo spesso la nostra pretesa di giudizio supera la
capacità di ascolto. Quante volte dico che ascoltare è l’arte più difficile che
ci sia, perché mentre la persona che mi sta di fronte mi si dice, mi si
consegna, io non la sto accogliendo, io sto pensando: dunque lei mi dice così
perché probabilmente dietro chi sa che cosa c’è. Io non la sto accogliendo, non
la sto ascoltando, ma la sto interpretando, cioè vorrei che fosse come voglio
io. Allora diventiamo incapaci di metterci silenziosamente accanto all’uomo o
alla donna che si interrogano e rischiamo di giustificarci, definendo
vaneggiamenti quegli interrogativi. Soltanto un autentico ascolto della parola
di Dio può aiutarci a uscire da un simile inganno. Alla fine Gesù parla quando
si sono detti, e lì hanno incominciato a capire, perché finalmente hanno detto
che cosa avevano dentro di loro. Gesù glielo ha fatto dire con le loro parole: 24,25 O
stolti e tardi di cuore a credere a quanto i profeti hanno annunciato. 27 E incominciando da Mosè e da tutti i profeti,
spiegava loro in tutte le Scritture ciò che lo riguardava. Adesso che
finalmente vi siete guardati dentro, avete smesso di litigare, avete
incominciato a guardarvi dentro e a tirarvi fuori, adesso potete incominciare a
capire. Perciò Egli allora si fa chiave di lettura, Egli è la chiave di lettura
delle Scritture, Lui parola incarnata rende comprensibile esistenzialmente,
cioè vitalmente, tutta la
Parola scritta che in Lui ha trovato il suo eschaton, compimento,
che non è la fine del mondo ma è il compimento in Cristo, Cristo è il nostro
compimento.
Il Risorto si fa pellegrino, si fa esodo con l’uomo e
l’adam, l’uomo e la donna nel proprio esodo viene fatto capace di comprendere
se stesso e poi di cogliere la sua presenza. Alla sua nuova provocazione fece
finta di proseguire, (queste sue provocazioni straordinarie), li provoca, li
rimprovera = stolti e tardi di cuore non
avete ancora capito, poi fa finta di
andare avanti, badate che era già sorta la stella di Sirio e non si poteva
camminare oltre, secondo la legge mosaica. Lui fece finta, provocazione
straordinaria, ed essi sentono il bisogno della sua misteriosa compagnia, è un
bisogno vago, ancora impacciato, ma desideroso di capire di più, resta con noi è già sorta la stella, non
trovano altra scusa, è la Legge
che impedisce di andare avanti, non si rendono conto che hanno davanti il
totalmente libero dalla Legge. Poi diranno 24,32 Ma non ci ardeva forse il cuore mentre ci parlava? 24,29 Ed Egli - le parole hanno un peso…, sono
pietre - entrò per restare con loro.
Non entrò per mangiare, ma entrò per restare con loro. Ormai la sua dimora è
tra gli uomini, ormai gli uomini sono il luogo della sua presenza. Giustamente
in una relazione che avevo chiesto per un incontro a suor Francesca Chiara
delle Clarisse di Fabriano, cominciò proprio dicendo: Dio non si trova nei
santuari, Dio si trova tra gli uomini e le donne.
Ormai gli uomini sono il luogo della sua presenza, il lento
cammino di fede del singolo e della comunità si va compiendo e allo spezzare
del pane 24, 30- 31 egli può scomparire dai loro sguardi, perché ormai hanno
compreso che Lui è nello spezzare il pane, cioè è nell’accoglienza conviviale e
totale dell’altro, accoglienza che nello spezzare il pane trova la sue
espressione più vera, più alta, più significante, tanto da divenire segno
eminente, addirittura sacramentale. Quando due si incontrano [nel mio nome], Io
sto con loro, segno sacramentale della sua presenza. Dovremmo stare qui
in ginocchio, uno davanti all’altro perché Lui è qui, perché siamo noi qui in
nome suo. Già san Paolo nella prima lettera ai Corinzi, cap. 11, aveva scritto (
ha scritto molto prima di Luca, almeno una trentina d’anni prima), quanto fosse
inscindibile nella Cena o nella Mensa del Signore, il rapporto tra la comunità
e il Corpo e Sangue del Signore, affermando essere
reo di quel Corpo e di quel Sangue chiunque si radunasse senza badare alle
condizioni altrui. Badate, noi abbiamo trasformato quel pane
consacrato e quel vino consacrato dallo Spirito Santo che è l’Eucarestia, in
alibi religioso. Fare la comunione vuol dire mangiare quell’ostia, è uno degli
alibi più terribili perché io mi nutro del Corpo e del Sangue di Cristo per
diventare parte di quel corpo e fare comunione con i fratelli e le sorelle.
Fare la comunione non vuol dire mangiare un’ostia, fare comunione vuol dire
nutrirmi del Cristo e diventare carne e sangue di Cristo per fare comunione con
i fratelli e le sorelle. Ma le devozioni sono tante volte degli alibi … Posso
fare tutte le comunioni che voglio e non accorgermi di chi mi sta accanto, e
san Paolo dice non solo non c’è Eucarestia, ma
siete rei del corpo e sangue di Cristo. Così finalmente risorti i due
discepoli possono ritornare a Gerusalemme, dalla quale si erano allontanati
perché custodiva la sepoltura dei loro progetti e a Gerusalemme ritornano ora, annunciando
con tutta la comunità ritrovata, l’adempimento del progetto divino, grazie al
quale questo giorno è diventato l’apertura dell’oggi eterno, un’apertura alla
progettazione inarrestabile della nuova Gerusalemme. Da questo giorno parte
l’annuncio salvifico che da Gerusalemme raggiungerà Roma, cioè la città che era
considerata allora il cuore e dunque la manifestazione delle genti. In questa
pagina Luca fissa l’identità del destino della Chiesa, che è la comunità dei
credenti che sono testimoni del Signore risorto e dunque sono i conoscitori
della sua pedagogia salvifica. È così che il Padre ci ama e ci salva, grazie al
magistero, alla sua pedagogia rivelata in Gesù di Nazzaret.
DOMANDA: Nella
parabola di Luca del Figliol prodigo …., volevo sapere perché respingiamo Gesù
e non siamo capaci di amarlo? Qual è il problema?
SALVATORE: Ma
forse perché non lo conosciamo sufficientemente, perché l’amore è conoscenza, perché
l’amore è esperienza esistenziale, l’amore non è un’idea, è una vita, è un modo
di condividere le vite. Io credo che noi abbiamo una grossa responsabilità,
quella di avere messo nel cassetto per ottocento anni la Sacra Scrittura , la sua Parola,
Lui che è parola incarnata. L’abbiamo messa nel cassetto e l’abbiamo sostituita
con le nostre teologie e le nostre filosofie, siamo arrivati a dare, con il
Concilio di Trento, con Bellarmino, una definizione di Chiesa veramente eretica
in senso molto serio. Bellarmino afferma che la Chiesa è “societas perfecta
sine macula” società perfetta senza Peccato, che non può sbagliare. Il che vuol
dire che si è messa in proprio, non aveva più bisogno di Dio, era perfetta. Dio è diventato solo uno strumento di potere
clericale e quindi la paura di Dio perché noi potessimo sottostare alla
precettistica morale della Chiesa. Oggi tutto questo, grazie al Concilio
Vaticano II che sta forse ora riemergendo grazie a Francesco e che ci ha
riconsegnato la Scrittura ,
ma quanto ci vorrà per fare della Scrittura il nostro “accadere”, perché finché
rimane nel libro, rimane lì è un libro, la Parola diventa Parola quando io la faccio
“accadere”. Il debar ebraico significa accadimento, noi parliamo di “verbum”
latino o di “logos” greco che non traducono affatto il “debar” ebraico. Per noi
la parola è un modo di comunicare, un “flatus vocis” un’espressione, un segno
fonetico, mentre invece il “debar” ebraico è un accadere! Io parlo facendo accadere,
cioè la mia parola è un atto compiuto, il mio atto compiuto è la parola detta,
accaduta, quando non c’è questa assoluta coincidenza tra la parola e il gesto,
Gesù dice c’è ipocrisia.
Non a caso Gesù lancia questo monito al
sistema religioso: voi siete ipocriti, dite e non fate. Gesù non dice mai (dobbiamo
dirlo così con il nostro linguaggio): dite! La verità è un dire ciò che fa
accadere, la verità è accadimento. Non a caso Luca nel suo vangelo dice: e
accadde che…, i pastori nel vangelo di Luca dicono in greco (perché la
traduzione banalizza sempre): andiamo a vedere questa parola che è accaduta. Vedere
una parola che accade, è una parola che si vede perché accade, la parola che si
vede a noi fa pensare al fumetto, mentre invece è una parola che si vede perché
accade, è accaduta. Il bambino di Betlemme è l’accadimento totale della parola
di Dio che poi sulla croce si rivelerà, in quel modo. Tutto questo dimenticando
le Scritture, noi abbiamo dimenticato l’esistenzialità della nostra fede e
abbiamo fatto della religione una ideologia, mentre invece la fede è una
esistenzialità, è una persona, Gesù di Nazzaret. Ed è una persona nella quale accade tutta la
realtà divina: chi vede me, vede il Padre, non chi sente, chi vede. Infatti
san Giovanni nella sua prima lettera dice: colui che i nostri occhi hanno
contemplato, che le nostre mani hanno palpato, che i nostri orecchi hanno
ascoltato, noi lo consegnamo a voi. È una consegna di uno che è visibile,
ascoltabile e palpabile; ma in che modo è palpabile? È palpabile ormai nei
fratelli e nelle sorelle. Quando due si incontrano io sono lì; questo spezzare
il pane (compagno viene da cum pane),
nel momento in cui si spezza il pane Luca 24,31 dice: scompare. Sì, adesso
avete capito che io sono nella convivialità vostra. Con la Scolastica noi abbiamo
ridotto la realtà sacramentale che è tutta la nostra vita, grazie al battesimo,
a sette momenti, i sette sacramenti. Sette momenti.La nostra vita è grazie al
battesimo, sacramento di Cristo nella storia, tutto ciò che noi facciamo
dovrebbe essere sacramento, cioè visualizzazione dell’azione di Dio nella
storia. San Gregorio Magno dice che essere comunità significa essere il luogo naturale della rivelazione
dello Spirito Santo.
Pensate quale dignità ci è data da Dio, quando io sento i
giovani dire: ma che senso ha la vita? Ma se noi fossimo veramente comunità
cristiana noi metteremmo costantemente il senso della vita sotto la palpazione
dei nostri giovani. È una fatica da scoprire continuamente, perché noi non
siamo perfetti siamo sempre perfettibili, non saremmo mai perfetti. La Chiesa perfetta non esiste,
solo nella testa di Bellarmino e di chi poi è venuto dopo di lui. La Chiesa non è mai perfetta,
è sempre perfettibile, perché la
Chiesa siamo noi. Noi pensiamo che la Chiesa sia il papa, i
vescovi, i preti e poi i laici, ma la Chiesa siamo noi! Su questo
papa Francesco sta insistendo molto, io sono come voi, io non sono al di sopra
di voi, io sono con voi e si è fatto benedire dal popolo di Roma quando è
comparso alla loggia. Si è fatto benedire! È stato un segno straordinario, ma
molto rivoluzionario per la struttura attuale; il fatto di aver detto che il
conclave ha il compito di eleggere il vescovo di Roma, non ha detto il papa, il
papa è papa in quanto è vescovo di Roma e non viceversa. Il papa è un servizio
non è un ordine, il papa è papa in quanto è vescovo di Roma, ma niente di più.
Raztingher è cardinale, non è più papa Benedetto, anche se continua a
mascherarsi da papa, ma non lo è più, perché il papato è un servizio. I cinque
papi che hanno dato le dimissioni prima di lui lungo la storia, sono tornati a
fare quello che facevano prima, i vescovi di comunità, di città. Ecco Francesco
dice che il compito del conclave è eleggere il vescovo di Roma. Noi dobbiamo
renderci conto di quanto abbiamo bisogno di interrogarci e rivedere il modo con
cui la Chiesa
si pone di fronte alla parola di Dio. Non basta
leggere la bibbia per dire sono a posto, perché se la leggo e non la vivo, non
diventa Parola, diventa semplicemente segno grafico scritto. Più mi metto in
rapporto con questa Parola più scopro Cristo e più soprattutto scopro di essere
amato da Cristo. Questo è il problema, scoprire, capire e avvertire, badate
non avvertire a livello emotivo sensoriale, ma a livello di consapevolezza.
Gesù non parla di sentimenti, parla di esperienza, consapevolezza. La nostra
fede non è sensazione, è consapevolezza: sapendo
queste cose sarete beati, ripete nel capitolo 13 Giovanni. La consapevolezza di essere amato
anche quando sono nel caos, nei guai, quando le mie ghiandole e i miei nervi
non hanno nessuna possibilità di avvertire emozioni o sono emozioni
completamente contrarie, ma io so - non sento - so di essere amato. È una
consapevolezza profonda. È quello per cui in mezzo alle tempeste il fondo del
mare è tranquillo; è una consapevolezza che mi dà la forza di andare avanti
anche nelle tempeste più dure, più pesanti.
DOMANDA: Perché
deve esistere un Cristo divino e umano e non solo un Cristo umano? Perché si è
sposata, attraverso i millenni, questa teoria?
SALVATORE: Quando
lo vedremo glielo chiederemo. San Giovanni nella sua lettera dice: noi sappiamo
che saremo come Lui, lo sapremo quando ci saremo. Io ho una certezza del fatto
che è risorto, perché l’hanno testimoniato con la vita gli apostoli. Io mi fido
della testimonianza degli apostoli che hanno vissuto quello shock terribile che
li ha sconvolti, li ha rivoltati come calzini. Dio sa che cosa hanno provato quei
ragazzi quando hanno vissuto quell’esperienza, sconvolgimento totale e loro
hanno dato anche la vita per trasmetterci questo. Io ho la convinzione che
Cristo è l’uomo di Nazzaret, la cui esperienza di Dio è stata un’esperienza
unica di figliolanza, cioè si sentiva fortemente legato al Dio d’Israele, al
Padre. Padre è un termine che nel Primo Testamento (il termine padre nei
confronti del Kadosh, il Santo) ritorna solo 5 volte sempre legato a Padre-Creatore
e Signore. Nei vangeli ritorna oltre 270 volte, perché è il modo nuovo con cui
Gesù ce lo ha presentato, cioè Gesù ha
cambiato il volto di Dio, indubbiamente, è diventato colui che non fa
distinzione di persone, colui che fa piovere sul giusto e sull’ingiusto, che fa
sorgere il sole sul buono e sul cattivo, che non giudica e non condanna nessuno.
È un Dio totalmente altro dal Dio delle religioni, totalmente altro....
È vissuto in questa dimensione senz’altro, e di questo ne
sono convinto e non solo io, sono convinto perché i vangeli sono scritti tutti
dopo la resurrezione, quando i discepoli hanno incominciato a capire chi era.
Perché mentre stavano con Lui, quante volte si chiedono: ma chi è costui? Ma
chi è? Ma perché fa queste cose? Ma come mai dice queste cose? Avevano
desiderio che prima o poi diventasse il discendente di Davide e non capivano
perché si comportasse in quel modo. Lui è vissuto in una solitudine
incredibile, indubbiamente, perché nessuno lo capiva e Lui era preso totalmente
da un amore liberante del Padre. Questa è la sua enorme novità, il Padre come
amore, come agape, come dono totale di sé agli altri. Non credo che
abbia avuto la percezione di essere Figlio di Dio nel senso divino, perché
Paolo dice: pur essendo di natura divina non la considerò una rapina da
difendere, da custodire gelosamente, ma la svuotò, assumendo la forma di uomo,
di schiavo, fino alla morte e dico alla morte di croce, cioè l’assurdità più
totale. Io sono sempre più convinto che Gesù durante la vita non ha
assolutamente avuto la percezione di essere Figlio di Dio nel senso divino, ma
Figlio di Dio come uomo amato da Dio. Soltanto la resurrezione ha rivelato a
Lui la sua appartenenza alla divinità .
DOMANDA: Perché
esistono discrepanze tra i vangeli apocrifi e i vangeli che chiamiamo
ufficiali?
SALVATORE: Dunque
il problema degli apocrifi è molto complesso. A parte il vangelo di Tommaso che
è una raccolta di detti, i
vangeli non hanno raccolto tutto e tutti i detti e teniamo presente che i
vangeli non sono una biografia di Gesù, ma sono una catechesi, sono la
riflessione di quattro diverse comunità sul mistero di Gesù di Nazzaret. Si
pongono davanti a questo mistero e si interrogano e in base a quanto gli
apostoli hanno insegnato dicono: in questa situazione cosa ci dice Gesù,
vediamo che cosa gli apostoli ci hanno tramandato. Se noi mettiamo a confronto
i quattro racconti della resurrezione sono quattro racconti completamente
diversi e noi diciamo: qual è quello giusto? Tutti e quattro, perché sono i
quattro modi con cui quattro comunità si pongono di fronte al mistero della
resurrezione. L’insieme di tutti quei detti che erano stati raccolti oralmente
e scritti dalle comunità dall’insegnamento degli apostoli che erano itineranti,
è quello che noi abbiamo definito lungo la storia il codice Q, che non è
un libro, non è un codice. Molti di questi detti non ci sono... il vangelo di Giovanni
o comunque dello scrittore del quarto vangelo dice che molte sono le cose
che dovremmo dire ma non basterebbero tutti i libri, c’erano moltissime
cose! Tommaso raccoglie molti di questi detti tanto che Gerolamo lo pensava
ispirato, gli altri evangeli sono tutti più tardi. Ai vangeli non interessa
dirci come era fatto Gesù, di che colore erano gli occhi, come vestiva, sono
cose che non interessano, agli evangelisti interessa il mistero della Pasqua,
non cosa faceva da bambino. A noi
interessa che sia morto e risorto e allora gli apocrifi non ci dicono nulla. Luca
ha il vangelo dell’infanzia, ma anche quella è una catechesi molto importante. Infatti
passato nelle comunità primitive lo shock della resurrezione, esse incominciano
a chiedersi: ma allora cosa faceva quand’era bambino? Era monello, non era
monello? Nascono dei miti e i vangeli apocrifi sono dei miti che risentono
molto delle mitologie greche. Il bambino che delle cose e poi le fa volare, mi
sa molto di Ercole che da bambino soffocò i due serpenti. Sono dei miti e negli
apocrifi c’è molto mito, mentre nei vangeli c’è catechesi. Nei concili
successivi, quando è stato strutturato il canone, sono stati scelti questi
quattro perché lì i padri conciliari hanno visto che la preoccupazione era quella
dell’investigazione del mistero del Cristo morto e risorto, senza mitologia,
liberato dalle mitologia.
DOMANDA: Mi
conferma che sono interpretazioni.
SALVATORE: Sono
interpretazioni del mistero di Cristo. È il domandarsi, anche se nei vangeli si
riconoscono ipsissima verba, così sono chiamate le parole vere di Gesù, che
si riconoscono facendo un’analisi letteraria. Gesù non ha scritto niente, da
buon rabbino non scriveva niente, ma insegnava e perché ricordassero meglio ciò
che diceva (era l’uso normale del sistema rabbinico), lo diceva in modo ritmico.
Un ritmo si ricorda molto meglio mnemonicamente, per cui quando nel testo greco
troviamo dei tratti che sono esattamente ritmici, diciamo che riportano
decisamente il ricordo degli apostoli, la memoria con la quale gli apostoli
ricordano ciò che Gesù ha detto. Il lavoro dell’esegesi biblica è molto
complesso ed è fatto anche da queste cose, riuscire a distinguere il midrash
dall’evento, il midrash o interpretazione del messaggio fatto attraverso
l’immagine. Non conta l’immagine, ma il messaggio che l’immagine trasmette e
invece il ricordo di avvenimenti che riguardano la persona dell’uomo Gesù.
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